lunedì 28 gennaio 2013

Quello che sta per succedere e perché


Dopo un 2012 turbolento, il nuovo anno è iniziato in un clima economico di relativa tranquillità. Gli spread sono bassi e la crisi sembra concedere una tregua. Ma cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Le difficoltà sono davvero superate o sono destinate a riproporsi? Poiché esistono due opposte chiavi di lettura della crisi, per rispondere a queste domande è necessario capire quale sia la più convincente. Vediamole:

Chiave di lettura 1: Crisi dei debiti sovrani.

Secondo questa chiave di lettura, alcuni Paesi europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Hanno aumentato il loro debito pubblico senza migliorare la competitività, rischiando il default. L’aumento degli spread indica che i mercati sono restii ad investire in titoli di Paesi spendaccioni e già molto indebitati.
La soluzione della crisi consisterebbe dunque nel rafforzare la disciplina di bilancio, imponendo un tetto al rapporto debito/PIL e implementando drastiche misure di austerity che diminuiscano la spesa. Per scoraggiare la speculazione, a livello europeo andrebbero inoltre introdotte forme di mutualizzazione dei debiti sovrani (acquisto di titoli da parte della BCE, emissione di Eurobonds) in modo che tutti i Paesi si impegnino a garantire, collegialmente, il pagamento degli interessi e il rimborso dei titoli in scadenza emessi dai singoli Stati. Tuttavia, per evitare azzardi morali, i governi nazionali dovrebbero accettare di essere vincolati a realizzare le politiche indicate dagli organismi europei, indipendentemente dalla volontà dei loro cittadini.

Chiave di lettura 2: Crisi dell’euro.

Secondo questa chiave di lettura, invece, alcuni Paesi europei avrebbero sfruttato l’appartenenza alla moneta unica per aumentare la loro competitività, a discapito di altri. Contenendo salari e domanda interna, avrebbero mantenuto la propria inflazione sistematicamente a livelli inferiori rispetto ai partners. I quali, condividendo la stessa moneta, non avrebbero potuto operare una svalutazione difensiva per determinare un riequilibrio. I primi avrebbero accumulato surplus commerciali, mentre i secondi avrebbero visto peggiorare i conti con l’estero, fino ad entrare in crisi.
L’aumento degli spread indicherebbe che i mercati sanno che in futuro il valore dei titoli dei Paesi in crisi potrebbe diminuire: essi potrebbero uscire dall’euro, svalutare, rinegoziare il debito o rinominarlo nella nuova valuta.
Per uscire dalla crisi servirebbe dunque introdurre un meccanismo automatico di riequilibrio fra i Paesi in surplus strutturale e quelli in deficit. Inoltre, data la recessione in atto, le politiche di austerity andrebbero smantellate e sostituite con interventi di segno opposto, a sostegno della domanda e dell’occupazione. Nei Paesi in surplus andrebbero poi alzati significativamente i salari.
Tuttavia, apparendo questa strada impercorribile, poiché presupporrebbe che tutti i principali Paesi europei invertano le politiche economiche adottate fino ad oggi, e che quelli più forti accettino trasferimenti automatici verso quelli meno competitivi, l’unica via di salvezza resterebbe l’uscita dall’euro e il recupero della sovranità nazionale in materia di politiche economiche e monetarie.

Quale è quella corretta?

Chiaramente, queste tesi sono fra loro inconciliabili. Se si accetta l’idea che ad andare in sofferenza siano stati quei Paesi che presentavano un alto rapporto debito/PIL, allora la prima spiegazione appare come quella corretta. Invece, se si crede che la crisi abbia colpito chi ha avuto un tasso di inflazione più alto, converrà orientarsi sulla seconda.
Ecco una breve tabella riassuntiva:

[Dati estratti da Europa: una crisi di debito o di bilancia dei pagamenti? - A.F. Presbitero, Università Politecnica delle Marche, pubblicato su linkiesta.it ]




Le prime colonne mostrano che la prima chiave di lettura è infondata: due dei Paesi più colpiti dalla crisi, il Portogallo e la Spagna, fino al 2007 presentavano un rapporto debito/PIL simile o addirittura migliore rispetto a quello della “virtuosa” Germania. La parte destra della tabella conferma quel che abbiamo già avuto modo di affermare: il problema non è il debito pubblico. La Germania ha beneficiato di una minore inflazione (ultima colonna) grazie al contenimento del costo del lavoro (penultima colonna) ed oggi vanta il “record” del maggior numero percentuale di lavoratori a basso reddito di tutta l’Europa occidentale (il 22.2%, secondo Eurostat). In questo modo ha aumentato la propria competitività, a discapito dei partners europei (terzultima colonna) mandandoli in crisi.
Dunque, i dati indicano che la tesi corretta è la seconda, la quale infatti è sostenuta da numerosi esperti nazionali ed internazionali. Tuttavia la quasi totalità dei media sposa la prima chiave di lettura, l’unica ad essere ufficialmente accettata da tutte le élite di governo europee, di destra come di sinistra. Questo non deve stupire: sia ai governanti dei Paesi forti che a quelli degli Stati in crisi conviene far credere che il problema principale siano la spesa dello Stato e il debito pubblico. In questo modo, infatti, i primi possono proseguire il contenimento della domanda interna, arricchendosi grazie alle esportazioni e garantendosi surplus utili ad acquisire aziende pregiate dei Paesi in crisi (come testimonia, per esempio, la recente acquisizione di Ducati da parte di Audi-Volkswagen). I secondi (gli stati in crisi) ottengono di poter sbandierare un “vincolo esterno” grazie al quale imporre ai cittadini quello che altrimenti sarebbe stato impossibile realizzare: tagli ai servizi pubblici e alle pensioni, restringimento delle tutele dei lavoratori, privatizzazioni, continue manovre finanziarie “lacrime e sangue”.
Così, mentre smantellano lo stato sociale, i governi di Italia, Francia e Germania danno vita ad un insulso gioco delle parti: quando Monti e Hollande spingono per introdurre forme di condivisione dei debiti sovrani, la Merkel risponde pretendendo cessioni di sovranità verso le istituzioni UE. Due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili alla chiave di lettura 1. Quella sbagliata.

In seno al Consiglio Europeo è stata già siglato l’accordo che consentirà a ciascun leader di cantare vittoria nella propria patria: da Giugno 2013 la Commissione UE potrà far sottoscrivere ad ogni Stato un vero e proprio contratto, ove indicherà le “riforme” da attuare e le modalità con cui realizzarle; eventuali “meccanismi di solidarietà” saranno riservati ai Paesi che avranno sottoscritto tali intese.
Ecco quindi il leitmotiv che ascolteremo nel 2013: “solidarietà” in cambio di cessioni di sovranità. Lo conferma il presidente del consiglio europeo, Van Rompuy, che però omette di precisare che la solidarietà sarà fasulla: le eventuali forme di mutualizzazione dei debiti saranno parziali e temporanee, come ha già chiarito Angela Merkel, intervenendo al Bundestag. E in ogni caso esse non potranno mai risolvere gli squilibri strutturali fra le economie.

Pertanto c’è da aspettarsi che la crisi riesploda. Anche perché dal primo gennaio 2013 è entrato in vigore il fiscal compact, che statuisce, tra le altre cose, che il rapporto debito/PIL deve assestarsi al 60%. L’Italia, per tentare di raggiungere l’obiettivo, dovrà varare manovre su manovre, ogni anno, per decine e decine di miliardi. In assenza di una crescita sostenuta, le conseguenze saranno inimmaginabili, come testimoniano le analisi della Corte dei Conti e l’ISPI. L’Italia e gli altri PIGS resteranno intrappolati in una spirale recessiva, senza via di uscita. Ma gli alfieri della chiave di lettura sbagliata non si fermeranno. Anzi, rincareranno la dose. Quelli italiani hanno già nel mirino la privatizzazione della sanità, che non a caso si sta già realizzando in Spagna.
Uno dopo l’altro i Paesi dell’eurozona dovranno richiedere gli “aiuti” del MES e, in cambio, dovranno cedere ogni residua forma di sovranità nazionale. Così, le decisioni verranno prese direttamente a Bruxelles e Francoforte, senza che né i cittadini né i Parlamenti nazionali possano opporvi resistenza. Ma ciò che è più drammatico è che alla gran parte dell’opinione pubblica, tutto ciò apparirà come necessario, in quanto coerente con la teoria della crisi dei debiti sovrani, propagandata dalla stragrande maggioranza dei media.
Per questo, il primo fronte sul quale schierare le forze che vogliono impedire lo sfacelo è quello dell’informazione. Un’informazione corretta sulle reali cause della crisi.

7 commenti:

  1. non sono in grado di valutare la veridicità ecomunque la loro bontà a causa della mia ignoranza.quello che posso capire è che il signor tringali cerca comunque di spiegare anche ai profani e questo è un bene.
    in sintesi
    grazie a nome di tutti quelli che grazie a lei faticosamente, tentano di capire

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  2. In ottobre 2012 Van Rompuy lo aveva serenamente (sinistramente) dichiarato: "Nei prossimi mesi metteremo mano al tabù della sovranità e della solidarietà".
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2012/10/23/_7677101.html

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    1. ...e noi metteremo mano alle nostre spade!

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  3. Grazie, limpido come il sole. Magari un accenno alla ciclicità delle crisi (e della storia) sarebbe la giusta conclusione. M riferisco al fatto che a volte la fame gioca brutti scherzi.

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  4. La sintesi più efficace che ho trovato della chiave di lettura corretta è la seguente:
    “[Con la moneta unica] Il paese più competitivo accumula eccedenze commerciali e invece di avere una moneta che si rivaluta, il che spinge a maggiori consumi interni, miglior tenore di vita dei suoi cittadini e maggiori importazioni (quindi traino delle economie dei vicini) li ricicla in crediti finanziari che oltre certi limiti diventano inesigibili.” (da un commento di Marco Cattaneo)

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  5. http://www.youtube.com/watch?v=X-0CcPXOpGE

    gentssmo prof Tringali penso che Lei l'abbia già ascoltata: secondo Lei è possibile un compromesso con la Germania, come afferma la caporedattrice tedesca?
    Grazie

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  6. Io veramente avanzerei una terza tesi che ha dalla sua un'evidenza sperimentale mi pare indiscutibile, il fatto cioè che la crisi nasce nel mondo anglosassone. La crisi non è nata nel cortile dell'eurozona, è stata importata dai paesi dov'era nata, è crisi del debito privato, delle grandi banche prevalentemente USA che nell'autunno del 2008 erano di fatto fallite, e che sono state salvate (tutte le grandi tranne la Lehman) dall'intervento provvidenziale della FED che ha pompato una quantità spaventosa di liquidità senza più da allora smettere. ncora oggi, la FED immette mese dopo mese 40 miliardi di dollari sul mercato, e lo fa proprio perchè in assenza di tale quantitativo enorme di denaro, le banche non avrebbero alcuna speranza di sopravvivenza.
    Del resto, non è che la BCE sia stata da meno, a cavallo tra 2011 e 2012 ha immesso liquidità a favore delle banche dell'eurozona per complessivi mille miliardi di euro.
    La crisi nasce dai titoli tossici cresciuti a dismisura a seguito della moltiplicazione nelle tipologie di derivati. Ciò, come noto, è stato reso possibile dalal sciagurata decisione dell'amministrazione Clinton nel 1998 di abrogare la legislazione garantista che era stata introdotta a seguito della crisi del 1929.
    In tutto questo, l'euro c'entra ben poco, l'euro ha solo amplificato i danni della crisi del sistema bancario globale, rendendoci particolarmente deboli rispetto ai forsennati attacchi degli investitori internazionali pronti a speculare sulle divisioni e sugli elementi di debolezza dell'Europa.
    Che esista un problema "euro", non v'è dubbio, ma non dobbiamo commettere l'errore di confondere un elemento peculiare di crisi che rigurda l'eurozona, con la crisi in quanto tale che coinvolge tutti i paesi, e certamente prima di tutti, i paesi anglosassoni.
    La scelta di tutti i governi di assumere come proprio obiettivo prioritario la sopravvivenza delle banche (in base al noto principio del "too big to fail") nel breve periodo sembra funzionare, ottenendo l'obiettivo perseguito anche a costo di distruggere l'economia reale e la vita dei semplici cittadini, ma alla lunga non può certo essere considerata una soluzione, nel lungo periodo le banche non possono che fallire, siedono su una montagna immane di cartaccia da loro stesse creata, con la prospettiva per niente escludibile di un'inflazione ben maggiore di quella storicamente nota di Weimar (improvvisa invasione del denaro che uscisse dai circuiti bancari dove attualmente risiede, sull'intero mercato).
    Per me insomma, la catastrofe è prossima, per scongiurarla, i governi dovrebbero accettare di far fallire le banche private, sostituirle con un sistema pubblico azzerando debiti e crediti (ma non vedo in giro capi di stato così coraggiosi).

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