sabato 12 ottobre 2013

Lettera aperta agli organizzatori della manifestazione del 12 ottobre

Oggi a Roma avrà luogo la manifestazione in difesa della Costituzione, promossa da Rodotà, Landini e Zagrebelsky. Bottega Partigiana, organizzazione di cui abbiamo già ripreso il Manifesto, ha pensato di rivolgere un appello a queste personalità, affinché alla difesa (sacrosanta) della Carta si accompagnino chiare prese di posizione sulla crisi economia che sta strangolando il nostro paese. In particolare, si richiede che venga reintrodotta l'indicizzazione dei salari, provvedimento che avrebbe, tra gli altri, il merito di sdrammatizzare il confronto sui diversi modi di uscire dall'euro. Ecco il link originale. Buona Lettura.


Cari organizzatori della manifestazione del 12 ottobre,
è con entusiasmo che accogliamo il vostro appello per scendere in piazza a difesa della Costituzione. Ci troviamo ad un passaggio decisivo. Sia la tenuta sociale del Paese, sia la sopravvivenza della legalità repubblicana, sono oggi seriamente minacciate. E solo salvando l'una c'è speranza di conservare l'altra. 

La sorte delle istituzioni democratiche è infatti legata a doppio filo a quella dei lavoratori e dei cittadini. Oggi la crisi divora le nostre vite. È giunta l'ora che da chi si propone il nobile compito di difendere la nostra Carta fondamentale giungano soluzioni a questa crisi spaventosa. 
È evidente che la prima origine della crisi che attraversiamo sta nelle politiche di austerità imposte da questa Europa. Queste misure non riducono solo i diritti dei lavoratori e dei cittadini e le probabilità di sopravvivenza delle piccole imprese, ma riducono il PIL, mancando perciò persino l'obiettivo di aggiustare i conti pubblici. Tutte queste misure sono state consigliate, architettate o dichiarate indispensabili dalle attuali istituzioni europee. Esse deprimono la nostra domanda interna, mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle imprese che producono per quella domanda; ma incidono anche sulla domanda estera, perché sono applicate in maniera quasi uniforme in tutta Europa. Venendo meno sia il mercato interno, sia i mercati di sbocco esteri, le imprese muoiono, e i lavoratori si ritrovano nella più nera difficoltà.

Non c'è alcun dubbio che soltanto un rinnovato ruolo dello Stato può porre rimedio a questa drammatica situazione. Il privato da solo non ce la fa. Un rinnovato piano di investimenti pubblici, così come l'inaugurazione di una politica economica espansiva e redistributiva, si rivelano così indispensabili alla salvezza economica del nostro paese.
Tuttavia, qualsiasi manovra di questo tipo cozzerà inevitabilmente con i vincoli dei Trattati europei. 
A questo punto solo due strade si pongono di fronte a noi: o il superamento di quei vincoli, nelle forme alternative della loro violazione unilaterale o della loro concertata modifica; oppure l'abisso della recessione infinita. 

Non ci possono essere dubbi, dovremo imboccare la prima strada. Ma essa prima o poi si dovrà misurare con l'eventualità del crollo dell'euro. Già oggi autorevoli economisti ci mettono in guardia, avvertendo che quel crollo è tutt'altro che scongiurato, e che le ragioni che hanno determinato la crisi dell'euro sono ancora lì, intatte. Quel crollo sarebbe un portato inevitabile della nostra violazione unilaterale dei Trattati. A quel crollo, infine, noi potremmo venire costretti. Senza l'Italia 
infatti non ci può essere l'euro, e l'uscita dall'euro dell'Italia è oggi una possibilità concreta. Essa potrà essere determinata dalle tormente speculative che abitualmente, ormai, si abbattono sulle economie europee; oppure potrebbe essere l'extrema ratio cui potrebbe dover ricorrere un Governo votato alla salvezza dell'economia italiana. Una controparte europea sorda al grido di dolore che proviene dai paesi del sud Europa potrebbe spingerci a quella misura estrema. 

È necessario introiettare il principio che per rimanere nell'euro non siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo. Già molto gli europei hanno dovuto pagare, in termini di tagli al welfare, peggioramento delle condizioni di vita, azzeramento dei diritti dei lavoratori. Tutto in nome della stabilità della moneta unica. 

È ora che gridiamo: no, noi non siamo disposti a morire per Maastricht! 

L'attaccamento alla moneta unica a qualsiasi prezzo non è poi soltanto un'aberrazione in sé; è anche un fattore di annullamento del nostro peso negoziale in Europa. Sapendo che avremmo pagati qualsiasi prezzo pur di rimanere nell'euro, le nostri controparti hanno finito per prenderci in parola, in questi anni! Bisogna porre assolutamente porre freno a questa perversa dinamica.

Essere disposti financo a porre fine all'esperimento monetario europeo pur di difendere i diritti dei cittadini e dei lavoratori implica però un soprassalto di responsabilità. L'uscita dall'euro, sia che avvenga come un accidente frutto della tempesta speculativa, sia che la si debba utilizzare come giusto strumento di pressione in sede europea, deve essere presidiata da alcune misure di salvaguardia. 

Diverse sono le minacce insite in questo evento; e anche se forse non vanno esagerate, sarebbe irresponsabile sottovalutarle. È necessario che il Governo adotti fin d'ora un pacchetto di misure che fungano da “paracadute” dell'economia italiana in caso di uscita. Esse consistono in  regole che consentano, in condizioni di emergenza, al Governo di limitare la fuga di capitali; di impedire l'acquisizione a basso prezzo di imprese nazionali; di garantire comunque il servizio del debito, magari attraverso l'acquisto dei titoli pubblici da parte della nostra Banca Centrale. Ma la più importante misura in questo senso è senz'altro l'indicizzazione dei salari. 

Abolita in maniera troppo avventata una generazione fa, questa misura sarebbe in grado di prevenire il più grande rischio connesso al crollo dell'euro, ossia le ventate inflazionistiche. Noi non possiamo prevedere quanta inflazione deriverà dall'inevitabile svalutazione della valuta che sostituirà l'euro. 
Ma è molto probabile che un tale fenomeno avvenga, con effetti deleteri sulle condizioni di vita e sui risparmi delle famiglie, in particolare dei lavoratori dipendenti. Non possiamo farci cogliere impreparati. Inoltre, non è pensabile di agitare la minaccia dell'uscita dall'euro in sede europea per ottenere rapporti negoziali più equilibrati, se è diffusa la consapevolezza che l'uscita sarebbe dannosa per chi la promuove. L'indicizzazione sarebbe proprio quel “paracadute” di cui hanno bisogno lavoratori italiani. Essa, applicata fin da subito (senza aspettare che avvenga il crollo!), 
consentirebbe inoltre di alleviare le condizioni di vita di chi lavora. E dato che ci sarebbe maggiore potere negoziale in Europa, fungerebbe da premessa per le altre misure utili a dare un impiego a chi non ce l'ha. Essa inoltre non costerebbe nemmeno moltissimo, perché anche ammesso che l'indicizzazione crei inflazione (cosa tutta da dimostrare), in un contesto di deflazione come il nostro comporterebbe aggiustamenti dei salari minimi. Il vero potenziale della misura si dispiegherebbe invece in caso di uscita o di crollo dell'euro.

Ecco perché vi chiediamo di farvi portatori presso chi ci governa di queste misure, in particolare dell'indicizzazione. Esse devono adottarsi subito, senza aspettare l'emergenza. Dalla difesa della Costituzione può sicuramente nascere un grande movimento politico che porti il paese fuori dalle secche dove è arenato. Ma per che ciò avvenga, è necessario dimostrare che dall'area dove dovrebbe nascere tale movimento possono giungere soluzioni responsabili per il bene dell'intera società. 
Siamo convinti che vi dimostrerete all'altezza di questo grande compito. 

19 commenti:

  1. Nobile invito. Forse un po' prematuro e surreale preoccuparsi dell'indicizzazione dei salari dopo l'uscita dall'euro, quando ci si rivolge a personalità e forze politiche che dall'euro non hanno la minima intenzione di uscire. Comunque, chiedere è lecito. Rispondere sarebbe cortesia, ma qualcosa mi dice che ci sarà una fin de non recevoir.

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    1. Veramente si chiede di adottare l'indicizzazione sin da subito. È questo il senso della lettera.

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    2. Giusto. Però, ancora più surreale proporla prima dell'uscita dall'euro.

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    3. Tutto il contrario, invece.

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  2. Qualcuno può dire a Bottega partigiana che devono modificare la loro collocazione politica e adeguarsi alla vulgata che le associazioni "nazionaliste" e anti-euro non sono né di destra NE' DI SINISTRA?

    Detto tra noi, la parte finale andrebbe corretta in: "né di destra, né assolutamente di sinistra".

    Bella lettera.

    Massimo.

    P.S. Gli elettori del PD e di SEL si devono accomodare rispettivamente a centro-destra e centro, ovvero, per il sottoscritto, non sono legittimati a parlare di sinistra.
    Perdonate lo sfogo.

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    1. Sono assolutamente d'accordo. Ma come si fa a non vedere che dalla crisi tutti -imprenditori e lavoratori - ci perdono allo stesso modo?

      Ma Massimo deve perdonarli: non si rendono conto che l'interesse nazionale è al di là di destra e soprattutto di sinistra.

      Herr Lampe

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    2. Legga meglio il messaggio, lo legga in senso ironico. Cambia il senso. Bottega Partigiana ha un approccio a sinistra e me ne compiaccio.

      Massimo.

      La saluto.

      Massimo

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    3. E la morale è che chi di ironia ferisce...

      Pardon.

      Herr Lampe

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  3. Il termine "sinistra" non è superato, è solo stato usurpato. Riappropriamocene con orgoglio!

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    1. Come la capisco....

      Massimo.

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  4. "più€uropa!"

    http://www.rivistaeuropae.eu/editoriali/rodota-no-al-referendum-sulleuro-litalia-creda-nellue/

    Poi magari cambia idea, oppure la mantiene ma trova sensato predisporre quegli strumenti, suggeriti da Bottega Partigiana, per gestire un esito indesiderato (da Rodotà).
    La vedo difficile.

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    1. Quelle di Rodotà sono parole di cui dovrebbe vergognarsi.

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    2. Parole che non sorprendono affatto. Ricordiamoci che Rodotà è stato tra i redattori della carta di Nizza. Quanto mediocre fosse quel testo lo sappiamo tutti, ma è significativo questo passaggio di un suo commento all'indomani dell'approvazione del documento: "E' stata, questa, una regressione rispetto alla diversa via di una assemblea costituente europea che, con ben altra evidenza davanti ai popoli, avrebbe potuto scrivere un testo tanto ambizioso? In astratto, sì. In concreto, la via costituente avrebbe significato accantonare per un tempo imprevedibile il disegno di cominciare a far entrare nella costruzione europea la dimensione dei diritti." Quanto evidentemente questa dimensione calata dall'alto, octroyée come disse giustamente Ferrara, non potesse che costituire un'operazione di puro maquillage l'han reso evidente i fatti successivi. Eppure ancora oggi il nostro si ostina a riservarle toni entusiastici, denunciando i miscredenti che la consideravano "un’astuzia della destra liberista che voleva così consolidare la sua egemonia" (per esempio sempre il sunnominato Ferrara). D'altra parte chi ritiene il cambio 1:1 all'indomani dell'unificazione tedesca un gesto di lungimirante solidarietà non c'è speranza che capisca nulla dell'attuale situazione.

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  5. Le conversioni sulla via di Damasco scarseggiano. Io la smetterei di chiedere ai tacchini di festeggiare il Natale.

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  6. "consentirebbe inoltre di alleviare le condizioni di vita di chi lavora" Per chi non lavora può tranquillamente pensare al suicidio. La dignità ad una vita decorosa citata in costituzione per i suoi autonominatisi paladini non spetta ai disoccupati a quanto pare. Voler difendere la costituzione sorpassata dal trattato di Lisbona (per non parlare di Maachstricht) fingendo di non saperlo è decisamente ipocrita.

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    1. "...consentirebbe inoltre di alleviare le condizioni di vita di chi lavora. E dato che ci sarebbe maggiore potere negoziale in Europa, fungerebbe da premessa per le altre misure utili a dare un impiego a chi non ce l'ha."

      Sarà un mondo migliore, quando tutti quelli che sanno scrivere impareranno prima a leggere.

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  7. "magari attraverso l'acquisto dei titoli pubblici da parte della nostra Banca Centrale. "
    nostra??

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  8. Intravvedo un errore di fondo nel testo: se ne ricava la sensazione che a minacciare la Costituzione siano le politiche di austerità e quindi se ne trae la conclusione che l'euro di per se è buono, ma purtroppo ci sono le politiche di austerità che se non ci fossero allora la Costituzione non sarebbe minacciata.

    Le politiche di austerità sono la conseguenza diretta e necessaria derivante dall'aver adottato una moneta sulla quale il Governo italiano, qualunque esso sia, non ha alcun potere, non solo perchè la banca centrale è """indipendente""", ma anche perchè è una banca straniera, posta anche al di fuori del perimetro giuridico nazionale, e che ha per di più mandato di non finanziare direttamente gli Stati, come ad esempio facevano le banche centrali dei singoli paesi membri prima dell'euro. Di conseguenza la Costituzione è di fatto sterilizzata, perchè avendo il governo come fonte di finanziamento esclusiva i mercati secondari sui quali operano le banche commerciali, può solo condurre politiche che consentano di ottenere dei rendimenti finanziari pari o superiori al tasso di interesse richiesto dai mercati e soprattutto nei tempi richiesti dai mercati. Nessuna spesa che non abbia un rendimento almeno pari a quello richiesto dal mercato verrebbe accettata da quest'ultimo il quale avrebbe quindi il potere di togliere le risorse allo Stato Italiano in quasi qualunque momento (il Governo, che è colui che deve dare attuazione ai principi costituzionali è quindi subordinato ai mercati, di conseguenza i principi costituzionali sono subordinati al mercato). Ecco quindi che in tale situazione non è possibile dare attuazione ai principi costituzionali semplicemente perchè al Governo che decidesse di darne attuazione concreta verrebbero sottratti i mezzi finanziari, anche in assenza di politiche di austerità.

    Ma anche in caso di finanziamento diretto della BCE ai deficit degli Stati la Costituzione non potrebbe essere applicata, perchè la differenza di competitività che deriva dall'adozione del cambio fisso tra Italia e Germania pone l'Italia di fronte a due casi: o si applica la Costituzione (diritto di sciopero, diritto ad un salario dignitoso, etc.) mantenendo quindi intatto il differenziale di competitività (non posso svalutare e decido di non ridurre nemmeno il costo del lavoro) ma così facendo proseguo nel processo di desertificazione industriale dell'Italia con il conseguente aumento della disoccupazione, oppure non applico la Costituzione e continuo comunque con le politiche di austerità perchè sono l'unico modo per consentire NELL'IMMEDIATO di recuperare una quota di competitività e di far sopravvivere almeno una quota delle aziende, quelle che esportano; in conclusione anche in presenza di Eurobond, in entrambi i casi non riesco a dare attuazione al dettato Cosituzionale, nel primo caso perchè non rispetto il diritto al lavoro, nel secondo caso perchè non rispetto il diritto ad un'esistenza dignitosa per chi lavora

    Ne concludo che l'uscita dell'euro non è da intendersi come estrema ratio, ma come condizione necessaria per iniziare a riappropriarci dei diritti sanciti dalla Costituzione italiana del '48. I passi successivi sono il controllo dei capitali, la subordinazione della Banca d'Italia al Ministero del Tesoro, ai quali aggiungerei poi il rinnovato intervento statale nell'economia per ricostruire o rinazionalizzare quegli asset strategici che sono stati dissipati negli anni di sbornia liberista.

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  9. Mi scuso per non essermi firmato nel commento precedente.

    Gabriele Bellussi

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