lunedì 26 gennaio 2015

Brevissimo

Un  brevissimo commento sulle elezioni in Grecia. La sinistra vittoriosa sta formando a tempo di record un governo con la destra anti-UE, snobbando le altre forze di sinistra presenti in Parlamento. La rapidità con cui si sono concluse le trattative è un indizio del fatto che gli accordi erano presumibilmente già pronti prima delle elezioni. Il governo che, a quanto pare, governerà la Grecia, si profila al momento come una specie di "grande coalizione anti-UE", cioè una realtà finora inedita e molto interessante, da esaminare con attenzione.
Nel frattempo Marine Le Pen e Salvini esultano per la vittoria di Syriza. Tutto questo indica con molta chiarezza, ci sembra, come il discrimine oggi non sia quello fra destra e sinistra ma quello fra adesione o opposizione alla UE.
(M.B.)

giovedì 22 gennaio 2015

La lingua dei signori

Dalla prefazione di A.Riccardi ad una raccolta di scritti e discorsi di De Gasperi:


"[De Gasperi] nel secondo dopoguerra diventa uno dei padri del processo di integrazione europea con il tedesco Konrad Adenauer e il francese Robert Schuman (i tre parlavano in tedesco tra loro)"
(A.De Gasperi, La politica come servizio, RCS 2011, pag.9, corsivo mio)


I creatori del processi di integrazione europea tra di loro parlavano in tedesco. Certo, è solo una curiosità sulla quale sorridere...
(M.B.)

mercoledì 21 gennaio 2015

Un articolo di Augusto Graziani

Nel gennaio 2014 moriva Augusto Graziani. L'associazione Paolo Sylos Labini lo ricordò ripubblicando un suo interessante articolo della metà degli anni '80, nel quale erano sintetizzati in maniera chiara e lucida alcuni dei problemi fondamentali della politica economica italiana. A suo tempo l'articolo mi era sfuggito, rimedio segnalandolo adesso:


http://www.syloslabini.info/online/cambiare-tutto-per-non-cambiare-niente-una-spregiudicata-analisi-della-politica-economica-del-nostro-paese/

lunedì 19 gennaio 2015

Un articolo di Bernard Maris

La rivista on line "Economiaepolitica" ha pubblicato la traduzione di un articolo di Bernard Maris, l'economista morto nella strage di Parigi.
Segnalo anche una interessante intervista a Piergiorgio Gawronski.

venerdì 16 gennaio 2015

Il Papa Hooligan



di Fabrizio Tringali

[Papa Francesco al Corriere della Sera 15/01/2015]

Questa affermazione, che contiene un'incredibile contraddizione (non si può reagire violentemente, ma è normale dare un pugno a chi provoca), giustifica ogni tipo di violenza contro chiunque si consideri reo di "provocazione".
Poiché, se è vero che avrò diritto di reagire con un pugno ad una offesa contro mia madre, allora potrò reagire anche con un calcio, o con una coltellata, o con un colpo d'arma da fuoco. E' infatti impossibile stabilire quanta violenza sia "giusta" rispetto ad una provocazione.
Certo, le provocazioni esistono, e danno fastidio. Insultare la madre di qualcuno significa provocarlo. Anche prendere in giro una religione rappresenta, per qualcuno, una provocazione. E così anche insultare o prendere in giro una squadra di calcio o i suoi tifosi.
Per ciascuno, qualunque insulto o presa in giro rivolto a tutto ciò che non si desidera venga insultato o canzonato, rappresenta una provocazione.
Papa Hooligan ci dice che "è normale" che di fronte a una provocazione, si reagisca con violenza.
Di certo gli attentatori di Parigi si consideravano provocati dalle provocatorie vignette che Charlie Hebdo pubblica da quando è nato.
Per sua Fortuna Papa Hooligan non è francese. Di fronte ad una tale difesa della violenza contro le provocazioni, chissà cosa gli avrebbero fatto, nel paese dove si arresta un comico (provocatore) per apologia di terrorismo.
Qualcuno spieghi a Papa Hooligan che in un paese civile si possono compiere atti che qualcuno può considerare provocatori, come prendere in giro le religioni. Ma non si può mai reagire violentemente alle provocazioni.
Semmai, se lo si ritiene opportuno, ci si può rivolgere alle istituzioni di giustizia, perché in un paese civile le controversie, anche quelle relative alle presunte offese, non si risolvono con la violenza, ma nei luoghi preposti, come le aule dei tribunali.

Immagine presa da http://www.zentabaga.com

mercoledì 14 gennaio 2015

Bontempelli sull'11 settembre

Ripubblico alcuni brani da un articolo che Massimo Bontempelli aveva scritto a ridosso dell'11 settembre, perché, con ovvi mutamenti, mi pare contengano osservazioni ancora utili. L'articolo
(“Uomini Torri Manichini”) era apparso, in forma di opuscolo, come numero 3, anno IX-2001, della rivista “Koiné”, stampata in Pistoia dalle edizioni CRT. Nella versione pubblicata l'articolo non era
firmato.
(M.Badiale)




Prevediamo che quando sarà trascorso il tempo storico sufficiente perché possano emergere informazioni più precise, si scoprirà che l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001 è stato la mossa
traumatizzante di una contesa sotterranea tra cordate economiche rivali per il controllo di posizioni e quote del mercato mondiale degli stupefacenti e dei petroli. La rete di Bin Laden, al centro della raccolta di capitali di una cordata, e sua forza d'urto militare, ha inviato un terrificante messaggio mafioso al potere politico-militare americano: o accettate una nostra maggiore presenza economica
come vostri soci d'affari, emarginando altri concorrenti, come quelli arabi nostri rivali, o noi possiamo colpire in maniera devastante il vostro territorio (…).
Dire che l'atto terroristico dell'11 settembre 2001 è stato la mossa di un giuoco tutto interno al sistema imperiale americano, condotto con i suoi mezzi e i suoi linguaggi (…) non significa affatto, sia ben chiaro, dire che il fondamentalismo islamico non c'entra, e neppure che Bin Laden lo usa in maniera soltanto strumentale. Il fondamentalismo islamico, che non coincide affatto con il terrorismo, può esserne tuttavia la matrice, ed in questo caso lo è stato quasi sicuramente. Non c'è contraddizione tra l'ispirazione fondamentalistica e lo scopo affaristico di certo terrorismo. La rete di Bin Laden accumula capitali attraverso le transazioni ed i canali del capitalismo globalizzato, e li investe nella promozione del fondamentalismo islamico, e degli atti terroristici intesi a potenziarlo, perché è culturalmente e politicamente parte dello schieramento fondamentalista. Nello stesso tempo, gli atti terroristici sono essi stessi investimenti economici, in quanto mezzi con i quali aprirsi nuovi spazi nel mercato globale. Ciò non viene capito perchè sfugge un concetto essenziale: il fondamentalismo islamico, come ogni altro fondamentalismo contemporaneo, è bensì in antitesi con i valori della civiltà  borghese moderna, e quindi con l'Occidente inteso quale luogo spirituale di tale civiltà, ma niente affatto con il capitalismo, il quale peraltro ha ormai eroso anche in Occidente i valori storici dell'Occidente (…).
Il sistema imperiale americano ha cancellato tutti i i valori della moderna civiltà borghese, lasciando soltanto, come principio di ogni scelta, il nudo interesse mercantile. Il suo capitalismo, storicamente generato dall'etica delle classi borghesi, si è poi socialmente dilatato fino ad autonomizzarsi dalle culture stesse da cui è scaturito. Esso, nato da un'etica, ha abolito ogni etica, sostituendola con il denaro quale unica unità di misura della vita. Nato dalle classi borghesi, ha abolito la figura del borghese: quella che oggi si chiama borghesia non ha più alcuna omogeneità culturale e valoriale di classe, ed è un mero aggregato di agenti della produzione capitalistica. Questo sistema imperiale, che si esprime soltanto come potenza del denaro e della tecnica, senza rispetto per l'uomo, senza onore e senza dignità, non produce che fondamentalismi. Da un lato c'è il fondamentalismo liberista delle metropoli dell'impero, che riduce ogni attività sociale ad azienda, ogni aspetto della vita a merce, ogni bene a oggetto di consumo, ogni  comportamento ad una falsa libertà demenzialmente concepita senza limiti. Dall'altro lato ci sono tanti altri fondamentalismi (non soltanto quello islamico), basati su costumi rigidi, asfissianti, mortificatori dell'individualità, che fungono da sostegni identitari nella competizione capitalistica per gruppi privi dei mezzi necessari per sostenerla allo stato puro.
(Massimo Bontempelli)