martedì 15 aprile 2014

Lieto di correggermi...

Sapevo di essere un po' impreciso, dicendo qualche giorno fa che "i comunisti buoni sono sempre quelli degli altri". Sono lieto di correggermi e di segnalare questo intervento di Domenico Moro, che mi sembra molto chiaro e lucido. Con Domenico Moro avevo avuto una polemica non gradevole, anni fa, a proposito della decrescita. Ma, a differenza dei comunisti, io non porto rancore...
(M.B.)

lunedì 14 aprile 2014

Il fallimento strategico dell'europeismo


Le classi dominanti europee impongono all'intera società del continente un obiettivo ambizioso: l'unificazione dell'Europa. Un'unificazione dapprima parziale, economica e giuridica, e in un secondo tempo completa, politica. In nome di questo obiettivo ogni operazione viene giustificata: in particolare il dissolvimento dei diritti dei lavoratori e la rappresentanza democratica dei cittadini tutti. Il fine europeo giustifica i mezzi, che potremmo definire genericamente neoliberisti. 

Da più parti viene l'invocazione degli Stati Uniti d'Europa, come forma ideale che dovrebbe assumere questa unificazione. In realtà, queste sono voci minoritarie: la maggior parte dell'establishment esclude che la forma degli Stati Uniti in senso stretto sia realizzabile. Tuttavia l'intero spettro dei dominanti è unanime nel definire necessaria una maggiore integrazione europea; in concreto, il conferimento di maggiori poteri alle istituzioni dell'Unione Europea.
Se volessimo prendere sul serio queste voci, dovremmo concludere che l'intento unificatorio è andato incontro ad un fallimento; anzi, che non ha speranze di successo. Le classi dominanti europee non sono in grado di unire l'Europa.

Che non vi siano riuscite è un dato innegabile. La crisi dell'euro ha determinato una polarizzazione senza precedenti tra le economie europee, e ha resuscitato rancori e antagonismi nazionali che sembravano ormai sepolti. Angela Merkel stravince le elezioni affermando che è giusto negare qualsiasi solidarietà agli altri popoli europei; nella gran parte degli stati dell'Unione hanno sempre maggior peso i movimenti che chiamano alla lotta contro lo strapotere tedesco. Sono tornati in auge, all'alba del XXI secolo, gli stereotipi razzisti del tedesco operoso e del mediterrano pigro e dissoluto. Ma la bancarotta dell'europeismo non si limita alla sfera politica: anche in quella economica possiamo registrare una decisa segmentazione dei mercati finanziari europei, una ri-nazionalizzazione dei debiti sovrani, e sopratutto una incredibile divaricazione nelle performance delle diverse imprese, a seconda che siano localizzate nell'uno o nell'altro stato europeo. 

Insomma, le classi dominanti hanno fallito nel loro intento dichiarato; nel contempo sono riuscite in quello che è “il loro mestiere”, e cioè l'asservimento dell'intera comunità alle ragioni del capitale. Tuttavia se lo scopo delle borghesie continentali era preservare le proprie rendite di posizione nello scenario internazionale, possiamo dire che il bilancio è disastroso. In termini di potenza geopolitica, gli stati europei sono asserviti al predominio politico e militare USA; soggetti al ricatto energetico russo: impotenti di fronte al successo economico cinese. Questi tre soggetti appena richiamati prendono tutte le decisioni che contano a livello globale, lasciando briciole agli europei. Insomma, l'Unione Europea è sì riuscita a consolidare il dominio capitalistico sul continente europeo, ma non ha certo favorito l'espansione di tale dominio fuori da quell'ambito. Merkel può tranquillamente schiacciare il popolo greco; ma non può assolutamente nulla contro Putin in Ucraina, non riesce ad arginare l'export cinese, ed è pur sempre Cancelliere di un paese occupato da truppe USA. 

Ci si può chiedere se il fallimento di cui sopra sia dovuto a degli errori, o ai limiti soggettivi dei leader europei. Personalmente credo invece che sia dovuto alla natura stessa del processo eurounitario, il quale a sua volta deriva dalle esigenze dello sviluppo del capitale europeo.

Il fulcro dell'Unione Europea è la promozione della concorrenza. Essa costituisce l'alfa e l'omega di ogni provvedimento europeo. D'altro canto non potrebbe che essere così: la concorrenza è il motore dello sviluppo capitalistico. Il tipo di concorrenza più importante, sia per il capitale che per l'Unione, è quella tra lavoratori. Potremmo quasi dire che se i lavoratori non fossero in costante competizione tra loro, non potrebbe esserci capitalismo. L'Unione europea porta alle estreme conseguenze la competizione tra i lavoratori dei diversi paesi (oltre che all'interno di ogni singolo stato, ovviamente). La svalutazione dei salari diventa la così prima arma di competizione delle singole borghesie nazionali.
Ora, un prerequisito perché tutto ciò abbia luogo è l'assenza di solidarietà tra le classi operaie dei diversi paesi. Se la classe operaia tedesca avesse sentito una qualche forma di solidarietà per i lavoratori degli altri paesi europei, non avrebbe (di fatto) accettato le riforme di Schroeder, approvate indicando la necessità di rendere più competitivo il capitale di quel paese. In generale, se i lavoratori europei fossero uniti non potrebbe riuscire il giochetto delle delocalizzazioni, impiegato dalle imprese come strumento strategico di sottomissione delle resistenze operaie. Moneta unica e mobilità dei capitali non potrebbero spuntarla contro un movimento operaio organizzato a livello internazionale. Del resto, spostandoci dalle cause alle conseguenze della crisi, se esistesse una solidarietà tra popoli europei questi ultimi non avrebbero mai accettato che si facesse quanto è stato fatto alla Grecia. Atene è sempre rimasta sola

Ecco spiegata la ragione strutturale per cui non è mai stata attuata, né a livello europeo né nelle singole nazionali, una vera e serie politica di avvicinamento tra i diversi popoli europei. Non si sono registrate autentiche politiche di scambi culturali e linguistici (se si esclude la farsa dell'Erasmus). Non si è mai spesa una parola per dire che dovrebbe essere ovvio, e cioè che dentro ad una Unione non si dovrebbe competere, ma aiutarsi reciprocamente. Non è stato fatto nulla, perchè le classi dominanti europee non avrebbero potuto permetterselo. Tutti i vantaggi che al capitale derivano dall'Unione Europea si fondano sul fatto che i popoli europei sono divisi; ecco perché è sempre stato insensato attendersi dalle classi dominanti un serio sforzo di unificazione di quei popoli. In luogo di questo sforzo, si è sempre propagandata una (malintesa) retorica della responsabilità: i greci stanno male perché è colpa loro, i bavaresi stanno bene per loro merito; la stessa logica che alimenta fenomeni come la Lega e i vari secessionismi. Una logica e una retorica funzionali ai disegni del capitale, e tuttavia in netta antitesi con la formazione di una coscienza sociale sovranazionale ed europea; coscienza che a sua volta, in assenza di un vero e proprio popolo europeo, è il requisito indispensabile per aversi interventi economici di livello propriamente sovranazionale, come gli eurobond. I dominanti europei vorrebbero davvero dare vita ad una entità imperialista europea, ma ciò è reso impossibile dalla loro stessa tendenza a frantumare e dividere l'unica possibile base sociale di tale entità, e cioè i cittadini (e contribuenti) europei. 

In sintesi, si può dire che la formazione consensuale di grandi entità sovranazionali si basa su principi di solidarietà e cooperazione; lo sviluppo del capitale, invece, si basa sulla competizione. L'unico modo nel quale potrebbe darsi realisticamente una unificazione europea nell'ambito del capitalismo è quella di una sottomissione del continente da parte di un unica potenza imperialista a base nazionale. Così sì che avremmo l'unione politica. Napoleone e Hitler ci hanno provato, ma senza particolare successo. (C.M.)

I comunisti buoni sono sempre quelli degli altri

Notavamo qualche tempo fa che non tutti i comunisti sono uguali. Non possiamo che ribadire il concetto, di fronte a questa intervista di J.Ferreira, comunista portoghese candidato alle europee. Ecco finalmente un comunista che pronuncia le frasi che vorremmo tanto sentir pronunciare in Italia, frasi come questa:


"I tentativi di sottomissione delle nazioni in corso nell'UE rappresentano una forma di oppressione di classe che viene esercitata sui lavoratori e i popoli, oltre che un inquietante e pericoloso attacco alla democrazia. Chi, pur dicendosi di sinistra, non lo percepisce, o non lo vuole percepire, non comprenderà un elemento decisivo per intervenire sulla realtà del nostro tempo, trasformandola nel senso del progresso sociale. Se l'evoluzione del capitalismo ha portato le classi dominanti a sacrificare gli interessi nazionali ai propri interessi di classe, allora, al contrario, ciò conduce all'identificazione crescente degli interessi dei lavoratori e del popolo con gli interessi nazionali"


Ma noi, cosa abbiamo fatto di male per meritarci Bertinotti, Ferrero e Diliberto?
(M.B.)



sabato 12 aprile 2014

Lo dice la Bocconi!

Segnaliamo questa lettura. Il "segreto" del mercantilismo tedesco e dell'euro ormai non è più tale per nessuno. Stupisce che ci siano voluti 10 anni per comprenderlo...

giovedì 10 aprile 2014

L'europeismo è un aborto dell'imperialismo

Qualcuno si ricorderà di cosa pensasse degli Stati Uniti d'Europa un fine intellettuale di inizio novecento. Stavolta parliamo delle opinioni di un altro celebre autore, Rosa Luxemburg, in un suo scritto.
Lo Scalfari di fine ottocento affermava:

Per ottenere una pace duratura, che bandisca per sempre il fantasma della guerra, c’è solo una cosa oggi da fare: l’unione degli stati della civiltà europea in una federazione con una politica commerciale comune, un parlamento, un governo e un esercito confederali - ossia la formazione degli Stati Uniti d’Europa. Qualora si riuscisse in questa impresa, un grandioso passo potrebbe dirsi compiuto.

Non è uguale?

Altri esponenti della sinistra del tempo rincaravano la dose:

Noi esigiamo l’unione economica e politica degli stati europei. Io sono fermamente convinto che gli Stati Uniti d’Europa, non solo si realizzeranno sicuramente durante l’era del socialismo, ma potrebbero realizzarsi anche prima che giunga quel tempo, per far fronte alla concorrenza commerciale degli Stati Uniti d’America. In conclusione noi chiediamo che la società capitalista, che i capi di stato capitalisti, nell’interesse dello sviluppo capitalista dell’Europa stessa, al fine di evitare che l’Europa venga completamente sommersa della competizione mondiale, si preparino a questa unificazione dell’Europa negli Stati Uniti d’Europa.

Siamo nel 1911. Non sembra il 2011? 
Che rispondeva la Luxemburg? 

L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. (...) noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria, ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei?
l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei.  (...) Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. L’Europa non rappresenta una speciale unità economica all’interno dell’economia mondiale più di quanto non la rappresenti l’Asia o l’America. 

Che significa? Luxemburg ci ricorda una cosa molto simile: la regola del capitalismo è quella della competizione, della competizione feroce e continua. Gli stati, e i loro eserciti, sono strumento della competizione tra i soggetti principali della competizione inter-capitalistica. Dunque è illusorio immaginare che possa esistere la pace nel capitalismo, a prescidere dalle forme che assumono gli Stati in quell'ambito. Considerate che l'autrice scriveva nel 1911...
Dopo l'apocalisse dei due conflitti mondiali, in Europa sembra tramontata l'era dei conflitti armati; ma l'Unione Europea è l'arena ideale della guerra economica tra gli stati membri, come vediamo ogni giorno. Perché vi sia questa guerra economica c'è bisogno della frammentazione e dell'assenza di solidarietà tra i cittadini europei; eppure per aversi un popolo europeo, fondamento ineludibile di un vero Stato europeo, occorrerebbero proprio solidarietà e identità di vedute tra i diversi cittadini europei. Ne segue che è del tutto implausibile che l'Unione evolva negli Stati Uniti: proprio perché l'una si fonda sull'assenza di quegli elementi che sarebbero indispensabili per avere gli altri.

L'altro motivo per cui Luxembourg escludeva che gli Stati Uniti potessero essere una parola d'ordine dei rivoluzionari attiene al fatto che essa rimanda ad un certo qual "nazionalismo europeo": gli europei si unirebbero, sostanzialmente, contro gli altri popoli del mondo. In altre parole, l'europeismo non è il coronamento, ma il contrario esatto dell'internazionalismo. E infatti:

Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.

Possiamo dire che Rosa Louxemburg è stata profetica! (C.M.)


mercoledì 9 aprile 2014

Due mosse da maestro

Da qualche parte nel Movimento 5 Stelle ci dev'essere uno stratega. Chiunque sia, a lui vanno i miei complimenti. In pochi giorni il Movimento ha messo a segno due colpi da alta scuola politica. In primo luogo Grillo e Casaleggio hanno firmato l'appello di Libertà e Giustizia. Così facendo, hanno creato un cortocircuito molto simile a quello occorso un anno fa, quando il Movimento scelse Rodotà come candidato Presidente della Repubblica. Il mondo della grande intellettualità progressista e democratica viene così strappato dall'abbraccio soffocante dei piddini, e riportato ad una dimensione più respirabile. I club dell'intellighenzia italiana hanno uno storico difettuccio: somigliano a circoli di generali senza truppe. Elaborano progetti meravigliosi, incarnano quelle qualità e competenze che potrebbero salvare questo paese; e tuttavia mancano di quel sostegno popolare senza il quale non si fa politica, ma si chiacchiera. Dall'altra parte il Movimento dispone di una capacità di consenso e mobilitazione invidiabile, ma difetta di valide risorse intellettuali. Insomma, si tratta di gruppi complementari, anche se apparentemente distanti (che c'azzeccano Micromega e il Vaffanculo?). Faccio notare che, fino a due settimane fa, Libertà e Giustizia era impegnata a tempo pieno nell'insulto al Movimento.
Non contento, lo stratega 5 stelle ha pensato bene di balcanizzare (forse definitivamente) il PD. Com'è noto, la "sinistra" interna di quel partito ha proposto un disegno di legge costituzionale alternativo all'aborto di Renzi. È bastato che il capogruppo 5 stelle al Senato esprimesse un pubblico apprezzamento per il testo per scatenare la guerra civile dentro al PD. Notare: il c.d. Testo Chiti ha ora l'appoggio di 22 senatori del PD, 40 5stelle, 7 arci-probabili di Sel e anche 15 dei "grillini dissidenti" (se ancora frequentano il Senato). Fa 84; una cifra da non sottovalutare.
Avremo tempo di analizzare il Testo Chiti; e già che ci siamo proporremo la lettura di un altro DDL costituzionale, avanzato anni fa, tra gli altri, da Rodotà. Al di là del merito della questione, in termini tattici il Movimento ha fatto diversi passi avanti; e  soprattutto appare in grado di mettere in crisi Renzi e il PD. (C.M.)

martedì 8 aprile 2014

Ah, ecco come ci pagano gli 80 euro


Ma naturalmente è solo l'antipasto. Nei prossimi tre anni ci venderemo altri 30 miliardi di aziende pubbliche. A beneficio di chi ha i soldi, ossia i capitali esteri.
E le misure non risparmieranno, a quanto pare, nemmeno le ex-municipalizzate, cioè le società che erogano i servizi pubblici locali. Come a Firenze, tipo.
E noi che facciamo? Non reagiamo? Alle europee, tipo? (C.M.)