Continuo il discorso sul ceto politico, iniziato in un paio di post di qualche tempo fa (questo e questo) che avevano suscitato un po' di dibattito fra i nostri lettori. Poiché alcuni passaggi di quei post erano forse un po' stringati, provo adesso ad argomentare le mie tesi in modo più disteso, cercando di inserirle nelle riflessioni che vado facendo da tempo.
Tempo addietro, in una serie di lavori scritti assieme a Massimo Bontempelli, (per esempio questo e questo) avevamo introdotto la nozione di “capitalismo assoluto”, con la quale cercavamo di esprimere quello che ci sembrava uno degli aspetti più significativi dell'attuale organizzazione sociale ed economica, il fatto cioè che negli ultimi decenni la logica capitalistica del profitto si è estesa all'intero ambito sociale. Riporto un passaggio tratto da “La Sinistra rivelata”, che sintetizza questi concetti:
“Si tratta della completa pervasività sociale del capitalismo storico (…) ogni aspetto della società umana, compresi i corpi biologici degli individui e i caratteri della loro personalità, viene sussunto sotto il capitale come materia della produzione capitalistica (…). Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata. Esso è assoluto perché la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L'azienda, cioè l'istituzione che promuove la produzione e la circolazione della merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l'alfa e l'omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l'ospedale, persino la scuola, e persino l'intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l' “azienda-Italia”.
(M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, pagg.171-172)”
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lunedì 19 maggio 2014
mercoledì 24 luglio 2013
La sinistra rivelata/5
Con questo post concludo la pubblicazione del capitolo 2 de "La sinistra rivelata". Ricordo che il testo risale al 2007, e che è stato scritto da Massimo Bontempelli e da me.
Fra pochi giorni, il 31 luglio, saranno due anni che Massimo è mancato. Dopo due anni, ancora non riesco a trovare le parole per spiegare, a chi non l'ha conosciuto, cosa abbia significato, per me e tanti altri, l'incontro con un uomo così eccezionale. Come potesse cambiarti la vita, come potesse aprire la mente e l'anima di chi sceglieva di accogliere quello che aveva da dare. Per questa mia difficoltà, che spero in futuro di superare, ho rinunciato a scrivere qualcosa di più articolato di queste semplici righe. L'unica cosa che riesco a fare, in questo momento, è cercare di allargare la conoscenza delle cose che ha scritto, come appunto i vari testi che ho ripubblicato in questo blog.
(M.B.)
Alla parte precedente
La crisi dello sviluppo come opportunità
Lo sviluppo, cioè l’accumulazione su scala sempre più larga del plusvalore attraverso la crescita ininterrotta del prodotto interno lordo sospinta dalla competizione economica tra le imprese, è in crisi nel mondo. Tale crisi non deriva certo dal fatto che lo sviluppo sommerge il mondo di rifiuti, ne scardina gli equilibri ecologici e ne altera il clima: l’economia odierna è infatti regolata soltanto delle prospettive di profitto a breve termine, che non sono toccate dalle devastazioni biologiche
e antropologiche, e neppure da danni rovinosi sul terreno stesso dell’economia, se essi sono lontani nel futuro. Lo sviluppo è in crisi perché esso produce ormai le condizioni di un suo continuo rallentamento, e le più aspre contraddizioni tra i suoi elementi.
A prima vista, questo quadro può sembrare non conforme alla situazione di fatto. La Cina, che rappresenta un quarto della popolazione mondiale, mantiene da anni un tasso di sviluppo attorno all’8% annuo, che è davvero molto alto. Gli Stati Uniti d’America, il paese di maggior peso nel mondo, hanno avuto nell’età clintoniana un tasso di sviluppo medio del 3,5%, che è ragguardevole [1]. Dopo il forte rallentamento da marzo 2001 al dicembre 2003, lo sviluppo americano ha ripreso slancio. Basta, dunque, per parlare di una crisi dello sviluppo, il fatto che il suo tasso sia inchiodato al 2% in Europa e in America Latina (lo sviluppo praticamente azzerato dell’Africa subsahariana non fa testo, perché quel continente è disertato dagli investitori internazionali)? Oltretutto, anche in queste zone di basso sviluppo vi sono eccezioni: in Europa, ad esempio, l’Irlanda sta da anni mantenendo un ritmo di sviluppo annuo del 6%.
Se però cerchiamo di comprendere ciò che accade al di sotto della superficie dei fenomeni, la crisi dello sviluppo risulta chiara nonostante questi dati. Innanzitutto, se si passa da questi dati frammentati a quelli complessivi dell’intera popolazione mondiale, emerge senza incertezze un progressivo rallentamento dello sviluppo complessivo concomitante alla diffusione del neoliberismo [2]. Per quanto riguarda lo sviluppo prodigioso della Cina, esso risulta meno prodigioso quando si viene a sapere che contabilizza gli incrementi della produzione di merci dell’intero paese ma non i decrementi dei prodotti di sussistenza fuori mercato assai notevoli nella Cina contadina interna. Lo sviluppo della Cina riguarda quindi essenzialmente la Cina marittima, non tutta la Cina con la sua quarta parte della popolazione mondiale.
Soprattutto, poi, è uno sviluppo che ha in se stesso le ragioni di un futuro suo rallentamento in tempi non lunghi [3]. Senza contare che già, così com’è, lo sviluppo della Cina non fa alzare di molto lo sviluppo complessivo mondiale, perché da un lato lo incrementa con i suoi incrementi di prodotto, ma da un altro lo frena con le sue esportazioni che riducono spazi di mercato per altri, e con le sue domande energetiche che rialzano il costo dell’uso di energia della produzione mondiale. Per
quanto riguarda lo sviluppo degli Stati Uniti, si tratta ormai di uno sviluppo parassitario, il cui parassitismo, sostenuto da una potenza militare e politica prevalente su ogni altro paese, consiste nel fatto che la sua condizione è il rallentamento dello sviluppo di altre aree del mondo, e cioè dell’Europa, dell’America Latina e dell’Asia orientale. La politica monetaria costantemente restrittiva della Banca centrale europea, sulla base dei famosi parametri di Maastricht, rallentando
lo sviluppo europeo con una domanda interna insufficiente ad alimentarlo, è la condizione dello sviluppo americano. Una maggiore circolazione monetaria in Europa, se da un lato promuoverebbe lo sviluppo dell’Europa stessa, dall’altro ne svaluterebbe la moneta rispetto al dollaro, facendo collassare l’economia americana sotto il peso del suo gigantesco deficit commerciale con l’estero. Proviamo a capire meglio.
Fra pochi giorni, il 31 luglio, saranno due anni che Massimo è mancato. Dopo due anni, ancora non riesco a trovare le parole per spiegare, a chi non l'ha conosciuto, cosa abbia significato, per me e tanti altri, l'incontro con un uomo così eccezionale. Come potesse cambiarti la vita, come potesse aprire la mente e l'anima di chi sceglieva di accogliere quello che aveva da dare. Per questa mia difficoltà, che spero in futuro di superare, ho rinunciato a scrivere qualcosa di più articolato di queste semplici righe. L'unica cosa che riesco a fare, in questo momento, è cercare di allargare la conoscenza delle cose che ha scritto, come appunto i vari testi che ho ripubblicato in questo blog.
(M.B.)
Alla parte precedente
La crisi dello sviluppo come opportunità
Lo sviluppo, cioè l’accumulazione su scala sempre più larga del plusvalore attraverso la crescita ininterrotta del prodotto interno lordo sospinta dalla competizione economica tra le imprese, è in crisi nel mondo. Tale crisi non deriva certo dal fatto che lo sviluppo sommerge il mondo di rifiuti, ne scardina gli equilibri ecologici e ne altera il clima: l’economia odierna è infatti regolata soltanto delle prospettive di profitto a breve termine, che non sono toccate dalle devastazioni biologiche
e antropologiche, e neppure da danni rovinosi sul terreno stesso dell’economia, se essi sono lontani nel futuro. Lo sviluppo è in crisi perché esso produce ormai le condizioni di un suo continuo rallentamento, e le più aspre contraddizioni tra i suoi elementi.
A prima vista, questo quadro può sembrare non conforme alla situazione di fatto. La Cina, che rappresenta un quarto della popolazione mondiale, mantiene da anni un tasso di sviluppo attorno all’8% annuo, che è davvero molto alto. Gli Stati Uniti d’America, il paese di maggior peso nel mondo, hanno avuto nell’età clintoniana un tasso di sviluppo medio del 3,5%, che è ragguardevole [1]. Dopo il forte rallentamento da marzo 2001 al dicembre 2003, lo sviluppo americano ha ripreso slancio. Basta, dunque, per parlare di una crisi dello sviluppo, il fatto che il suo tasso sia inchiodato al 2% in Europa e in America Latina (lo sviluppo praticamente azzerato dell’Africa subsahariana non fa testo, perché quel continente è disertato dagli investitori internazionali)? Oltretutto, anche in queste zone di basso sviluppo vi sono eccezioni: in Europa, ad esempio, l’Irlanda sta da anni mantenendo un ritmo di sviluppo annuo del 6%.
Se però cerchiamo di comprendere ciò che accade al di sotto della superficie dei fenomeni, la crisi dello sviluppo risulta chiara nonostante questi dati. Innanzitutto, se si passa da questi dati frammentati a quelli complessivi dell’intera popolazione mondiale, emerge senza incertezze un progressivo rallentamento dello sviluppo complessivo concomitante alla diffusione del neoliberismo [2]. Per quanto riguarda lo sviluppo prodigioso della Cina, esso risulta meno prodigioso quando si viene a sapere che contabilizza gli incrementi della produzione di merci dell’intero paese ma non i decrementi dei prodotti di sussistenza fuori mercato assai notevoli nella Cina contadina interna. Lo sviluppo della Cina riguarda quindi essenzialmente la Cina marittima, non tutta la Cina con la sua quarta parte della popolazione mondiale.
Soprattutto, poi, è uno sviluppo che ha in se stesso le ragioni di un futuro suo rallentamento in tempi non lunghi [3]. Senza contare che già, così com’è, lo sviluppo della Cina non fa alzare di molto lo sviluppo complessivo mondiale, perché da un lato lo incrementa con i suoi incrementi di prodotto, ma da un altro lo frena con le sue esportazioni che riducono spazi di mercato per altri, e con le sue domande energetiche che rialzano il costo dell’uso di energia della produzione mondiale. Per
quanto riguarda lo sviluppo degli Stati Uniti, si tratta ormai di uno sviluppo parassitario, il cui parassitismo, sostenuto da una potenza militare e politica prevalente su ogni altro paese, consiste nel fatto che la sua condizione è il rallentamento dello sviluppo di altre aree del mondo, e cioè dell’Europa, dell’America Latina e dell’Asia orientale. La politica monetaria costantemente restrittiva della Banca centrale europea, sulla base dei famosi parametri di Maastricht, rallentando
lo sviluppo europeo con una domanda interna insufficiente ad alimentarlo, è la condizione dello sviluppo americano. Una maggiore circolazione monetaria in Europa, se da un lato promuoverebbe lo sviluppo dell’Europa stessa, dall’altro ne svaluterebbe la moneta rispetto al dollaro, facendo collassare l’economia americana sotto il peso del suo gigantesco deficit commerciale con l’estero. Proviamo a capire meglio.
venerdì 5 luglio 2013
La sinistra rivelata/4
Continuo la pubblicazione del capitolo 2 de "La sinistra rivelata".
(M.B.)
Alla parte precedente Alla parte seguente
Sinistra e competitività.
Su “La Repubblica” del 16 marzo 2005 è comparsa una vignetta di Bucchi in cui si vede un uomo che prega il suo dio e che conclude la sua preghiera dicendo “e rendi competitivi me e la mia famiglia”. C’è più verità in questa sola vignetta che in tanti degli articoli che compaiono quotidianamente sulla stampa. La verità che essa manifesta è che la competitività universale come principio regolativo della vita sociale è oggi il postulato comunemente condiviso di ogni giudizio e di ogni interpretazione delle vicende del nostro tempo. Sindacati operai e organizzazioni padronali concordano nella richiesta di “più competitività del sistema”, destra e sinistra si rimproverano reciprocamente di non promuovere abbastanza la competitività. Nessuna epoca ha avuto un postulato o un mito insieme così poco intelligente e così dannoso. La competitività, infatti, può effettivamente migliorare le prestazioni in qualche campo particolare [1], ma in tutti gli altri risulta generatrice di inefficienza, di danno sociale, di corruzione morale, di umiliazione del merito vero, di ascesa degli incapaci ai posti di comando, e anche di ridicolo. L’accecamento mentale prodotto dall’ideologia neoliberista rende sorprendenti queste ovvietà, perché un ossessivo imbonimento dei cervelli fa credere che la logica della competizione faccia emergere i più capaci, selezioni le competenze, promuova l’efficienza. E’ facile rendersi conto che queste affermazioni sono false: l’agricoltura competitiva è quella che droga e avvelena i suoli con fertilizzanti chimici e pesticidi; l’allevamento competitivo è quello che produce carni gonfiate, prive di sapore, piene di antibiotici; i trasporti competitivi sono quelli che riducono il personale, la manutenzione e quindi la sicurezza del servizio; le banche competitive sono quelle che licenziano impiegati e rifilano titoli spazzatura ai propri clienti; la medicina competitiva è quella che rifiuta di far arrivare i farmaci salvavita agli ammalati dei paesi poveri; le scuole competitive sono quelle dove si moltiplicano le attività di pura immagine e non si insegna più nulla di organico.
(M.B.)
Alla parte precedente Alla parte seguente
Sinistra e competitività.
Su “La Repubblica” del 16 marzo 2005 è comparsa una vignetta di Bucchi in cui si vede un uomo che prega il suo dio e che conclude la sua preghiera dicendo “e rendi competitivi me e la mia famiglia”. C’è più verità in questa sola vignetta che in tanti degli articoli che compaiono quotidianamente sulla stampa. La verità che essa manifesta è che la competitività universale come principio regolativo della vita sociale è oggi il postulato comunemente condiviso di ogni giudizio e di ogni interpretazione delle vicende del nostro tempo. Sindacati operai e organizzazioni padronali concordano nella richiesta di “più competitività del sistema”, destra e sinistra si rimproverano reciprocamente di non promuovere abbastanza la competitività. Nessuna epoca ha avuto un postulato o un mito insieme così poco intelligente e così dannoso. La competitività, infatti, può effettivamente migliorare le prestazioni in qualche campo particolare [1], ma in tutti gli altri risulta generatrice di inefficienza, di danno sociale, di corruzione morale, di umiliazione del merito vero, di ascesa degli incapaci ai posti di comando, e anche di ridicolo. L’accecamento mentale prodotto dall’ideologia neoliberista rende sorprendenti queste ovvietà, perché un ossessivo imbonimento dei cervelli fa credere che la logica della competizione faccia emergere i più capaci, selezioni le competenze, promuova l’efficienza. E’ facile rendersi conto che queste affermazioni sono false: l’agricoltura competitiva è quella che droga e avvelena i suoli con fertilizzanti chimici e pesticidi; l’allevamento competitivo è quello che produce carni gonfiate, prive di sapore, piene di antibiotici; i trasporti competitivi sono quelli che riducono il personale, la manutenzione e quindi la sicurezza del servizio; le banche competitive sono quelle che licenziano impiegati e rifilano titoli spazzatura ai propri clienti; la medicina competitiva è quella che rifiuta di far arrivare i farmaci salvavita agli ammalati dei paesi poveri; le scuole competitive sono quelle dove si moltiplicano le attività di pura immagine e non si insegna più nulla di organico.
venerdì 21 giugno 2013
La sinistra rivelata/3
Seconda parte del capitolo 2 de "La sinistra rivelata"
(M.B.)
Alla parte precedente Alla parte seguente
Sinistra e sviluppo
Cerchiamo ora di discutere in modo più approfondito le tesi di chi sostiene da sinistra l’opportunità e la necessità di rilanciare lo sviluppo. Per farlo, partiamo da un testo che argomenta questa tesi in un modo serio e approfondito. Si tratta di un recente libro di Andrea Ricci[1], che si impegna ad offrire, come dice il sottotitolo, “Proposte per una politica economica di sinistra”.
(M.B.)
Alla parte precedente Alla parte seguente
Sinistra e sviluppo
Cerchiamo ora di discutere in modo più approfondito le tesi di chi sostiene da sinistra l’opportunità e la necessità di rilanciare lo sviluppo. Per farlo, partiamo da un testo che argomenta questa tesi in un modo serio e approfondito. Si tratta di un recente libro di Andrea Ricci[1], che si impegna ad offrire, come dice il sottotitolo, “Proposte per una politica economica di sinistra”.
sabato 15 giugno 2013
La sinistra rivelata/2
Continuo la pubblicazione di alcuni brani tratti da "La sinistra rivelata". Pubblicherò in varie puntate il capitolo 2 del libro, dedicato a sviluppo, decrescita e sinistra. Lo sviluppo è indicato, nel libro, come uno dei postulati del "capitalismo assoluto", che non può essere messo in discussione dalla sinistra che vuole accedere al potere. Ricordo che il libro è stato scritto prima del 2007.
(M.B.)
Alla parte seguente
Lo sviluppo, un dogma in crisi
L'ultimo dei postulati del capitalismo assoluto che vogliamo discutere è quello relativo allo sviluppo, inteso come crescita indefinita del Prodotto Interno Lordo. Il postulato può essere formulato nel modo seguente.
(...)Il fine della politica è favorire lo sviluppo. Tutti i problemi sociali devono essere affrontati attraverso lo sviluppo e solo i problemi ai quali lo sviluppo può dare una risposta possono essere affrontati.
Discutiamo tale postulato in un capitolo a parte perché ha bisogno di una trattazione più approfondita, e questo per tre motivi. In primo luogo esso ha carattere più fondamentale rispetto a quelli precedentemente discussi, rappresenta cioè il vero principio irrinunciabile del capitalismo assoluto. In secondo luogo lo sviluppo appare oggi come una realtà in crisi, almeno in regioni significative del pianeta, fra le quali l’Europa, e l’Italia in particolare. Questo implica che uno dei cavalli di battaglia di tutte le forze politiche nei nostri paesi è il rilancio dello sviluppo, e occorre quindi discutere cosa significa e cosa comporta tale rilancio. In terzo luogo il dogma che lo sviluppo sia sempre e comunque un fatto positivo è estremamente diffuso, per cui di fronte a tale dogma occorre un ragionamento più lungo per spiegarne la nocività. Non basta, cioè, mostrare come esso sia condiviso da destra e sinistra, anzi questa è la parte più facile dell’argomentazione. A differenza dei postulati precedenti, che portano all’attacco ai diritti del lavoro o al servilismo verso le guerre USA, nel caso del dogma dello sviluppo la sinistra non fa nemmeno finta di differenziarsi dalla destra. Ciascuno dei due schieramenti vuole presentarsi come quello che aiuta lo sviluppo e rimprovera all’altro schieramento di non fare abbastanza per lo sviluppo.
(M.B.)
Alla parte seguente
Lo sviluppo, un dogma in crisi
L'ultimo dei postulati del capitalismo assoluto che vogliamo discutere è quello relativo allo sviluppo, inteso come crescita indefinita del Prodotto Interno Lordo. Il postulato può essere formulato nel modo seguente.
(...)Il fine della politica è favorire lo sviluppo. Tutti i problemi sociali devono essere affrontati attraverso lo sviluppo e solo i problemi ai quali lo sviluppo può dare una risposta possono essere affrontati.
Discutiamo tale postulato in un capitolo a parte perché ha bisogno di una trattazione più approfondita, e questo per tre motivi. In primo luogo esso ha carattere più fondamentale rispetto a quelli precedentemente discussi, rappresenta cioè il vero principio irrinunciabile del capitalismo assoluto. In secondo luogo lo sviluppo appare oggi come una realtà in crisi, almeno in regioni significative del pianeta, fra le quali l’Europa, e l’Italia in particolare. Questo implica che uno dei cavalli di battaglia di tutte le forze politiche nei nostri paesi è il rilancio dello sviluppo, e occorre quindi discutere cosa significa e cosa comporta tale rilancio. In terzo luogo il dogma che lo sviluppo sia sempre e comunque un fatto positivo è estremamente diffuso, per cui di fronte a tale dogma occorre un ragionamento più lungo per spiegarne la nocività. Non basta, cioè, mostrare come esso sia condiviso da destra e sinistra, anzi questa è la parte più facile dell’argomentazione. A differenza dei postulati precedenti, che portano all’attacco ai diritti del lavoro o al servilismo verso le guerre USA, nel caso del dogma dello sviluppo la sinistra non fa nemmeno finta di differenziarsi dalla destra. Ciascuno dei due schieramenti vuole presentarsi come quello che aiuta lo sviluppo e rimprovera all’altro schieramento di non fare abbastanza per lo sviluppo.
sabato 25 maggio 2013
La sinistra rivelata/1
Inizio con questo post la pubblicazione di alcuni brani tratti da "La sinistra rivelata", scritto assieme a Massimo Bontempelli e pubblicato dalle edizioni Massari nel 2007.
(M.B.)
La logica del capitalismo assoluto.
(...) Abbiamo fin qui descritto i postulati comuni a tutte le forze politiche abilitate a governare un paese occidentale nell’attuale contesto storico. Descrivere qualcosa così come i fatti univocamente ce lo mostrano non significa tuttavia spiegarlo. Per spiegare qualcosa, infatti, non basta comprovarne l’esistenza, ma occorre chiarire il perché della sua esistenza, ovvero il processo reale che l’ha resa necessaria. Nel nostro caso si tratta di trovare un perché al fatto che la sinistra, soltanto alcuni decenni fa forza di emancipazione delle classi lavoratrici e di riduzione delle ingiustizie sociali, agisca oggi a partire da postulati che ha in comune con la destra e che comportano l’approfondimento delle diseguaglianze, dello sfruttamento, dell’insicurezza e dell’irrazionalità.
(M.B.)
La logica del capitalismo assoluto.
(...) Abbiamo fin qui descritto i postulati comuni a tutte le forze politiche abilitate a governare un paese occidentale nell’attuale contesto storico. Descrivere qualcosa così come i fatti univocamente ce lo mostrano non significa tuttavia spiegarlo. Per spiegare qualcosa, infatti, non basta comprovarne l’esistenza, ma occorre chiarire il perché della sua esistenza, ovvero il processo reale che l’ha resa necessaria. Nel nostro caso si tratta di trovare un perché al fatto che la sinistra, soltanto alcuni decenni fa forza di emancipazione delle classi lavoratrici e di riduzione delle ingiustizie sociali, agisca oggi a partire da postulati che ha in comune con la destra e che comportano l’approfondimento delle diseguaglianze, dello sfruttamento, dell’insicurezza e dell’irrazionalità.
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