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lunedì 24 novembre 2014

La Caporetto del ceto politico

PD: 16,5 %
Lega: 7,5 %
M5S: 5,5 %
FI+FDI+NcD: meno del 6

Queste sono le percentuali reali del voto in Emilia-Romagna. Se ad esse si aggiungono i risultati raggiunti da liste minori, si arriva al 38% di aventi diritto al voto. Alle scorse regionali, nel 2010, il dato era stato del 68%. Alle politiche di un anno e mezzo fa del 82%.
Ancora una volta le elezioni amministrative si rivelano la cartina di tornasole della disaffezione (e del disgusto) dei cittadini. Ne avevamo parlato due anni e mezzo fa. Le medesime considerazioni di allora valgono per l'oggi, amplificate.
Qualcuno ha provato a minimizzare la voragine che si è aperta nella regione che, un tempo, era quella dove più alta era la partecipazione popolare alle elezioni. Per esempio, qualcuno ha provato a spiegare che quanto è avvenuto è dovuto al fatto che il PD, di fatto, non aveva avversari. Argomento senza consistenza: la "sinistra", nelle sue metamorfosi, non ha mai avuto avversari competitivi in Emilia.
Qualcun'altro ha avanzato l'ipotesi che siano stati i vari scandali che hanno interessato sia il Consiglio regionale sia la Giunta emiliana ad aver provocato l'esodo dalle urne. Ma non è la prima volta che si vota all'indomani di simili scandali; e un crollo del genere non si era mai neanche sognato.
Le ragioni di quanto avvenuto sono molto, molto più profonde. Ed hanno a che fare con la trasformazione del regime politico in cui viviamo.
Ci sarà tempo per produrre analisi adeguate ai tempi. Per ora, solo una raccomandazione: non dite che Renzi ha vinto e la Lega vola, per piacere. (C.M.)

lunedì 17 novembre 2014

"L'euro? Non ci è mai piaciuto". Novità dal ceto politico

Raffaele Fitto, ras delle preferenze in Puglia e nel mezzogiorno d'Italia, si appresta a diventare coordinatore di Forza Italia; non casualmente, organizza un seminario anti-euro (cui parteciperanno i soliti nomi: Savona, Rinaldi, Barra Caracciolo).
Tutto ciò non stupisce. In fin dei conti, a chiacchiere il partito di Berlusconi è sempre stato su posizioni variamente euroscettiche.
Stupisce di più (ma anche qui fino a un certo punto) il fatto che a posizioni timidamente anti-euro stiano approdando anche diversi esponenti della sinistra PD.
Già conosciamo le posizioni di Stefano Fassina. Qualcuno ha anche parlato di un pronunciamento anti-euro di Gianni Cuperlo, ma non è stato possibile verificare tale dato.
La novità vera è rappresentata da quanto viene pubblicato dal sito Idee Controluce.
Tale associazione è una specie di ripostiglio per nostalgie ex-PCI . Si ad esempio legga questo meraviglioso pezzo di Pierluigi Bersani, che traccia la linea da Togliatti ai giorni nostri.
L'associazione ha recentemente pubblicato la seguente monografia: A quali condizioni può sopravvivere l'euro? Autore e titolo del primo saggio non lascia molto spazio all'immaginazione: "Un'ipotesi da non esorcizzare", di Vladimiro Giacché. Chissà a cosa si riferisce.
E' molto chiaro anche il saggio di Claudio Sardo.  Una frase, tanto per capire dove si va a parare:
Forse discutere apertamente della crisi dell’euro è diventato per noi un tabù proprio perché non riusciamo neppure a immaginarci in uno scenario di fallimento. Eppure il tabù va infranto.
Per togliere ogni dubbio, Idee Controluce ha pubblicato un pezzo di Alberto Bagnai.
E come se non bastasse Alfredo D'Attorre, colonnello bersaniano e fiero oppositore di Renzi, ha concesso al Foglio la seguente intervista: Caro renzi, occhio, con questa Europa tornerà presto la Lira. Cogliamo fior da fiore:

Perché il problema dell’Italia, inutile prendersi in giro, è più complesso del gioco sui decimali, e coincide con la parola euro”. D’Attorre prosegue il suo ragionamento. “Mi stupisco che un presidente del Consiglio che ha fatto del coraggio la sua cifra politica non abbia messo a tema il vero problema dell’Italia e più in generale dell’Europa. L’euro così com’è oggi non è più sostenibile e sono convinto che non possa continuare a esistere una moneta unica senza che dietro questa ci siano un governo politico e uno economico capaci di gestire il bilancio dell’Eurozona”.
Chiediamo al deputato del Pd: uscire dall’euro è una sciocchezza o è diventata una possibilità?
“Non credo alla tesi dei due euro. Credo ci siano due alternative concrete: o avviare un percorso federale che consenta alla nostra moneta di restare in piedi oppure si torna indietro alle monete nazionali ripristinando quella sovranità politica che gli attuali meccanismi europei oggettivamente non ci consentono. La situazione oggi non è sostenibile. E questo deficit democratico è ovviamente alla base delle manifestazioni di dissenso che, in varie forme, stiamo osservando tutti in molti paesi della zona euro”.

Se vi sembra poco, considerate che da quelle parti si partiva dall'idea che si dovesse morire per Maastricht.
Beppe Grillo, il cui movimento ha ormai abbandondato qualsiasi precauzione sulla polemica contro l'euro, ha dimostrato un anno e mezzo fa che le posizioni euroscettiche potevano incontrare un consenso di massa. Matteo Renzi ha dimostrato che anche presso l'establishment le condizioni dei trattati europei possono essere sottoposte a ripensamento. In queste fessure del muro di gomma del sostegno ad euro e UE stanno passando tutti gli esponenti più rilevanti del ceto politico nazionale.  E' ormai finita l'era del Ce lo chiede l'Europa. E' iniziata la stagione del trasformismo neo-patriottico. (C.M.)


Alluvioni. Due autocitazioni e un'osservazione finale

 Marino Badiale

A proposito degli ultimi problemi meteorologici, che mi hanno impedito di partecipare ad una iniziativa a Torino (vedi post di ieri), mi permetto due autocitazioni, alle quali aggiungo un commento alla fine.

“Proviamo a fare qualche esempio, che spero chiarisca cosa intendiamo qui per “irrazionalismo”. Da diversi anni si ha in Italia il fenomeno che le normali piogge autunnali causano allagamenti e disagi. È un fenomeno che indica con chiarezza una netta e sorprendente incapacità, da parte di un paese avanzato come l'Italia, di affrontare alcuni problemi di base di gestione del territorio, di fronte a problemi meteorologici che non appaiono così eccezionali. Probabilmente ogni tanto le piogge autunnali sono un po' più abbondanti del solito. Ma stiamo parlando comunque di piogge autunnali in un paese di clima temperato, non di uragani tropicali a Mondovì o dello scioglimento di tutti i ghiacciai della Terra o dell'aumento di dieci metri del livello dei mari. Ricordiamo adesso come, da qualche anno a questa parte, tutti i più importanti media esaltino i nuovi ritrovati delle tecnologie informatiche e le nuove possibilità che essi aprono all'economia e alla cultura. Ecco allora un'osservazione che si impone a chiunque si dia la pena di riflettere, e che la cultura di massa evita accuratamente di considerare significativa: com'è possibile che il progresso permetta di avere, per esempio, i cellulari collegati a internet, ma non si riesca a impedire che le piogge d'autunno uccidano un certo numero di persone? Cos'è mai questo progresso, chi lo dirige, chi decide che su certi temi si investono soldi ed energie mentre altri problemi sono lasciati al caso e alla bontà del cielo?”
(M.Badiale, Difficili mediazioni, Aracne 2008, pag.36).


“La prima cosa che dovrebbe essere chiesta ai politici, e di cui essi mancano del tutto a destra, al centro e a sinistra, suscitando ciò nonostante una indignazione molto inferiore a ciò che sarebbe naturale, è l'attenzione verso ogni grave fattore di disagio a cui vengono richiamati dalle persone. Faccia il lettore un esperimento mentale. Immagini che in una qualsiasi città (escludendo quindi i piccoli borghi, perché lì il sindaco è talvolta vicino ai suoi compaesani, non in quanto politico, ma appunto in quanto compaesano), un qualsiasi cittadino, senza usare alcuna violenza, senza entrare in un gruppo di pressione, e senza usare forme drammatiche di protesta, segnali un suo grave fattore di disagio: ad esempio, è sotto sfratto e non ha altra casa dove andare ad abitare, oppure ha un congiunto invalido che non è in grado di assistere, oppure non gli arriva ai rubinetti che acqua inquinata, oppure non può arrivare a casa senza passare per una strada deserta e non illuminata dove si sono verificate aggressioni, oppure deve attraversare in bicicletta una rotonda dove sono all'ordine del giorno investimenti da parte degli automobilisti, oppure abbia qualche altro problema. Immagini il lettore che il cittadino faccia presente il suo disagio a qualche autorità deputata a interessarsi di cose di questo genere e a risolverle. Ripetiamo: senza usare una qualche forma di pressione, ma semplicemente segnalando il proprio problema di cittadino. Si prosegua nell'esperimento mentale: che cosa succederà? Niente. Nessuno presterà attenzione al suo disagio. Ecco: questa disattenzione come regola segnala che abbiamo a che fare non con politici, ma con miserabili politicanti.”
(M.Badiale, M.Bontempelli, La sfida politica della decrescita, Aracne 2014, pag.99-100)

Il senso dell'accostare queste due citazioni spero risulti chiaro: alluvioni e disagi si ripetono da anni, inducendo giornali e telegiornali a ripetere sempre gli stessi titoli, senza che nessuno faccia realmente qualcosa per attaccare il problema della cattiva gestione del territorio, in Liguria e in tutta l'Italia. Questo perché incidere seriamente su questo problema vuol dire rimettere in discussione tutte le nozioni accettate di progresso, sviluppo e così via. E una classe di politicanti che è semplicemente un'articolazione di un ceto dominante a cui non interessa più nulla del benessere dei cittadini, non ha nessun interesse a impegnarsi in questo. Questo significa semplicemente che per poter pensare di affrontate questo problema occorre spazzare via l'intero ceto politico. Ma gli insegnamenti delle disavventure idrogeologiche di queste settimane non si limitano a questo. Se per esempio parliamo dell'uscita dall'euro, sappiamo tutti, e lo abbiamo detto e scritto, che non sarà una passeggiata, che ci saranno problemi da risolvere e prezzi da pagare. Ma come si può pensare di affrontare questi problemi con una classe politica che non è capace neppure di impedire il ripetersi di drammi e morti dovuti al fatto che d'autunno piove (come credo succeda, nel nostro paese, più o meno dalla fine dell'ultima glaciazione)? A me sembra evidente che la richiesta di uscita da euro e UE deve accompagnarsi alla creazione di nuove forze politiche che distruggano e facciano sparire le attuali. Non sarà facile, la porta è davvero stretta, ma di questo ha già detto, meglio di me, uno che se intendeva:

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi sono quelli che la trovano (Matteo 7:13-14)”

martedì 1 luglio 2014

L'ironia del ceto politico

A volte accadono cose meravigliose. Giorni fa, a Genova, hanno arrestato i consiglieri regionali del gruppo "Diritti&Libertà" (ex-IdV) ancora a piede libero. Oggi nasce il gruppo dei transfughi di SeL, approdati alla corte di Renzi: si chiamerà Libertà&Diritti... (C.M.)

martedì 27 maggio 2014

It's All About Italy

L'ufficio studi della Jp Morgan, di cui abbiamo già potuto apprezzare le analisi, è convinto che la vittoria di Matteo Renzi renda l'Italia più forte a livello europeo, e più stabile l'Unione nel suo complesso. Cerchiamo di capire perché.

Occorre sottolineare che il PD di Renzi è stato il soggetto politico più votato in Europa, in termini assoluti (11 milioni e centomila suffragi contro i 10 milioni e trecentomila della portaerei di Angela Merkel, la CDU-CSU); in termini percentuali è superato solo dal Fidesz di Viktor Orbàn, dominatore incontrastato dell'Ungheria (51%). Ma Fidesz non è certo quel che si definirebbe una forza europeista; invece il PD di Renzi lo è, entusiasticamente. Questo partito, pur sommando due caratteristiche che in questi anni non hanno certo giovato dal punto di vista elettorale, e cioè l'europeismo e il trovarsi al governo, stravince nelle urne, in assoluta controtendenza rispetto allo scenario europeo. 

Preme rammentarlo: le forze politiche "sistemiche", in primo luogo quelle riconducibili alle famiglie del PSE e del PPE, sono naufragate in molti importanti contesti nazionali. Esse si trovano sotto shock, se non apertamente in rotta, in Grecia, in Francia, nel Regno Unito, in Spagna. E ovunque raccolgono consenso liste, se non anti-euro, perlomeno eurocritiche. 

Apparentemente si è trattato di una generale debacle dei partiti socialisti- e il desolante risultato elettorale del PS di Hollande sembra eloquente in tal senso. Eppure, ad un occhio più attento, queste giornate di fine maggio potrebbero rivelarsi una grande vittoria della socialdemocrazia europea e del suo programma politico.  
È abbastanza evidente che, in questi mesi, si sia creato un asse tra la socialdemocrazia tedesca e il nuovo PD renziano. Il 27 febbraio di quest'anno, cinque giorni dopo la nomina a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ricevette in visita ufficiale il Presidente del Parlamento Europeo, nonché leader de facto della SPD, Martin Schulz. I due si sarebbero reincontrati il primo marzo, in occasione del Congresso del PSE, celebratosi a Roma. Per quanto possa apparire paradossale, si deve a Renzi, un democristiano, l'ingresso del PD nella compagine dei socialisti europei.
Entrambi i soggetti avevano e hanno una reciproca convenienza a collaborare. Martin Schulz contava molto sul successo elettorale del PD per ottenere un buon risultato del PSE all'Europarlamento; a Renzi serviva un alleato a Berlino per assicurarsi che la Germania avrebbe dato il proprio consenso ad un allentamento dei parametri europei. Tutti e due condividevano il medesimo progetto politico: salvare l'euro e l'Unione Europea mediante un progressivo smantellamento dell'austerità sul piano continentale, e proseguire lungo il percorso dell'accentramento di poteri e competenze presso le istituzioni europee (essenzialmente Commissione e BCE).
E ora hanno vinto. 
Lo scenario complessivo è già stato descritto qui, qui e anche qui

Già nel corso del 2011-2012 il ceto politico-tecnocratico italiano, con Draghi e Monti, riuscì nell'impresa di salvare l'eurozona dalla dissoluzione. Facendo sudare sangue agli italiani, questo ceto riuscì a imporre una propria leadership nello scenario europeo. L'esito delle elezioni del 2013 mandò all'aria molti piani, e per circa un anno l'Italia non ha preso iniziative importanti in ambito UE. Dopo le elezioni europee, considerando che Londra ha già un piede fuori dall'Unione, e Hollande li ha entrambi nell'immondezzaio della storia, il timone europeo torna nelle mani degli italiani, ovviamente col consenso tedesco: c'è già chi parla di nuovo asse Roma-Berlino. Il presidente della BCE già promette una svolta monetaria espansiva e anti-deflazione. Il rilancio dell'Unione e della moneta unica sarà suggellato, e non solo a livello simbolico, dal semestre di presidenza italiano.

Il ceto politico italiano è intimamente convinto di non poter esercitare alcuna influenza, a livello globale, al di fuori del perimetro del progetto europeista. Questa è la grande differenza con gli establishment degli altri paesi dell'Europa Occidentale. Questa convinzione è condivisa dalla maggioranza (sia pur relativa) degli italiani, che hanno votato di conseguenza. Del resto le idee dominanti sono quelle della classe dominante. (C.M.)


Appendice 

Il 15 maggio, chiedendoci perché, secondo alcuni sondaggi, il consenso degli italiani alla UE fosse crollato, scrivevamo:

 è molto probabile il disgusto per la classe politica, che in Italia ha raggiunto picchi inusitati, abbia trascinato con sé anche l'atteggiamento nei confronti dell'Europa. (...)

Negli altri paesi il discredito per la classe politica non ha ancora superato i livelli di guardia: il sistema ancora "tiene". Conseguentemente, "tengono", presso l'opinione pubblica, tutte le componenti del blocco dominante, istitutuzioni europee incluse. 

Va da sé che si tratta di mere ipotesi. Tuttavia, se si dimostrassero veritiere, lo scenario che si aprirebbe davanti a noi sarebbe molto interessante; vorrebbe dire che, attualmente, il vero punto debole dell'Unione Europea è il ceto politico italiano, che esso è l'unica autentica falla che sembra essersi aperta in quella che altrimenti appare come una fortissima corazzata.

Le ipotesi sono formulate per l'eventualità che vengano smentite dai fatti. I fatti ci dicono che la corazzata europea trova in Italia il proprio bacino di carenaggio

Tuttavia, ritengo che l'analisi appena richiamata avesse un suo fondo di ragionevolezza: in nessun paese europeo il ceto politico nel suo complesso soffre di una particolare condizione di debolezza che invece registriamo in Italia, ossia la dipendenza strutturale di quel ceto dalle sorti di una sola persona: Matteo Renzi. Se Renzi fosse risultato sconfitto alle urne il ceto politico sarebbe rimasto decapitato, diffondendo il caos nelle file della classe politica, minando alle fondamenta il complesso dell'euro. Fino a poche ore fa era aperta, in Italia, una finestra d'opportunità per sbarazzarsi del ceto politico; ora questa finestra si è bruscamente chiusa.
L'Europa si trovava dunque ad un bivio, il 25 maggio: in Italia avrebbe trovato il proprio rilancio o la propria crisi. Sappiamo come è andata.

lunedì 19 maggio 2014

Ancora sul ceto politico

Continuo il discorso sul ceto politico, iniziato in un paio di post di qualche tempo fa (questo e questo) che avevano suscitato un po' di dibattito fra i nostri lettori. Poiché alcuni passaggi di quei post erano forse un po' stringati, provo adesso ad argomentare le mie tesi in modo più disteso, cercando di inserirle nelle riflessioni che vado facendo da tempo.
Tempo addietro, in una serie di lavori scritti assieme a Massimo Bontempelli, (per esempio questo e questo) avevamo introdotto la nozione di “capitalismo assoluto”, con la quale cercavamo di esprimere quello che ci sembrava uno degli aspetti più significativi dell'attuale organizzazione sociale ed economica, il fatto cioè che negli ultimi decenni la logica capitalistica del profitto si è estesa all'intero ambito sociale. Riporto un passaggio tratto da “La Sinistra rivelata”, che sintetizza questi concetti:


“Si tratta della completa pervasività sociale del capitalismo storico (…) ogni aspetto della società umana, compresi i corpi biologici degli individui e i caratteri della loro personalità, viene sussunto sotto il capitale come materia della produzione capitalistica (…). Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata. Esso è assoluto perché la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L'azienda, cioè l'istituzione che promuove la produzione e la circolazione della merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l'alfa e l'omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l'ospedale, persino la scuola, e persino l'intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l' “azienda-Italia”.
(M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, pagg.171-172)”

giovedì 15 maggio 2014

Il tracollo

Segnaliamo i risultati di un importante sondaggio della Pew Research. È una ricerca sul rapporto tra i cittadini europei e le istituzioni comunitari, nonché con alcuni temi di interesse generale. Alcuni dati non soprendono: oltre due terzi dei cittadini UE intervistati critica l'Unione in quanto impermeabile alle istanze democratiche, e ha scarsa fiducia nel parlamento europeo. Altri sono più inaspettati: si scopre che l'appartenenza ideologica, nel determinare il giudizio sull'Europa, non gioca lo stesso ruolo in tutti i paesi. Da noi, come è noto, chi è di sinistra mediamente riserva un giudizio migliore di chi è di destra; pare che sia così anche in Germania e nel Regno Unito. Le posizioni sono meno divaricate in Francia; ma in alcuni paesi, tra cui Spagna e Grecia, il sostegno di destra all'Unione è molto più forte di quello che viene da sinistra.

Molti dati interessanti, dunque. Ma ciò su cui vorrei richiamare l'attenzione è questa immagine. 


Non a caso il titolo della ricerca può essere tradotto come "il rimbalzo del consenso alla UE".  Vediamo che, dopo gli anni horribiles  2012-2013, tale consenso tenda a tornare a livelli "normali" tra il 2013 e il 2014. La crescita media è del 6%. Notiamo come si verifichi una vera e propria rinascita dell'europeismo in Francia, e come persino nel Regno Unito il consenso alla UE superi la soglia psicologica del 50%; cresce persino in Grecia e Spagna.
Qual è l'unico paese in controtendenza?
Già.
Diamo per scontato, per amore di ragionamento, che questi dati corrispondano a qualcosa di autentico. Sinceramente non riesco a immaginare cosa possa aver generato un aumento dei favori verso le istituzioni comunitarie in Francia e in Regno Unito. Il tracollo che si è verificato in Italia è invece più plausibile, in teoria: in pratica è sorprendente, perché è in controtendenza con i dati degli altri paesi, e soprattutto con quelli riferibili a nazioni che hanno sofferto la crisi più di noi, ossia Grecie e Spagna. 
Si possono fare varie ipotesi. In primo luogo è lecito supporre che il malcontento italiano sia dovuto alle scarse performance dell'economia nazionale, rispetto ai "miglioramenti" che vivono gli altri PIGS. C'è anche l'ipotesi Via Crucis: dato che ci troviamo alcune stazioni indietro rispetto al percorso di martirio intrapreso da paesi come la Grecia, stiamo vivendo oggi ciò che loro hanno vissuto tra il 2011 e il 2012; e mentre loro provano un relativo sollievo al termine della tortura, noi ancora non riusciamo a vederne la fine. 
Può darsi. Ma proviamo a prendere in considerazione altri dati.

Se si lascia il terreno economico per spostarsi su quello prettamente politico, ciò che distingue l'Italia da TUTTI gli altri paesi europei è la presenza di una forza come il M5S. Non esiste nulla di paragonabile in nessun altro contesto nazionale. Ora, il tratto pregnante dei 5 stelle non è costituito tanto dal profilo sostanziale dei contenuti programmatici: dopotutto non si tratta di proposte così dissimili da quelle, che so, dei Verdi. Ciò che caratterizza questo Movimento è un dato di ordine formale: la sua proposta fondamentale è la riforma della democrazia rappresentativa mediante l'abolizione del ceto politico.Quel che viene avanzata dunque è un'ipotesi di diversa selezione della classe dirigente, prima che la soluzione a determinati problemi pratici.
Lasciamo da parte il problema se il Movimento abbia qualche possibilità di realizzare tale programma, e se davvero incarni con coerenza i profili di una vera democrazia. Resta il fatto che i 5 stelle hanno avuto un grande successo. Tale successo non è stato determinato tanto da meriti propri, quanto dai demeriti del nostro orrendo ceto politico. È la rivolta contro questo ceto che caratterizza e distingue la politica italiana sulla scena europea.
E qui veniamo al punto: è molto probabile il disgusto per la classe politica, che in Italia ha raggiunto picchi inusitati, abbia trascinato con sé anche l'atteggiamento nei confronti dell'Europa. Gli italiani, giustamente, percepiscono come facenti parte di uno medesimo blocco di potere sia le istituzioni europee, sia il ceto politico; e del resto è proprio il ceto politico che ci ha messo alla mercé delle istituzioni europee  (come argomentato qui e qui). 
Negli altri paesi il discredito per la classe politica non ha ancora superato i livelli di guardia: il sistema ancora "tiene". Conseguentemente, "tengono", presso l'opinione pubblica, tutte le componenti del blocco dominante, istitutuzioni europee incluse. 

Va da sé che si tratta di mere ipotesi. Tuttavia, se si dimostrassero veritiere, lo scenario che si aprirebbe davanti a noi sarebbe molto interessante; vorrebbe dire che, attualmente, il vero punto debole dell'Unione Europea è il ceto politico italiano, che esso è l'unica autentica falla che sembra essersi aperta in quella che altrimenti appare come una fortissima corazzata. (C.M.)

lunedì 23 luglio 2012

Trattativa Stato-mafia, da Salvo Lima a Napolitano

Invitiamo i lettori ad ascoltare questa lunga ricostruzione delle vicende relative alla trattativa fra Stato e mafia, culminate nel recente conflitto di attribuzioni sollevato da Napolitano contro la procura di Palermo.
Con questo gesto vergognoso, il peggior presidente della Repubblica della storia d'Italia cerca di ottenere la distruzione dei nastri su cui sono state registrate le sue conversazioni con Nicola Mancino.
Unendo i diversi tasselli di questa agghiacciante vicenda, Travaglio mostra lo stato di degenerazione a cui è giunto l'intero ceto politico italiano.
                                                                                                                  (F.T.)

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Quinta e ultima parte




mercoledì 9 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

Un motivo di conforto


Nelle discussioni politiche torna sempre, in un modo o nell'altro, il "tormentone" dell'unità della sinistra (o delle sinistre). Ci sono svariati argomenti politici che potrebbero essere portati contro questa idea, ma qui vogliamo concentrarci su un argomento di tipo in senso lato sociologico: l'unità della sinistra, infatti, sarebbe necessariamente espressione di una ben precisa realtà socioculturale, quella del "popolo di sinistra", che infatti chiede sempre a gran voce una tale unità. Ora, un punto fondamentale per capire la realtà dell'Italia contemporanea è la comprensione della totale negatività
che ha, oggi in Italia, il "popolo di sinistra".