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martedì 9 dicembre 2014

La demagogia penale e la lezione di Beccaria

Vi proponiamo adesso un esempio di demagogia populista.
Si tratta di un (progettato) intervento legislativo in materia penale; si qualifica come demagogico essenzialmente perché, invece di tendere alla risoluzione dei problemi per i quali è stato concepito, introduce regole inutili, fuorvianti e ingiustificate: tutto ciò al solo fine di fare scena, non di governare razionalmente la società.
Renzi ha promesso di inasprire le pene per la corruzione, intervenendo anche in materia di prescrizione. Torneremo su questo secondo aspetto in un'altra occasione.

 L'inasprimento delle pene per la corruzione
Attualmente le pene per la corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio (corruzione propria) vanno da 4 a 8 anni (art. 319 c.p.), mentre quelle per la corruzione per un atto dell'ufficio (corruzione impropria) corrono tra 1 e 5 anni (art. 318). Lasciamo ora da parte la fattispecie più grave di corruzione, quella in atti giudiziari (art. 319-ter).
L'annunciato intervento di Renzi dovrebbe innalzare il minimo edittale della corruzione propria da 4 a 6; ciò al fine non tanto di impedire agli imputati di "patteggiare" la pena (in virtù del meccanismo di cui al 444 c.p.p., in teoria si può patteggiare anche un tentato omicidio), quanto di far sì che non possano usufruire della sospensione condizionale della pena e sopratutto dell'affidamento in prova ai servizi sociali: grazie al gioco delle attenuanti, giungere alle soglie previste per l'attivazione di questi istituti (rispettivamente 2 e 3 anni di pena comminata) non è così difficile se si parte da un minimo di 4 anni; diventa (quasi) impossibile se si parte da 6. Ecco la ratio dell'intervento.
Balza agli occhi il fatto che in questa maniera viene parificato il minimo edittale della corruzione propria con quello della concussione (art. 317), delitto comunemente ritenuto assai più grave del mercimonio delle funzioni pubbliche. Se però si dà uno sguardo alle altre parti del Codice, si scopre che la soglia minima di 6 anni è superiore a quella prevista per i seguenti delitti:
  • Violenza sessuale (art. 609-bis), il cui minimo è 5 anni
  • Rapina a mano armata (art. 628 comma 2), 4 anni e 6 mesi
  • Estorsione (art 629), 5 anni
  • Disastro doloso (quello della vicenda Eternit), 3 anni
  • L'associazione per delinquere aggravata (art. 416, commi 2-3-4), 4 anni
  • Associazione di tipo mafioso armata (art. 416-bis, comma 4), 5 anni
  • Sequestro di persona minore (art 605 comma 3), 3 anni
  • l'abbandono di persona minore o incapace da cui derivi la morte (art. 591 comma 2), 3 anni
Ed è pari al minimo edittale delle seguenti fattispecie:
  • Sfruttamento della prostituzione minorile
  • Sfruttamenti di minori nella produzione di materiale pornografico
  • Estorsione aggravata (art. 629 comma 2)
  • Lesione personale gravissima, da cui derivi la perdita di un arto, di un senso, una malattia insanabile ovvero una deformazione (art. 583 comma 2)
  • Omicidio della persona consenziente (art. 579)
Questi paragoni dovrebbero suggerire al lettore una considerazione: che forse abbiamo un po' perso il senso della misura.
Il lettore forcaiolo però potrebbe non essere soddisfatto di questa suggestione. Potrebbe chiedersi se l'inasprimento delle pene per la corruzione, per quanto sproporzionato, non sia utile per debellare il fenomeno. La risposta tuttavia è un secco no.

Cosa andrebbe fatto in realtà
Innanzitutto occorre chiarire che l'inasprimento delle pene non avrà alcun effetto sui procedimenti in corso, quelli che tanto hanno allarmato l'opinione pubblica: si applicherà invece ai delitti di corruzione commessi all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge. Ne vedremo gli effetti tra parecchi mesi, nel migliore dei casi. Quel che conta davvero è che innalzare le pene, di per sé, non serve a nulla, se non a confezionare uno spot a misura di premier.
Il perché è facile da intuire, ma per essere chiari diamo la parola a Cesare Beccaria:

Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre maggior impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell'impunità.



Non mi sembra di poter aggiungere altro.

Il risultato da raggiungere, in tema di corruzione, non è dunque la severità del castigo, ma la sua certezza. L'unico modo per concretizzare tale certezza è di introdurre un conflitto di interessi all'interno del sodalizio tra corrotto e corruttore.

Oggi il corruttore è punito con le medesime pene del funzionario corrotto (art. 321). Ciò determina una solida comunanza di interessi tra i due soggetti, che hanno solo vantaggi dalla mutua e reciproca protezione. Ciò rende il lavoro degli inquirenti estremamente difficile, e la probabilità di essere assolti da un'accusa di corruzione piuttosto alta.

Ora, quando lo stato ha voluto realmente debellare un fenomeno, ha introdotto un conflitto di interessi all'interno del gruppo criminale. Negli anni '70 questo paese era tormentato dal fenomeno dei sequestri estorsivi. Lo stato ha stroncato tale tendenza inasprendo sì la cornice edittale (che è la più spaventosa dell'intero Codice: da 25 a 30 anni!), ma prevedendo una serie di attenuanti, di cui menzioniamo la più significativa. Art. 630 c.p, quarto comma:
 Al concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto passivo riacquisti la libertà, senza che tale risultato sia conseguenza del prezzo della liberazione, si applicano le pene previste dall'articolo 605.

L'art. 605 incrimina il sequestro semplice, con una soglia minima di pena pari a sei mesi. In pratica il concorrente che si dissocia dal gruppo di sequestratori può vedere la propria pena ridotta di 50 volte; ed appare evidente come livelli di pena così alti siano congegnati apposta per rendere estremamente appetibile la conseguenza della dissociazione.
Questo semplice esempio dimostra che il legislatore, quando vuole, sa esattamente quali strumenti attivare per realizzare un vero contrasto di un fenomeno criminale.
In quest'ottica sarebbe sufficiente abrogare l'art. 320 c.p. per spezzare la comunanza di interessi tra corruttore e corrotto, rendendo così molto più facili le indagini e infliggendo un colpo durissimo ai fenomeni corruttivi.
Se poi si volessero davvero debellare la corruzione, basterebbe introdurre un secondo comma al nostro 320: non è punibile il concorrente nel reato che, per primo, denuncia la consumazione dello stesso.
Questa disciplina si potrebbe applicare anche ai procedimenti in corso, perché non configura una nuova incriminazione, bensì un'esimente speciale, capace di dispiegare i propri effetti anche retroattivamente.
E' facile prevedere che assisteremmo, all'indomani dell'approvazione, ad una corsa a chi arriva primo all'autorità giudiziaria...
Se la soluzione appare un po' troppo forte per i palati fini e garantisti, timorosi del fatto che l'esimente rappresente un'ipotesi talmente ghiotta da spingere qualcuno ad inventarsi accuse ai danni dei propri ex-sodali, è sufficiente inserire un correttivo: estendere a questi soggetti il regime di valutazione delle dichiarazioni provenienti da imputati nel medesimo reato o in procedimenti connessi (art. 192 c.p.p., commi 2 e 3); con la conseguenza che tali dichiarazioni non sarebbero sufficienti da sole a sostenere un'accusa in giudizio, ma dovrebbero essere corroborate da ulteriori elementi che le suffraghino.
Ecco la soluzione dell'emergenza (?) corruzione in Italia. Purtroppo non è abbastanza demagogica e spettacolare per essere adottata; e sopratutto non è abbastanza innocua (bene intendenti pauca). (C.M.)

venerdì 26 settembre 2014

Ancora su De Bortoli

L'articolo di De Bortoli, di cui abbiamo parlato ieri, non è certo passato inosservato. Segnaliamo un articolo di Stefano Feltri sul "Fatto quotidiano" e uno di Vincenzo Comito sul "Manifesto".
(M.B.)

giovedì 25 settembre 2014

Siluro europeo per Renzi?

L'editoriale anti-Renzi di Ferruccio De Bortoli è molto importante. È un attacco durissimo. Come può essere interpretato? Probabilmente si tratta di un messaggio dell'establishment italiano, volto a suggerire a Matteo Renzi di piegarsi, senza resistenze, ai diktat europei. Se così fosse, si tratterebbe di un ulteriore punto in comune con l'esperienza di Berlusconi, di cui abbiamo già parlato.

sabato 20 settembre 2014

Matteo Renzi farà la fine di Berlusconi?

Vale la pena di riguardare il video nel quale Matteo Renzi aggredisce il sindacato italiano.
Il vero talento del nostro Premier è riuscire a tradurre, in maniera brillante, in pseudo-linguaggio televisivo e pubblicitario lo pseudo-pensiero neoliberista e padronale sui diritti dei lavoratori. Lo spartito è sempre il medesimo: se "Marta, 28 anni" (ecco lo pseudo-linguaggio) non trova tutele per la sua maternità, è per colpa delle sue amiche dipendenti pubbliche (ed ecco lo pseudo-pensiero). Chi non ha garanzie e diritti può prendersela con chi ancora ne ha qualcuno, la disoccupazione è responsabilità del sindacato, e così via. È un messaggio volto a rinfocolare l'odio di tutti contro tutti, e che trova terreno fertile nelle menti devastate del grande pubblica televisivo.
Sbaglia chi vede qualcosa di nuovo o repentino nell'atteggiamento di Renzi: egli ripete queste cose da quando è salito sul palcoscenico, qualche anno fa. La sua è una aggressività coerente, e per nulla inaspettata.
Il sindacato, dopo anni di compromessi, moderazione, ritirate strategiche (cioè fatte di corsa), inchini e salamalecchi si trova sotto il fuoco del capo del suo partito di riferimento. La tattica della limitazione del danno ha fatto sì che il danno si ingigantisse. Se non ci fossero di mezzo anche i nostri diritti verrebbe da dire "ben vi sta!"
Fioriscono le analogie tra Renzi e Berlusconi, di cui avevamo discusso poco tempo fa. La loro missione era ed è giungere alla totale sottomissione del lavoro italiano alle ragioni della crescita e del capitale. Nel 2011, con il pieno accordo delle istituzioni europee, Berlusconi tentò un attacco in grande stile nei confronti del lavoro italiano (vedi "Lettera della BCE"). Fallì, e fu sostituito (non che lui non fosse d'accordo). Al suo posto venne Monti, e riuscì a sferrare colpi durissimi a quanto rimaneva del welfare state di questo paese. Fu una specie di Trojka fatta in casa.
Se Renzi fallirà, se le residue forze del lavoro riusciranno ad opporsi all'azione distruttrice del suo governo, è bene tenere presente il fiorentino "farà la fine" del suo predecessore: verrà semplicemente sostituito.
Chi ha ancora intenzione di lottare dovrà dunque tenere fermo questo punto: quello cui assistiamo è solo il primo assalto. Alle spalle del ceto politico e del capitale italiano si staglia l'ombra del ceto politico e del capitale europeo. Esattamente come nel 2011.
Naturalmente ci sono delle differenze. Il Renzi di oggi è molto più forte del Berlusconi del 2011; e il pretesto dell'emergenza spread in questo momento non sussiste. Ma dal punto di vista dei lavoratori la situazione non è poi molto diversa: il primo assalto del 2014 sarà semplicemente più violento di quello del 2011, e sarà accompagnato da una propaganda ancora più fittizia e evanescente.
Ciò che conta è non ripetere gli errori del passato, non concentrarsi troppo, non demonizzare, la figura di Renzi come si è fatto con quella di Berlusconi. L'uno come l'altro rappresentano solo il primo assalto. È sulla resistenza al secondo che si decide il nostro futuro. (C.M.)

mercoledì 11 giugno 2014

Discussioni sull'austerità

Qualche giorno fa abbiamo segnalato due ipotesi sui possibili sviluppi futuri della situazione nell'eurozona. In questo articolo trovate ulteriori elementi per la comprensione delle discussioni interne ai ceti dominanti.
(M.B.)



lunedì 2 giugno 2014

Ancora sulle elezioni

Segnalo un intervento sulle elezioni europee di Leonardo Mazzei:


http://sollevazione.blogspot.it/2014/05/la-resistibile-ascesa-di-matteo-renzi.html


Mi sembra interessante notare che, a partire da uno sfondo condiviso di analisi, vi sia una differenziazione fra quanto dice Mazzei (e condiviso da molti, anche fra i lettori di questo blog) e quanto ha sostenuto Claudio Martini in vari interventi sul blog: il punto è se i ceti dominanti siano in grado di stabilizzare la situazione attuale, magari concedendo qualcosa in termini di allentamento delle politiche di austerità (e chiedendo molto, si intende, in termini di perdita di democrazia e di diritti), oppure se all'interno di euro e UE questo sia impossibile e il tavolo da gioco di Renzi e sodali sia quindi destinato a saltare. La prima è l'opinione di Claudio (ma anche di molti analisti mainstream, che ovviamente attribuiscono un segno positivo a questa eventualità), la seconda di Mazzei e di molti “antisistemici”. È una questione aperta,  e probabilmente i prossimi mesi ci daranno la risposta.
(M.B.)

martedì 27 maggio 2014

It's All About Italy

L'ufficio studi della Jp Morgan, di cui abbiamo già potuto apprezzare le analisi, è convinto che la vittoria di Matteo Renzi renda l'Italia più forte a livello europeo, e più stabile l'Unione nel suo complesso. Cerchiamo di capire perché.

Occorre sottolineare che il PD di Renzi è stato il soggetto politico più votato in Europa, in termini assoluti (11 milioni e centomila suffragi contro i 10 milioni e trecentomila della portaerei di Angela Merkel, la CDU-CSU); in termini percentuali è superato solo dal Fidesz di Viktor Orbàn, dominatore incontrastato dell'Ungheria (51%). Ma Fidesz non è certo quel che si definirebbe una forza europeista; invece il PD di Renzi lo è, entusiasticamente. Questo partito, pur sommando due caratteristiche che in questi anni non hanno certo giovato dal punto di vista elettorale, e cioè l'europeismo e il trovarsi al governo, stravince nelle urne, in assoluta controtendenza rispetto allo scenario europeo. 

Preme rammentarlo: le forze politiche "sistemiche", in primo luogo quelle riconducibili alle famiglie del PSE e del PPE, sono naufragate in molti importanti contesti nazionali. Esse si trovano sotto shock, se non apertamente in rotta, in Grecia, in Francia, nel Regno Unito, in Spagna. E ovunque raccolgono consenso liste, se non anti-euro, perlomeno eurocritiche. 

Apparentemente si è trattato di una generale debacle dei partiti socialisti- e il desolante risultato elettorale del PS di Hollande sembra eloquente in tal senso. Eppure, ad un occhio più attento, queste giornate di fine maggio potrebbero rivelarsi una grande vittoria della socialdemocrazia europea e del suo programma politico.  
È abbastanza evidente che, in questi mesi, si sia creato un asse tra la socialdemocrazia tedesca e il nuovo PD renziano. Il 27 febbraio di quest'anno, cinque giorni dopo la nomina a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ricevette in visita ufficiale il Presidente del Parlamento Europeo, nonché leader de facto della SPD, Martin Schulz. I due si sarebbero reincontrati il primo marzo, in occasione del Congresso del PSE, celebratosi a Roma. Per quanto possa apparire paradossale, si deve a Renzi, un democristiano, l'ingresso del PD nella compagine dei socialisti europei.
Entrambi i soggetti avevano e hanno una reciproca convenienza a collaborare. Martin Schulz contava molto sul successo elettorale del PD per ottenere un buon risultato del PSE all'Europarlamento; a Renzi serviva un alleato a Berlino per assicurarsi che la Germania avrebbe dato il proprio consenso ad un allentamento dei parametri europei. Tutti e due condividevano il medesimo progetto politico: salvare l'euro e l'Unione Europea mediante un progressivo smantellamento dell'austerità sul piano continentale, e proseguire lungo il percorso dell'accentramento di poteri e competenze presso le istituzioni europee (essenzialmente Commissione e BCE).
E ora hanno vinto. 
Lo scenario complessivo è già stato descritto qui, qui e anche qui

Già nel corso del 2011-2012 il ceto politico-tecnocratico italiano, con Draghi e Monti, riuscì nell'impresa di salvare l'eurozona dalla dissoluzione. Facendo sudare sangue agli italiani, questo ceto riuscì a imporre una propria leadership nello scenario europeo. L'esito delle elezioni del 2013 mandò all'aria molti piani, e per circa un anno l'Italia non ha preso iniziative importanti in ambito UE. Dopo le elezioni europee, considerando che Londra ha già un piede fuori dall'Unione, e Hollande li ha entrambi nell'immondezzaio della storia, il timone europeo torna nelle mani degli italiani, ovviamente col consenso tedesco: c'è già chi parla di nuovo asse Roma-Berlino. Il presidente della BCE già promette una svolta monetaria espansiva e anti-deflazione. Il rilancio dell'Unione e della moneta unica sarà suggellato, e non solo a livello simbolico, dal semestre di presidenza italiano.

Il ceto politico italiano è intimamente convinto di non poter esercitare alcuna influenza, a livello globale, al di fuori del perimetro del progetto europeista. Questa è la grande differenza con gli establishment degli altri paesi dell'Europa Occidentale. Questa convinzione è condivisa dalla maggioranza (sia pur relativa) degli italiani, che hanno votato di conseguenza. Del resto le idee dominanti sono quelle della classe dominante. (C.M.)


Appendice 

Il 15 maggio, chiedendoci perché, secondo alcuni sondaggi, il consenso degli italiani alla UE fosse crollato, scrivevamo:

 è molto probabile il disgusto per la classe politica, che in Italia ha raggiunto picchi inusitati, abbia trascinato con sé anche l'atteggiamento nei confronti dell'Europa. (...)

Negli altri paesi il discredito per la classe politica non ha ancora superato i livelli di guardia: il sistema ancora "tiene". Conseguentemente, "tengono", presso l'opinione pubblica, tutte le componenti del blocco dominante, istitutuzioni europee incluse. 

Va da sé che si tratta di mere ipotesi. Tuttavia, se si dimostrassero veritiere, lo scenario che si aprirebbe davanti a noi sarebbe molto interessante; vorrebbe dire che, attualmente, il vero punto debole dell'Unione Europea è il ceto politico italiano, che esso è l'unica autentica falla che sembra essersi aperta in quella che altrimenti appare come una fortissima corazzata.

Le ipotesi sono formulate per l'eventualità che vengano smentite dai fatti. I fatti ci dicono che la corazzata europea trova in Italia il proprio bacino di carenaggio

Tuttavia, ritengo che l'analisi appena richiamata avesse un suo fondo di ragionevolezza: in nessun paese europeo il ceto politico nel suo complesso soffre di una particolare condizione di debolezza che invece registriamo in Italia, ossia la dipendenza strutturale di quel ceto dalle sorti di una sola persona: Matteo Renzi. Se Renzi fosse risultato sconfitto alle urne il ceto politico sarebbe rimasto decapitato, diffondendo il caos nelle file della classe politica, minando alle fondamenta il complesso dell'euro. Fino a poche ore fa era aperta, in Italia, una finestra d'opportunità per sbarazzarsi del ceto politico; ora questa finestra si è bruscamente chiusa.
L'Europa si trovava dunque ad un bivio, il 25 maggio: in Italia avrebbe trovato il proprio rilancio o la propria crisi. Sappiamo come è andata.

venerdì 21 marzo 2014

Matteo Renzi spiegato in cinque minuti

Miguel Martinez ha pubblicato sul suo blog un breve post che spiega cosa siano Renzi e i politici italiani meglio di tante analisi elaborate:
http://kelebeklerblog.com/2014/03/20/matteo-renzi-spiegato-in-cinque-minuti/



martedì 4 marzo 2014

La democrazia tirannica

Premessa dei giorni nostri
In una repubblica parlamentare la figura del presidente del consiglio eletto semplicemente non esiste. Tuttavia, questa verità ha che fare con la costituzione formale: la costituzione materiale, da vent'anni a questa parte, è ben diversa. Tutto il discorso politico dell'ultima generazione è improntato al presidenzialismo; e l'ultimo arrivato, Renzi, fino a una settimana fa era il più presidenzialista di tutti. Ecco perché l'avvicendamento Renzi-Letta appare a grandissima parte dell'opinione pubblica come palesemente illegittimo; e la sfacciata incoerenza del neo-premier certo non ne aiuta l'immagine.
Ma i renziani (scusate, i renzini) hanno pronta la risposta. Qualche giorno fa Aldo Cazzullo ha dichiarato "Renzi non sarà giudicato da come sarà andato al governo, ma da cosa avrà fatto una volta al governo". Altri ripetono più o meno questa formula: "anche se ora ci possono essere dei dubbi tra gli italiani, quando faremo le cose giuste ci ringrazieranno". Ora, questo può anche essere vero. Chissà. Ma se portiamo alle estreme conseguenze il ragionamento arriviamo a esiti piuttosto inquietanti.

L'elaborazione antica
I greci annoveravano nel loro lessico politico una parola di origine asiatica, tirannia. Nel contesto in cui era nata, la parola tiranno designava semplicemente un capo; il signore di una città, per la precisione. Molto tempo dopo, tiranno divenne sinonimo di un altro vocabolo greco, despota. Ma in un periodo intermedio tiranno non aveva una connotazione negativa, valutativa, bensì tecnico/analitica. il termine non alludeva alla qualità del governo del soggetto tirannico, bensì al modo in cui questi era arrivato al potere. Se questo modo era in contrasto o in deroga alle regole ordinarie per l'acquisizione delle cariche pubbliche si parlava di tirannia; dopodiché il governo del tiranno poteva anche essere illuminato, saggio, tollerante. Non era nemmeno necessario che la presa del potere fosse violenta; bastava che fosse illegittima, irregolare, al limite irrituale.

L'elaborazione contemporanea
Franco Russo,  molto opportunamente, ha collegato tra loro le modalità di funzionamento dell'attuale governance europea e il concetto di "working" e "output" "democracy", da contrapporre alla "input" o "voting" "democracy". La prima espressione potrebbe tradursi con "democrazia dei risultati"; la seconda con democrazia "della scelta", o "delle regole". Si tratta in realtà di due criteri distinti per valutare la legittimità dell'azione di un governo (in senso lato: vi può rientrare anche il mandato del Presidente della BCE, come vedremo). La democrazia dei risultati adotta un approccio conseguenzialista, e ritiene legittimo quel governo che riesce a conseguire i propri fini istituzionali. La democrazia delle regole adotta un approccio deontologico, e ritiene legittimo quel governo che nasce ed opera in conformità a norme che consentano ai cittadini di influire sulle grandi scelte politiche. Il primo criterio è sostanzialista; il secondo formalista. È agevole notare come il primo dei due criteri schiacci l'elemento della legittimità su quelli dell'efficienza e dell'efficacia. A quanto pare questa concezione è propria di Mario Draghi.

La tirannia democratica
I moderni politologi sembrano avere qualcosa in comune con gli antichi greci: entrambi ammettono che potrebbe rivelarsi "buono" quel governo che si forma in spregio alle regole precostituite. Tuttavia, i moderni politologi (e i politici che leggono i loro libri) fanno qualcosa di più: ritengono che l'approccio conseguenzialista sia quello decisivo, con buona pace di ogni deontologia democratica. Nei casi più estremi affermano senza mezzi termini che la "output democracy" può senz'altro sostituire la "voting democracy": l'operato della BCE, per esempio, può essere considerato rispettoso della democrazia, ma non perché Draghi debba rispondere del proprio operato ai cittadini, bensì in quanto la BCE produce una buona gestione della politica monetaria europea. Questa concezione spesso si accompagna ad un'altra, anch'essa assai diffusa tra gli studiosi: quella del ritorno delle élites. I problemi del mondo moderno sono troppo complessi per essere gestiti da profani. Il ruolo dell'elettore, dunque, è di scegliere il tecnico giusto: anzi, di scegliere i tecnici, evitando di farsi attrarre dalle sirene del populismo.
Queste due concezioni hanno entrambe un piccolo difetto. Non tengono conto del fatto che la bontà di certe scelte politiche e amministrative non è mai in re ipsa: non è mai oggettiva. Dipende dalle valutazioni che quelle scelte susciteranno: le quali saranno condizionate dalle opinioni, dalle ideologie, dagli interessi (sopratutto)... Ecco perché le regole formali sono importanti: servono a istutuzionalizzare il confronto pacifico tra idee e interessi diversi. In poche parole, se un governo fa scelte buone o cattive lo decidono gli elettori, che sanno da sé stessi qual è il loro bene. E se gli elettori sono tanto intelligenti da riuscire a distinguere tra scelte buone e scelte cattive, così come tra personale adeguato o inadeguato, allora non si capisce perché non dovrebbero essere in grado di gestire la cosa pubblica da loro stessi, senza ricorrere ai tecnici e alle élites. Negare tutto questo è negare la possibilità della democrazia, e avallare una forma di tirannia.

Conclusione
L'intera operazione che ha preparato il governo Renzi è ispirata alla "output democracy": l'irregoralità dell'operazione stessa verrà sanata dai buoni risultati che Renzi riuscirà a centrare. Esattamente il ragionamento che sorreggeva l'operazione Monti. Questo modo di fare politica è perfettamente coerente con lo spirito del tempo, e con le sensibilità diffuse a Bruxelles. Dovremmo dunque abituarci ad essere comandati da tiranni democratici. Tuttavia, c'è chi pensa che questa non sia una scelta obbligata. (C.M.)

domenica 2 marzo 2014

Alcuni riscontri

1) Ricordate quanto dicevamo in questo post? Passando oltre l'eccessiva semplificazione del "regalano soldi alle banche!!", descrivevamo l'operazione Imu-Bankitalia come un asuto stratagemma, ideato dal ceto politico e tecnocratico italiano, per rafforzare gli istituti di credito da cui dipende la sua sopravvivenza; ciò ovviamente in previsione dell'Unione Bancaria europea. Un trucco, dunque, per "schivare" le conseguenze della nuova normativa UE.
Questa lettura è confermata, ex post, da quanto accaduto pochi giorni fa: la Commissione Europea ha chiesto spiegazioni. Il fatto è ampiamente illustrato qui.
È facile fare una previsione, a questo punto: le istituzioni europee, pur avendo riconosciuto lo sgarbo, non prenderanno iniziative clamorose. Non si metteranno a contestare le scelte strategiche del nostro ceto politico. Cosa fatta capo ha
Com'è naturale, i 5 stelle gongolano: possono affermare di aver lottato per impedire che qualcosa di irregolare avvenisse. Ma stiano attenti a non gioire per la ragione sbagliata. L'istituto dell'aiuto di Stato, in sé, non ha nulla di vergognoso. Né è sbagliato cercare di prevenire la colonizzazione bancaria del nostro paese. 

 2) L'idea, espressa da Fabrizio Tringali, che Renzi non punti a durare fino al 2018, ma che voglia "cadere da eroe" portandosi alle elezioni anticipate da posizioni di forza, è condivisa anche da Aldo Giannuli. Non si tratta solo della generale pochezza delle figure dei ministri (tranne uno). Qui si parla di un disegno politico, intriso di cinismo, che mira a concentrare una quantità enorme di potere nelle mani di Matteo Renzi. Notate l'escalation descritta nella parte finale dell'articolo di Giannuli. Da brividi (C.M.)

sabato 15 febbraio 2014

L'errore di Renzi

Riprendiamo un articolo di Franco Lucenti, dal sito Senza Soste, che ci sembra largamente condivisibile.
(M.B.)



L'adrenalina del potere. È solo con questa motivazione che può essere spiegata la decisione di Matteo Renzi di abbattere con una spallata Enrico Letta e marciare verso Palazzo Chigi. È l'adrenalina, simile a quella che ti sale quando ottieni tanti successi consecutivi e quindi ti senti invincibile, che in politica deriva dalla possibilità di mettere le mani sullo scettro del potere, di sedere nel posto di comando. A questa tentazione è difficile resistere, ma Renzi pareva avere in testa un piano preciso e graduale che lo avrebbe portato prima o poi a governare il paese con un regolare mandato degli italiani. Pareva. Perché invece non ha resistito, e si è subito avventato con voracità famelica sul trono del suo collega di partito Letta, compiendo, con una mossa sola, una incredibile serie di errori.
Vecchia politica
 Il primo (lampante) errore è quello di rispolverare un classico della vecchia politica sia della Prima che della Seconda Repubblica: il subentro a legislatura in corso. Proprio lui che ha costruito tutta la sua immagine e il suo successo sul concetto di "rottamazione" (anche perché, o usava quello o non aveva speranze, visto che le sue idee sono sempre state "praline del nulla" per dirla alla Crozza), arriva al potere con un blitz analogo a quelli con i quali la Dc per decenni ha cambiato governi a seconda delle guerre interne tra le varie correnti. Oppure (peggio) come quello che portò al governo D'Alema nel 1998 facendo fuori Prodi. Sembra la pena del contrappasso, perché come tutti ricorderanno, l'uomo simbolo della rottamazione di Renzi, il "rottamato" per eccellenza, è sempre stato proprio Massimo D'Alema. Oggi Renzi arriva al potere con un tradimento fratricida che richiama alla mente proprio il comportamento di D'Alema. Uno sbaglio madornale quindi, perché gli fa perdere improvvisamente quello che era il suo principale punto di forza: essere il "nuovo" che va in discontinuità con i vecchi schemi della politica.
Monti, Letta, Renzi
 Il secondo errore è quello di decidere di diventare il terzo premier consecutivo dopo Monti e Letta a salire a Palazzo Chigi senza un chiaro mandato degli italiani. Una scelta in antitesi col suo personaggio "pop" che dice di avere la sua legittimazione perché votato dagli elettori. In questo modo diventa uno dei tanti, un Letta, un D'Alema, un funzionario di partito grigio e noioso. Probabilmente proverà ad autolegittimarsi attraverso l'investitura delle primarie di dicembre, ma sa bene che sarebbe solo una difficilissima arrampicata sugli specchi. I voti (a 2 euro l'uno) delle primarie del Pd infatti non sono ovviamente i voti di tutti gli italiani, e lui tra l'altro ha sempre puntato proprio sul superamento degli elettorati classici, dicendo che voleva andare a prendere i consensi anche tra chi ha sempre votato a destra. Ora invece non solo non li prende, ma lancia addirittura al paese il messaggio che per andare al governo basta vincere la corsa interna a un partito (per 50 anni in Italia è stato così con la Dc), con buona pace del resto degli elettori. Un partito, il Pd, la cui base tra l'altro ha dimostrato ancora una volta uno stato mentale di assoluta confusione, votando prima Bersani e gridando a Renzi quasi come il male assoluto, per eleggere poi in massa (dopo appena un anno) proprio Renzi. Della serie: "checcefrega" dei programmi, andiamo a tentativi.
"Mai più larghe intese"
 La coerenza in politica è fondamentale, ti presenta sempre il conto. Renzi ha vinto le primarie di dicembre al grido di "mai più larghe intese". Era lo slogan principale, quello che lo fotografava come l'uomo del superamento degli inciuci e dei compromessi. Oggi, ad appena due mesi da quel proclama ripetuto in continuazione, un governo di larghe intese si appresta ad andare a presiederlo. E anche qui ritorna uno schema classico della vecchia politica, quello delle promesse che durano poco e poi vengono disattese dai fatti. Quello degli slogan vuoti che poi non hanno mai un seguito. Quello che un giorno puoi dire #enricostaisereno (il famoso hashtag su Twitter con cui tranquillizzava Letta) e il giorno dopo farlo fuori senza pietà.
Carta "bruciata"
 Un altro errore è quello legato al futuro che poteva avere davanti, anche per la sua giovane età. Avrebbe potuto con molta calma far lavorare il governo Letta oppure, se proprio venivano a mancare i presupposti, farlo cadere ma chiedere di andare subito alle elezioni, dove avrebbe probabilmente vinto dicendo che lui è sempre stato contrario alle larghe intese. E dove avrebbe trovato sia un Movimento 5 Stelle in crescita ma probabilmente non ancora abbastanza forte da poter vincere, sia una destra ancora frastornata dalla decadenza di Berlusconi e dalla frattura Forza Italia-Nuovo Centrodestra. In questo modo invece, se veramente andrà (come dice) fino al 2018, corre il fortissimo rischio di preparare il campo ad una successiva vittoria avversaria (con i 5 Stelle mina vagante che probabilmente riusciranno a limare alcuni dei loro attuali difetti), come accadde nella legislatura 1996-2001, quando il centrosinistra dei Prodi-D'Alema-Amato fu lo spot migliore per la vittoria di Berlusconi. Se questo avvenisse, Renzi si troverebbe ad assistere al film della propria gioventù (politica) bruciata. Si ridurrebbe ad essere l'ennesima "carta persa" del centrosinistra italiano, che dalla Seconda Repubblica in poi, non ha mai azzeccato un leader, visto che hanno sempre perso tutti e l'unico che ha vinto due volte (Prodi) è durato in entrambi i casi meno di metà legislatura.
Re Giorgio
 Tornando all'argomento elezioni mancate, c'è da chiedersi perché Renzi non le ha chieste. E la risposta è semplice, perché Napolitano non voleva. Lo ha detto chiaramente pochi giorni fa Re Giorgio, con tono anche molto infastidito: "Elezioni? Non diciamo sciocchezze!". Un diktat passato quasi sotto silenzio, ma molto grave in un paese democratico. Un Presidente della Repubblica che, come un sovrano assoluto, decide autoritariamente che dell'ipotesi elezioni non si può neanche discutere, perché lui ha deciso che non si fanno nonostante la crisi di governo. Renzi, di fronte a questa imposizione, ha deciso di abbassare la testa, legittimando praticamente il potere assolutista del quasi novantenne "padre della patria" Napolitano. E soprattutto lanciando un messaggio con cui (stonando con la sua immagine artificiale di uomo coraggioso e spavaldo) si dimostra debole e incapace di imporsi su una carica non elettiva come quella del Capo dello Stato. Questa mancanza di coraggio è un altro errore strategico.
 In definitiva, Renzi ha fatto una scelta abbastanza incredibile, se messa a confronto con la sua strategia comunicativa di uomo che cerca una carriera politica basata sull'avanzamento a furor di popolo. Un autogol maldestro e dilettantesco, una mossa da principiante, o per dirla con le parole di Prodi di cinque giorni fa, un suicidio politico. Se così sarà, noi (che di Renzi abbiamo sempre denunciato le idee pericolose) ovviamente esulteremo.




Addendum: sullo stesso tema segnalo un altro interessante articolo, di Leonardo Mazzei.