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lunedì 17 novembre 2014

"L'euro? Non ci è mai piaciuto". Novità dal ceto politico

Raffaele Fitto, ras delle preferenze in Puglia e nel mezzogiorno d'Italia, si appresta a diventare coordinatore di Forza Italia; non casualmente, organizza un seminario anti-euro (cui parteciperanno i soliti nomi: Savona, Rinaldi, Barra Caracciolo).
Tutto ciò non stupisce. In fin dei conti, a chiacchiere il partito di Berlusconi è sempre stato su posizioni variamente euroscettiche.
Stupisce di più (ma anche qui fino a un certo punto) il fatto che a posizioni timidamente anti-euro stiano approdando anche diversi esponenti della sinistra PD.
Già conosciamo le posizioni di Stefano Fassina. Qualcuno ha anche parlato di un pronunciamento anti-euro di Gianni Cuperlo, ma non è stato possibile verificare tale dato.
La novità vera è rappresentata da quanto viene pubblicato dal sito Idee Controluce.
Tale associazione è una specie di ripostiglio per nostalgie ex-PCI . Si ad esempio legga questo meraviglioso pezzo di Pierluigi Bersani, che traccia la linea da Togliatti ai giorni nostri.
L'associazione ha recentemente pubblicato la seguente monografia: A quali condizioni può sopravvivere l'euro? Autore e titolo del primo saggio non lascia molto spazio all'immaginazione: "Un'ipotesi da non esorcizzare", di Vladimiro Giacché. Chissà a cosa si riferisce.
E' molto chiaro anche il saggio di Claudio Sardo.  Una frase, tanto per capire dove si va a parare:
Forse discutere apertamente della crisi dell’euro è diventato per noi un tabù proprio perché non riusciamo neppure a immaginarci in uno scenario di fallimento. Eppure il tabù va infranto.
Per togliere ogni dubbio, Idee Controluce ha pubblicato un pezzo di Alberto Bagnai.
E come se non bastasse Alfredo D'Attorre, colonnello bersaniano e fiero oppositore di Renzi, ha concesso al Foglio la seguente intervista: Caro renzi, occhio, con questa Europa tornerà presto la Lira. Cogliamo fior da fiore:

Perché il problema dell’Italia, inutile prendersi in giro, è più complesso del gioco sui decimali, e coincide con la parola euro”. D’Attorre prosegue il suo ragionamento. “Mi stupisco che un presidente del Consiglio che ha fatto del coraggio la sua cifra politica non abbia messo a tema il vero problema dell’Italia e più in generale dell’Europa. L’euro così com’è oggi non è più sostenibile e sono convinto che non possa continuare a esistere una moneta unica senza che dietro questa ci siano un governo politico e uno economico capaci di gestire il bilancio dell’Eurozona”.
Chiediamo al deputato del Pd: uscire dall’euro è una sciocchezza o è diventata una possibilità?
“Non credo alla tesi dei due euro. Credo ci siano due alternative concrete: o avviare un percorso federale che consenta alla nostra moneta di restare in piedi oppure si torna indietro alle monete nazionali ripristinando quella sovranità politica che gli attuali meccanismi europei oggettivamente non ci consentono. La situazione oggi non è sostenibile. E questo deficit democratico è ovviamente alla base delle manifestazioni di dissenso che, in varie forme, stiamo osservando tutti in molti paesi della zona euro”.

Se vi sembra poco, considerate che da quelle parti si partiva dall'idea che si dovesse morire per Maastricht.
Beppe Grillo, il cui movimento ha ormai abbandondato qualsiasi precauzione sulla polemica contro l'euro, ha dimostrato un anno e mezzo fa che le posizioni euroscettiche potevano incontrare un consenso di massa. Matteo Renzi ha dimostrato che anche presso l'establishment le condizioni dei trattati europei possono essere sottoposte a ripensamento. In queste fessure del muro di gomma del sostegno ad euro e UE stanno passando tutti gli esponenti più rilevanti del ceto politico nazionale.  E' ormai finita l'era del Ce lo chiede l'Europa. E' iniziata la stagione del trasformismo neo-patriottico. (C.M.)


giovedì 25 settembre 2014

Siluro europeo per Renzi?

L'editoriale anti-Renzi di Ferruccio De Bortoli è molto importante. È un attacco durissimo. Come può essere interpretato? Probabilmente si tratta di un messaggio dell'establishment italiano, volto a suggerire a Matteo Renzi di piegarsi, senza resistenze, ai diktat europei. Se così fosse, si tratterebbe di un ulteriore punto in comune con l'esperienza di Berlusconi, di cui abbiamo già parlato.

giovedì 8 maggio 2014

Due articoli interessanti

Segnaliamo due interessanti articoli tratti dal circuito degli amici di Sollevazione-Campo Antimperialista.
Il primo ripercorre tutti i momenti nei quali la Lega Nord ha dato il proprio consenso alla nascita, al consolidamento, alla prosecuzione del progetto eurista. Si potrebbero citare anche altri provvedimenti, come la famigerata riforma Maroni (detta anche Biagi), che è un po' la nostra riforma Hartz.
Il secondo invece indaga le ragioni del recentissimo salvataggio, in Senato, nel progetto di revisione costituzionale di Renzi, da parte delle truppe berlusconiane. A proposito del patto Renzi-Berlusconi l'autore dell'articolo scrive:
(...) non sarà che a dispetto del gioco delle parti - il Berlusconi anti-Merkel, il Renzi che vuol cambiare l'Europa - quell'accordo è davvero l'ultima frontiera del blocco eurista? E non sarà proprio per questo che il blocco dominante applaude ed il peggior presidente della repubblica di sempre benedice?
E più avanti:

E' infatti piuttosto probabile che dalle urne giunga quantomeno una conferma della forza elettorale del M5S, il cui smantellamento era lo scopo principale del Super-Porcellum congegnato a gennaio. Se così sarà, e chi scrive se lo augura vivamente, i piani del segretario del Pd subiranno un brusco arresto, quantomeno per quel che riguarda le riforme costituzionali (Senato incluso) e la legge elettorale. Sarebbe una vittoria inconfutabile dell'opposizione al governo Renzi, che come abbiamo già visto è in realtà un governo Renzi-Berlusconi, al di là di quel che può pensare il coniglio Alfano.
Ci sembra in linea con quanto sosteniamo noi. Buona lettura. (C.M.)

lunedì 14 aprile 2014

Il fallimento strategico dell'europeismo


Le classi dominanti europee impongono all'intera società del continente un obiettivo ambizioso: l'unificazione dell'Europa. Un'unificazione dapprima parziale, economica e giuridica, e in un secondo tempo completa, politica. In nome di questo obiettivo ogni operazione viene giustificata: in particolare il dissolvimento dei diritti dei lavoratori e la rappresentanza democratica dei cittadini tutti. Il fine europeo giustifica i mezzi, che potremmo definire genericamente neoliberisti. 

Da più parti viene l'invocazione degli Stati Uniti d'Europa, come forma ideale che dovrebbe assumere questa unificazione. In realtà, queste sono voci minoritarie: la maggior parte dell'establishment esclude che la forma degli Stati Uniti in senso stretto sia realizzabile. Tuttavia l'intero spettro dei dominanti è unanime nel definire necessaria una maggiore integrazione europea; in concreto, il conferimento di maggiori poteri alle istituzioni dell'Unione Europea.
Se volessimo prendere sul serio queste voci, dovremmo concludere che l'intento unificatorio è andato incontro ad un fallimento; anzi, che non ha speranze di successo. Le classi dominanti europee non sono in grado di unire l'Europa.

Che non vi siano riuscite è un dato innegabile. La crisi dell'euro ha determinato una polarizzazione senza precedenti tra le economie europee, e ha resuscitato rancori e antagonismi nazionali che sembravano ormai sepolti. Angela Merkel stravince le elezioni affermando che è giusto negare qualsiasi solidarietà agli altri popoli europei; nella gran parte degli stati dell'Unione hanno sempre maggior peso i movimenti che chiamano alla lotta contro lo strapotere tedesco. Sono tornati in auge, all'alba del XXI secolo, gli stereotipi razzisti del tedesco operoso e del mediterrano pigro e dissoluto. Ma la bancarotta dell'europeismo non si limita alla sfera politica: anche in quella economica possiamo registrare una decisa segmentazione dei mercati finanziari europei, una ri-nazionalizzazione dei debiti sovrani, e sopratutto una incredibile divaricazione nelle performance delle diverse imprese, a seconda che siano localizzate nell'uno o nell'altro stato europeo. 

Insomma, le classi dominanti hanno fallito nel loro intento dichiarato; nel contempo sono riuscite in quello che è “il loro mestiere”, e cioè l'asservimento dell'intera comunità alle ragioni del capitale. Tuttavia se lo scopo delle borghesie continentali era preservare le proprie rendite di posizione nello scenario internazionale, possiamo dire che il bilancio è disastroso. In termini di potenza geopolitica, gli stati europei sono asserviti al predominio politico e militare USA; soggetti al ricatto energetico russo: impotenti di fronte al successo economico cinese. Questi tre soggetti appena richiamati prendono tutte le decisioni che contano a livello globale, lasciando briciole agli europei. Insomma, l'Unione Europea è sì riuscita a consolidare il dominio capitalistico sul continente europeo, ma non ha certo favorito l'espansione di tale dominio fuori da quell'ambito. Merkel può tranquillamente schiacciare il popolo greco; ma non può assolutamente nulla contro Putin in Ucraina, non riesce ad arginare l'export cinese, ed è pur sempre Cancelliere di un paese occupato da truppe USA. 

Ci si può chiedere se il fallimento di cui sopra sia dovuto a degli errori, o ai limiti soggettivi dei leader europei. Personalmente credo invece che sia dovuto alla natura stessa del processo eurounitario, il quale a sua volta deriva dalle esigenze dello sviluppo del capitale europeo.

Il fulcro dell'Unione Europea è la promozione della concorrenza. Essa costituisce l'alfa e l'omega di ogni provvedimento europeo. D'altro canto non potrebbe che essere così: la concorrenza è il motore dello sviluppo capitalistico. Il tipo di concorrenza più importante, sia per il capitale che per l'Unione, è quella tra lavoratori. Potremmo quasi dire che se i lavoratori non fossero in costante competizione tra loro, non potrebbe esserci capitalismo. L'Unione europea porta alle estreme conseguenze la competizione tra i lavoratori dei diversi paesi (oltre che all'interno di ogni singolo stato, ovviamente). La svalutazione dei salari diventa la così prima arma di competizione delle singole borghesie nazionali.
Ora, un prerequisito perché tutto ciò abbia luogo è l'assenza di solidarietà tra le classi operaie dei diversi paesi. Se la classe operaia tedesca avesse sentito una qualche forma di solidarietà per i lavoratori degli altri paesi europei, non avrebbe (di fatto) accettato le riforme di Schroeder, approvate indicando la necessità di rendere più competitivo il capitale di quel paese. In generale, se i lavoratori europei fossero uniti non potrebbe riuscire il giochetto delle delocalizzazioni, impiegato dalle imprese come strumento strategico di sottomissione delle resistenze operaie. Moneta unica e mobilità dei capitali non potrebbero spuntarla contro un movimento operaio organizzato a livello internazionale. Del resto, spostandoci dalle cause alle conseguenze della crisi, se esistesse una solidarietà tra popoli europei questi ultimi non avrebbero mai accettato che si facesse quanto è stato fatto alla Grecia. Atene è sempre rimasta sola

Ecco spiegata la ragione strutturale per cui non è mai stata attuata, né a livello europeo né nelle singole nazionali, una vera e serie politica di avvicinamento tra i diversi popoli europei. Non si sono registrate autentiche politiche di scambi culturali e linguistici (se si esclude la farsa dell'Erasmus). Non si è mai spesa una parola per dire che dovrebbe essere ovvio, e cioè che dentro ad una Unione non si dovrebbe competere, ma aiutarsi reciprocamente. Non è stato fatto nulla, perchè le classi dominanti europee non avrebbero potuto permetterselo. Tutti i vantaggi che al capitale derivano dall'Unione Europea si fondano sul fatto che i popoli europei sono divisi; ecco perché è sempre stato insensato attendersi dalle classi dominanti un serio sforzo di unificazione di quei popoli. In luogo di questo sforzo, si è sempre propagandata una (malintesa) retorica della responsabilità: i greci stanno male perché è colpa loro, i bavaresi stanno bene per loro merito; la stessa logica che alimenta fenomeni come la Lega e i vari secessionismi. Una logica e una retorica funzionali ai disegni del capitale, e tuttavia in netta antitesi con la formazione di una coscienza sociale sovranazionale ed europea; coscienza che a sua volta, in assenza di un vero e proprio popolo europeo, è il requisito indispensabile per aversi interventi economici di livello propriamente sovranazionale, come gli eurobond. I dominanti europei vorrebbero davvero dare vita ad una entità imperialista europea, ma ciò è reso impossibile dalla loro stessa tendenza a frantumare e dividere l'unica possibile base sociale di tale entità, e cioè i cittadini (e contribuenti) europei. 

In sintesi, si può dire che la formazione consensuale di grandi entità sovranazionali si basa su principi di solidarietà e cooperazione; lo sviluppo del capitale, invece, si basa sulla competizione. L'unico modo nel quale potrebbe darsi realisticamente una unificazione europea nell'ambito del capitalismo è quella di una sottomissione del continente da parte di un unica potenza imperialista a base nazionale. Così sì che avremmo l'unione politica. Napoleone e Hitler ci hanno provato, ma senza particolare successo. (C.M.)

mercoledì 22 gennaio 2014

I carri armati nelle banlieues


Ha fatto molto bene Moreno Pasquinelli a prendersi la briga di leggere e esaminare il programma elettorale del Fronte Nazionale francese. Credo ci dia la possibilità di renderci conto di cosa abbiamo a che fare. In questo post avanzerò un'ipotesi su quale siano gli autentici obiettivi di questa forza politica. Come ogni congettura è chiaramente opinabile, e inviatiamo tutti a opinarla nei commenti.

Ai miei occhi è abbastanza evidente una cosa: il cuore del programma di Marine Le Pen non è l'economia, e di conseguenza non è l'euro. Questo potrà apparire piuttosto azzardato a molti lettori. Dopotutto, nel nostro angolo di blogosfera si sta sviluppando, da mesi, un acceso dibattito sull'opportunità o meno di sostenere questa forza politica. Trattandosi di un dibattito tra elettori italiani la discussione ha come oggetto, in pratica, l'espressione di un moto di simpatia (o di avversione). Nell'ambito di tale discussione, e nella stragrande maggioranza dei casi, le simpatie al FN sono determinate dalla dichiarata ostilità all'euro e alla UE tipiche di questo partito. Anche persone con un trascorso di sinistra, convinte che l'euro sia la questione essenziale e dirimente dei nostri tempi, sono ora pronti a “sostenere” (virtualmente) Le Pen in virtù delle sue posizioni economiche. Ora, la mia ipotesi parte dall'assunzione che, tra i veri elettori potenziali del FN, e cioè tra i cittadini francesi, che parlano il francese e che seguono quotidiniamente la vita politica di quel paese, non sia la posizione sull'euro quella che genera consenso, e che la stessa Marine Le Pen non si aspetti di essere votata principalmente in virtù di tale posizione. 

Facciamo per un attimo astrazione dalla questione dell'euro. L'insieme del programma economico che stiamo esaminando è correttamente inserito da Pasquinelli nel filone del keynesismo moderato. Esso non implica scelte molto rivoluzionarie, specie se teniamo presente il contesto sociale nel quale è calato: in Francia l'intervento dello Stato nell'economia è una realtà ben viva e operante, lo stato sociale francese è con tutta probabilità il più avanzato tra quelli dei grandi paesi europei, e le misure protezionistiche non sono certo un fenomeno inedito nel panorama politico d'Oltralpe (basta pensare al complesso di tutele di cui gode in Francia il settore agricolo). A colpo d'occhio, buona parte di queste misure sono attuabili già oggi, a Trattati vigenti. Nulla di sensazionale, e sopratutto nulla che possa scatenare ondate di consenso.

A mio avviso il vero fulcro della proposta politica del FN, il motivo per cui i francesi lo votano, si ritrova nella seconda parte dell'articolo di Pasquinelli, quando il nostro passa in rassegna le proposte di riforma nell'ambito del diritto penale. Mi spiego meglio.
Cio che rende popolare l'opzione FN nell'elettorato francese è il richiamo all'identità nazionale. In un mondo in cui si sono smarriti molti dei tradizionali punti di riferimento, l'Idea di Francia può rappresentare un valido “ancoraggio” per molte persone.
Come si realizza l'Idea? Con scelte concrete che riaffermino il potere dell'ente che la incarna, lo Stato. Lo Stato riafferma la sua sovranità in primo luogo mostrando la sua efficiacia punitiva. Se il tipico programma liberista consiste nel sostituire lo Stato Sociale con quello Penale, Le Pen vuole tener fermo il primo ed espandere enormemente il secondo. Non è contraddittorio: è la tradizione dei fascismi1.

domenica 1 dicembre 2013

Nazionalismo, identità nazionale ed europeismo


È frequente imbattersi nella seguente considerazione: l'identità alla base delle comunità nazionali è una costruzione ideologica, anzi una fabbricazione elaborata 'a tavolino' per tutelare gli interessi dei ceti dominanti. Dato il carattere di artificiosità e di surrettizietà della nozione di “identità nazionale”, ogni tentativo di porla alla base di un discorso politico è del tutto fuorviante, sempre che si intenda fare un discorso emancipativo; se invece si intende impegnarsi in un progetto reazionario, allora quella costruzione è perfettamente adeguata allo scopo. 

Questo tipo di argomentazione contiene in sé molti elementi di ragionevolezza, anche se andrebbe espresso con un linguaggio più preciso. Dire che un certo concetto è “artificiale”, volendo con ciò indicarne un difetto, non ha molto senso: non esistono i concetti “naturali”, e d'altra parte la caratteristica di essere artificiale non rappresenta un che di deteriore (la musica è artificiale). Andrebbe invece spiegato che alla base dimolti discorsi apologetici della identità (e della sovranità!) nazionale c'è invece un meccanismo di costruzione (ovviamente artificiale) di miti; un processo di mitopoiesi. 

Usare il passato in maniera strumentale e senza riguardi per la razionalità storica allo scopo di fabbricare un'apposita mitologia, mitologia che a sua volta sarà utile per giustificare una certa strategia politica: questo è il vero fenomeno che la considerazione di cui sopra critica, e che costituisce l'essenza di quella che qualcuno ha chiamato cultura di destra. Quando la fabbricazione mitologica verte sull'identità nazionale, porta sempre con sé almeno due elementi, di cui uno assolutamente peculiare. Innanzitutto, la comunità nazionale della cui identità si discetta è sempre presentata come un ché di compatto e omogeneo, scevra da lacerazioni e conflitti strutturali, un organismo che, lasciato a sé stesso, genera benessere e soddisfazione per tutti. Quando esso va in crisi è perché qualcosa, da fuori, lo ha attaccato, magari servendosi di quinte colonne traditrici. Lo schema è sempre il medesimo: andava tutto bene, un tempo, finché non è arrivata la minaccia esterna che ci ha rovinati. Questo ci permette di passare al secondo elemento immancabile di questo tipo di operazione ideologica, quello peculiare: la rimozione degli elementi negativi dalla storia della comunità nazionale. Chi ha analizzato i profili ideologici del British National Party e dell'United Kingdom Indipendence Party ha trovato solo pochi punti in comune, creando qualche imbarazzo nello stabilire che cosa ci fa dire, apparentemente senza difficoltà, che entrambe sono formazioni di destra. Il punto in comune più rilevante era proprio una ricostruzione della storia britannica che la presentava come esente da gravi colpe, o di cose di cui vergognarsi. In ambito domestico ho trovato un brano che rende perfettamente l'idea di quando vado descrivendo:

quello italiano oggi non è un popolo fiero. (…) La fierezza nasce da una ricostruzione della storia passata, non esiste altra possibile genesi. Dunque, per cominciare a ricostituirla, è necessario andare alla ricerca del meglio della nostra storia: il volontarismo risorgimentale, il pensiero di Mazzini, la figura di Garibaldi, la Costituzione romana, la precoce abolizione della pena di morte, la compattezza mostrata nella macelleria della prima guerra mondiale, l'eccellente legge bancaria del 1936, lo scoperto infinito dello Stato presso la banca d'Italia (1936-1945), il divieto di acquistare titoli emessi all'estero per motivi speculativi (1934), la stratosferica tecnica legislativa dei codici, la resistenza, la costituente, la riforma agraria, l'abolizione della mezzadria, la piena occupazione, la scala mobile, lo stato sociale, il piano casa, la enorme mobilità sociale degli anni settanta e ottanta, il non aver avuto per decenni, fino a Berlusconi, imprenditori che abbiano ricoperto ruoli politici di primo piano, una scuola e una università di massa a lungo più serie e (quindi) severe rispetto a scuola e università di altri Stati a noi simili, la repressione della rendita finanziaria fino al 1981, l'attenuazione delle differenze tra nord e sud nel periodo 1951-1981, le partecipazioni statali e altro ancora.

Mitogenesi, anzi mitopoiesi. Per restituire “fierezza” al popolo è indispensabile fornire loro una ricostruzione della storia d'Italia basata esclusivamente sugli elementi positivi (o presunti tali), e su un una totale rimozione di tutto quanto possa turbare il quadro. La storia d'Italia è una storia di crimini, e anche il periodo repubblicano risulta ricco di contraddizioni. E non potrebbe che essere così. Per andare avanti, per progredire in un cammino di civiltà, è indispensabile prendere coscienza dei lati negativi del proprio passato nazionale, in un certo senso riconciliarsi con essi; allo stesso modo, un vero progetto di emancipazione non può che radicarsi nelle contraddizioni reali in seno alla società, nei conflitti che sempre la attaversano; nelle istanze e nelle esigenze concrete delle persone reali. Non certo nelle brodaglie ideologiche frutto della miscela di pezzi di passato scelti ad arte (quando non proprio travisati o falsificati).
Dunque, la critica alle “narrazioni” di questo tipo è sensata e condivisibile. Tuttavia, nella grande maggioranza dei casi esse cadono fuori bersaglio, finendo per concentrarsi su un fenomeno relativamente minore (per ora) e mancando di denunciare qualcosa di ben più inquietante.
Se è vero che la retorica identitaria è tanto più pericolosa quanto più e mistificante e artificiosa, è vero anche che tale retorica è tanto più mistificante quanto più si rivolge a “oggetti” sociali lontani dalla nostra vita quotidiana. Ad esempio, sostenere che esista una identità nazionale basca sarà anche un'operazione mistificante, ma è un'operazione che poggia su elementi assai concreti: in effetti esiste una comunità che parla basco, che vive in un territorio ben definito, e che si riconosce in un comune retaggio culturale. La vita quotidiana del cittadino basco non è così lontana dagli elementi fondanti l'ipotetica retorica del “popolo basco”.
Ma che dire dell'identità europea? Essa non si fonda su una lingua comune, né su un comune retaggio culturale: l'Europa è un multiverso di culture e civiltà differenti. Il dato geografico è molto astratto, perché non fa riferimento a un territorio ben definito, a meno di non considerare tale un continente dai confini arbitrari. Alla fine ci si trova davanti a una verità piuttosto imbarazzante: gli unici elementi comuni a tutti i popoli europei sono la religione cristiana (o quel che ne rimane) e la pelle bianca. Non proprio l'ideale per costruire una “narrazione” progressista dell'identità europea! E così chi si trova a “fabbricare” quell'identità, senza infrangere il politically correct, si ritrova invischiato in un processo di mitopoiesi particolarmente impegnativo e “artificiale”, dovendo letteralmente inventare una comunanza di idee, valori e tradizioni del tutto immaginaria.
Ciò peraltro ci illumina su un'altra carattetistica del “discorso” europeista: come la maggior parte delle retoriche nazionaliste, e al di là delle apparenze, esso è tutto rivolto al passato, a ciò che eravamo. È un tentativo di conservare l'antica gloria europea, chiudendosi a riccio contro il resto del mondo. Come abbiamo già scritto altre volte, è una passione triste.
Forse sarebbe il caso che chi si dedica allo smascheramento (benemerito) delle retoriche nazionaliste e patriottarde riservi una quota del suo tempo anche al contrasto della mistificazione europeista, che è tanto più falsa quanto più poggia su fondamenta estranee alla sensibilità e alla vita concreta delle masse europee. Non c'è da contrastare solo il vecchio nazionalismo, ma anche il nuovo nazionalismo europeo. Speriamo che qualcuno se ne accorga. (C.M.)

giovedì 21 novembre 2013

Internazionalismo 0.0



Troviamo in rete un notevole articolo a firma di Giulietto Chiesa, e ne constatiamo i toni sorprendentemente duri, al limite (anzi, oltre il limite) dell'insulto. "Schizzi di stupidità", "robaccia di scarto", "gramigna, spazzatura, rifiuti". Ecco gli epiteti che Chiesa riserva agli oppositori dell'Euro. Mai nessuno dei Marescialli del PUDE (che pure sappiamo essere usi alla menzogna, che è una forma di violenza) aveva finora adoperato un simile linguaggio.

Ma sorvoliamo (bontà nostra) sulla forma, e concentriamoci sulla sostanza. Chiesa dice di volere un'Europa democratica e solidale, giusta e pacifica. Grazie tante, chi non la vorrebbe. Dopodiché chiarisce che la vorrebbe anche abbastanza forte per contare nell'arena mondiale. "Nessuno dei nemici giurati dell'Europa e dell'euro dice queste cose" conclude Chiesa, probabilmente perché si tratta di nazionalisti xenofobi che vogliono "un'Europa fatta di staterelli più o meno grandi, che chiudono le frontiere interne, che cominciano a disputarsi territori contesi, che deportano gl'immigrati, che segregano le minoranze etniche e linguistiche al loro interno".

Ora, qui sono almeno tre cose che non vanno. 

  • Chiesa crede negli Stati Uniti d'Europa. Ciò lo pone in ritardo di almeno un secolo. Chi segue il percorso politico di Chiesa sa che lui vorrebbe un'Europa un po' più vicina a Putin, alla Cina e all'Iran, e un po' più lontana dagli USA e da Israele. Un progetto squisitamente geopolitico dunque, e in quanto tale destinato alle élite (a meno che non si creda che i lavoratori siano pronti a lottare per la costruzione di un nuovo polo geopolitico). Non si capisce però su quali élite una simile costruzione dovrebbe poggiare. Le classi dirigente europee sono tutte fortissimamente filo-USA, e tutto hanno in mente tranne cercare di costruire un nuovo ordine mondiale.
  • Chiesa vuole cambiare i Trattati europei, così da costruire l'Europa "buona". Ma non indica la strada da seguire per arrivare a quel cambiamento. Eliminando a priori l'uscita dall'Euro, sottrae alla sua stessa piattaforma politica l'unico mezzo di pressione concretamente esercitabile, condannandosi alla demagogia.
  • Chiesa si sbaglia. È vero che ci sono vari fascisti e altre schifezze che predicano l'uscita dall'Euro, anche in Italia. Tuttavia, il nostro sa benissimo che ci sono parecchi soggetti che si oppongono all'Euro da posizioni democratiche e progressiste. Lo stesso Bagnai, vero bersaglio di questo articolo, è europeista e per nulla xenofobo, come sa qualunque suo lettore. In quanto a noi, tutti i nostri lettori possono capire quanto sia assurdo assimilare le nostre posizioni a quelle della destra xenofob.
E questa può rappresentare la nostra critica al pezzo in esame. C'è però un altro elemento che lo rende davvero interessante.
L'articolo ha ricevuto 19 (finora) commenti da 19 persone diverse. È un numero superiore alla media dei commenti di quel sito. Tra questi troviamo due apprezzamenti, una critica, e sedici sberleffi. Leggere per credere.
Un'accoglienza così rovinosa per un articolo è abbastanza insolita, tanto più sul sito curato direttamente dall'autore dell'articolo (ecco cosa si dice su altri siti). Il che pare autorizzare una conclusione: Chiesa sta perdendo, o ha già perso, il consenso del proprio pubblico.

Viene da chiedersi il perché. Avanzo un'ipotesi. Giulietto Chiesa, come molti altri, predica il cambiamento, la difesa dei diritti, la giustizia sociale, ecc ecc. I suoi lettori ne condividono la visione del mondo. Discorsi simili vengono fatti anche da personaggi come Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Gustavo Zagrebelsky; in una parola gli organizzatori della manifestazione del 12 ottobre. Tuttavia, questi ultimi partivano dal presupposto che l'Euro non debba essere messo in discussione. Invece la principale organizzazione che ha contribuito alle manifestazione del 18-19 ottobre, il sindacato USB, parlava di rompere con l'Unione Europea.

Come siano andate le cose è noto. La manifestazione del 12 è scivolata nel nulla, come se non fosse mai avvenuta: non ha avuto alcun impatto politico percepibile. Quella del 18-19 ha occupato la scena dei media per giorni, e in molti ambienti la si descrive con un evento di svolta. Ciò è stato determinato dalle posizioni di alcuni organizzatori in tema di UE? Certo che no. Queste posizioni, e i diversi esiti delle due manifestazioni, sono due effetti della medesima causa: la coerenza imposta dalla radicalità. Quando si affermano certe cose con serietà, convinzione e la giusta dose di intransigenza, è naturale accogliere tutte le implicazioni logiche di quanto si dice.
Nello specifico, se si afferma di volere, senza compromessi, difendere i diritti e la giustizia sociale, e si riconosce (e tutti lo riconoscono!) che l'Euro le minaccia entrambe, allora segue logicamente che è necessario combattere l'Euro. As simple as that. Chi è radicale nella difesa di certi valore non ammette deviazioni dal percorso logico su descritto.  La radicalità e la coerenza premiano chi le fa proprie, ed è abbastanza evidente che la manifestazione del 18-19 ottobre è stata percepita come molto più radicale e coerente di quella del 12.

La mancanza di radicalità e coerenza, sia in Chiesa sia in Rodotà e simili, si riflette dapprima sulle posizioni ambigue nei riguardi dell'Europa, e poi, quando "si viene al dunque", nella difesa sperticata dell'UE. Evidentemente la difesa dei diritti e della giustizia sociale non è il primo e irrinunciabile pensiero di Rodotà e Chiesa; nel caso di quest'ultimo, il primo pensiero è costruire la fantomatica "Europa dei popoli" in funzione anti-americana. Non si tratta, come è stato scritto qualcuno, di Internazionalismo 2.0. Questo è Internazionalismo 0.0. (C.M.)



venerdì 15 novembre 2013

L'Europa combatte sé stessa

La principale giustificazione del progetto di annessione europea è la seguente: creando il super-Stato noi europei riusciremo a difendere le nostre rendite di posizione a scapito dell'avanza dei paesi emergenti. Questi infatti crescono troppo, sia dal punto di vista economico sia da quello politico, e noi dobbiamo fare tutti insieme muro contro di loro, o saremo travolti.

Tuttavia, l'unica cosa che sarebbe davvero sensato tentare di difendere, almeno per noi europei, non è la preminenza dell'Occidente, ma la sopravvivenza della Civiltà Occidentale

Ora, è interessante notare come, mentre in Europa la Civiltà Occidentale dà segni di evidente declino (un buon esempio è questo), gran parte del quale derivato dalle stesse conseguenze del processo eurounitario (altro esempio), il campione indiscusso dei paesi emergenti, la Cina, mostra di voler abbracciare i principi della Civiltà Occidentale.

 E così, mentre molti paesi di recente sviluppo raccolgono i frutti della nostra Civiltà, anche se gradualmente e non senza contraddizioni, noi quei frutti li consideriamo come un peso che non possiamo più permetterci. Il legame tra diritti sociali e diritti civili è evidente, e abolendo i primi erodiamo i secondi. In Cina invece (ma non solo) stanno costruendo, a fatica e in tempi non brevi, un nuovo Stato sociale e un nuovo Stato di diritto. E noi ci uniamo per contrastarli.

Queste considerazioni dovrebbero anche l'idea dell'occasione che abbiamo perso in quanto europei: il nostro continente è uno dei pochissimi luoghi del mondo dove alla eguaglianza delle opportunità e alla giustizia sociale si sono accompagnate, senza troppe contraddizioni, la prosperità economica e la libertà politica. Una smentita vivente del liberismo, per il quale giustizia sociale e eguaglianza sono nemiche della crescita economica e della libertà degli individui. Noi avremmo potuto essere ispirazione e modello per tutto il mondo uscito dalla guerra fredda. Invece di difendere il modello sociale europeo, condividendolo con gli altri paesi, abbiamo deciso di smantellarlo, proprio per fare la guerra (commerciale) a quei paesi.

Stanti così le cose, l'Europa non ha più nulla da dire al mondo, se non "spread", "competitività", "riforme". Il futuro non abita più qui. (C.M.)



domenica 3 novembre 2013

A vent'anni da Maastricht

Il primo novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, atto istitutivo dell'Unione Europea. L'Unione si affiancherà alle vecchie Comunità europee, quella del Carbone e dell'Acciaio e quella Economica, sostituendole del tutto tra il 2000 e il 2009. Oggi l'Unione Europea trova il suo fondamento para-costituzione nel Trattato sull'Unione Europea (TUE), in cui è confluito il Trattato di Maastricht, mentre gli strumenti normativi alla base delle vecchie Comunità (in primo luogo il Trattato di Roma, entrato in vigore nel 1957) sono stati trasposti nel Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE).
Tra i caratteri distintivi della nuova Unione, già all'indomani di quel primo novembre, spiccano il nuovo metodo di assunzione delle decisioni a livello europeo, in sempre più campi a maggioranza e non all'unanimità; le nuove e inedite materie di cooperazione tra Stati membri dell'Unione, in particolare la Giustizia Civile e gli Affari Interni (GAI), nonché la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC); e sopratutto l'adozione di una nuova valuta comune a tutti gli Stati membri, ossia l'Euro. L'adozione dell'Euro è a tutt'oggi un obbligo vincolante per tutti e 28 gli Stati membri, anche se molti di essi hanno la possibilità di usufruire di una deroga transitoria, almeno finché non soddisferanno i parametri di accesso alla valuta unica (fissati nello stesso Trattato di Maastricht, e puntualizzati nel successivo Patto di Stabilità e Crescita).

È corrente presso la comunità degli studiosi del fenomento eurounitario la convinzione che l'Euro abbia costituito, per la Francia, la contropartita necessaria per concedere alla Germania il proprio assenso (o quantomeno la propria mancata opposizione) alla riunificazione tedesca. La questione è ricostruita, con grande ampiezza di dettagli e profondità di analisi, qui (prende un po' di tempo, ma merita). È necessario puntualizzare che il progetto dell'Euro non nasce con il crollo del Muro, ma alcuni anni prima, con il celebre Piano Delors; ma, come dimostra questo articolo d'epoca, tale Piano sarebbe molto probabilmente rimasto lettera morta senza un avvenimento di portata storica come il crollo del "campo socialista".

giovedì 24 ottobre 2013

La fine dell'euro sta diventando mainstream

Il prof. François Heisbourg, figura di establishment se ce n'è una, ha dato recentemente alle stampe un libro, La fine del sogno europeo, in cui perora il ritorno alle monete nazionali degli Stati che attualmente fanno parte dell'eurozona. Per capire meglio l'importanza di questo fatto consigliamo la lettura di questi due articoli, in italiano e in inglese. L'attuale quadro politico europeo non è mai apparso tanto favorevole agli "euroscettici": mentre Angela Merkel si dice favorevole a cambiare i Trattati europei, ma solo per renderli ancora più duri verso i paesi in difficoltà, nel fronte dei paesi in deficit commerciale (e la Francia ne è il capofila) si comincia a discutere delle vie d'uscita. La prospettiva "federalista" diventa ogni giorno più irrealistica, dovendo tenere insieme le inconciliabili istanze di un Sud Europa in difficoltà, con quelle di una Germania del tutto tetragona nella difesa delle proprie rendite di posizione; la proposta di superamento dell'euro invece continua a far breccia in diversi ambienti, e ora può contare su un dibattito aperto nell'ambito della classe dirigente francese. (C.M.)

martedì 22 ottobre 2013

Mancato senso del pudore

 L'attuale Ministro dell'Istruzione, dell'università e della Ricerca, già Rettore della Scuola Superiore di Sant'Anna, emana un decreto che ripartisce ai vari Atenei le risorse indispensabili per effettuare nuove assunzioni, e premia in maniera spudorata la propria Università di origine. Altro che Cetto La Qualunque. Per fare questo depreda di risorse molti Atenei, in particolare a Roma e al Sud. In generale è vistoso il trasferimento di ricchezza dalle Università meridionali a quelle centro-settentrionali, che accentua il già spaventoso divario tra i diversi istituti e che porterà, presto o tardi, alla chiusura di molti di essi (come già avvenuto all'Università di Atene). In un momento di crisi delle finanze pubbliche, determinata dalla permanenza nell'euro e nella UE del nostro paese, il Ministro dell'Università decide di privilegiare il "suo" Ateneo, partecipando da una posizione di forza alla lotta senza quartiere per accaparrarsi le sempre più scarse risorse. Il pretesto è sempre la valorizzazione del "merito", la cui misura sarà a breve affidata ai famigerati test Invalsi.
Questa sfacciata soperchieria, che fa il paio (ma senza risvolti penali) con lo scandaloso nepotismo pratica dai "Saggi" che dovrebbero riscrivere la Costituzione, non solo la dice lunga sulle qualità morali della nostra classe dirigente e accademica, ma conferma una vecchia convinzione di questo blog: la classe dirigente responsabile della crisi etica del paese è la stessa classe dirigente che ci ha portato e ci tiene in euro e UE. Colpisce dunque fuori bersaglio chi, come tanti, è contrario all'uscita da queste organizzazioni in quanto, fuori da esse, l'Italia sarebbe preda del malaffare. (C.M.)

domenica 13 ottobre 2013

Un cimitero europeo

Segnaliamo un ottimo intervento di Galli della Loggia sul Corriere. A volte il mainstream si rivela in grado di esprimere riflessioni interessanti. Il caso di Maria Pia Lorenzetti, che viene qui trattato, è un triste epifenomeno dell'incredibile degrado raggiunto dalla nostra classe politica (e accademica, e imprenditoriale). Un fenomeno che, con solare evidenza, non è addebitabile ai soli berlusconiani, o al solo berlusconismo. Vale la pena di notare come questi episodi facciano giustizia di uno dei più diffusi luoghi comuni di questo paese: l'esigenza dell'Europa come freno ai fenomeni di incivilità e corrutela, come salvaguardia degli italiani da sé stessi. Una versione etica e moraleggiante del Vincolo Esterno. Ebbene, come avevamo già evidenziato, l'argomento non sta in piedi, perché la classe politica che è all'origine della corruzione endemica che ci pervade è la stessa classe che in questi anni ha dato ogni sostegno politico al progetto europeo. L'euro e la UE in Italia stanno in piedi grazie ai voti delle Lorenzetti, e non sembrano davvero in grado di "neutralizzare" queste ultime. Galli della Loggia definisce l'Italia un "cimitero delle illusioni". Un cimitero che non perde la sua fede europeista.

giovedì 26 settembre 2013

Ma non eravamo tutti europei?

In questi giorni è pressoché universale la preoccupazione legata all'acquisizione di Telecom e Alitalia da parte di capitali esteri, nello specifico spagnoli e francesi. L'ansia e il timore coinvolgono il mondo politico, finanziario e mediatico. Persino il Copasir mette in guardia: con la Telecom in mano estere, la sicurezza nazionale è in pericolo. Enrico Mentana per descrivere le manovre della dirigenza Alitalia per impedire l'acquisizione straniera usa l'espressione "si attiva la contraerea". Un rinnovato afflato patriottico anima dunque la nostra classe digerente*.

Ci sarebbero tanti commenti da fare a questo triste spettacolo. Per esempio, si potrebbe chiedere perché Telecom è stata messa sul mercato, visto che il suo controllo è così decisivo per le sorti del paese. Ma l'interrogativo principale è un altro. Il mondo politico, finanziario e mediatico ora è in allarme per le acquisizioni, e giudica  pressoché all'unanimità cosa nefasta che tali acquisizioni avvengano; ebbene, ma non si tratta delle stesse persone che ci dicono tutti i giorni, tutto il giorno che dobbiamo rimanere in Europa? Che siamo tutti europei? Che ci vuole più Europa?

Cari amici (si fa per dire), perché vi preoccupate così tanto? Nessuno va in ansia se un'impresa marchigiana viene acquisita da una società veneta. Se è vero che non esistono più interessi nazionali al di fuori della dimensione europea, allora l'acquisizione di Telecom e Alitalia è una non-notizia. Se siamo tutti europei, non c'è alcuna differenza tra una società spagnola e una italiana.


Oppure no?


Oppure quelli che ci parlano continuamente di irrinunciabilità dell'Europa lo sanno benissimo che gli interessi nazionali sono vivi e vegeti? Che spesso essi confliggono tra di loro? Che non esiste alcuna solidarietà europea, e nemmeno una comunanza di vedute e intenti? Cos'è più probabile? Sono dissociati, o sono ipocriti? (C.M.)










*che sia un refuso o no, lo lascio giudicare ai lettori.

domenica 22 settembre 2013

Claus Offe a Genova


Il noto politologo tedesco Claus Offe, uno degli esponenti dell'élite accademica internazionale del pensiero progressista, terrà una conferenza martedì prossimo a Genova, a Palazzo Ducale. Ieri (sabato 21) il Secolo XIX ha pubblicato parti della sua conferenza, dedicata a Europa ed euro. Dai brani pubblicati sul Secolo, sembra di capire che Offe ritenga che effettivamente l'euro abbia rappresentato un errore, ma che disfarsene porterebbe a problemi peggiori. Offe descrive in questo modo le conseguenze della dissoluzione dell'euro:


“la rinazionalizzazione delle politiche monetarie permetterebbe alle nazioni periferiche di svalutare le loro valute ma li lascerebbe ancora più nei guai con la sfida di occuparsi del debito in euro che hanno accumulato. Inoltre, i finanziatori del settore privato aumenterebbero immediatamente la loro pressione, spread, sugli Stati membri che non avessero ancora lasciato l'euro, provocando così i costi incalcolabili di un effetto domino che alla fine minaccerebbe l'economia delle nazioni con una bilancia commerciale in attivo, perché perderebbero una parte sostanziale dei loro mercati d'esportazione”


Se si rilegge con attenzione questo brano, si vede che l'unica conseguenza negativa prospettata per i paesi “periferici” della zona euro, in caso di uscita, è quella di dover pagare in euro i debiti pregressi. Ma a questa obiezione è stata confutata in vari luoghi da Alberto Bagnai, per esempio alle pagg. 343-363 del suo “Il tramonto dell'euro”, alle quali rimandiamo per approfondimenti. Il resto del brano di Offe sopra citato dice semplicemente che con l'uscita dall'euro i paesi "periferici" svaluterebbero le loro monete e i paesi in attivo (oggi, la Germania) ne sarebbero danneggiati. Cioè ci descrive esattamente il motivo per cui sarebbe vantaggioso per i paesi PIGS l'uscita dall'euro. Se questo è tutto quello che i prestigiosi intellettuali di sinistra riescono a dire contro l'uscita dall'euro, possiamo essere rinfrancati nelle nostre due convinzioni di base: che è bene che l'Italia esca dall'euro, e che i prestigiosi intellettuali di sinistra sono alla frutta.
(M.B.)

venerdì 20 settembre 2013

L'idea della moneta comune fa proseliti/4: Ancora Sapir

Abbiamo già visto come Jacques Sapir, in un articolo del 2010, sposava l'idea della moneta comune. Si poteva pensare che con gli anni avesse cambiato idea. Invece rilancia:
Questa idea attira un certo numero di uomini (e donne) della politica . Ed è tutt'altro che assurda , anzi. In effetti, una moneta comune avrebbe dovuto essere adottata sin dal principio.
Attendiamo che le parole di Sapir vengano definite vigliacce, codarde, probabilmente prive di significato, volte alla conservazione dell'euro, strumentali al dominio della Francia...

Sciocchezze a parte, notiamo che la trattazione di Sapir difetta di un elemento: i meccanismi di compensazione tra le partite correnti che rendono la moneta comune un vero sistema monetario cooperativo e non competitivo. Tale difetto è ampiamente "risarcito" dall'inserimento del discorso in una prospettiva internazionale:
Questo darebbe all'Europa sia la flessibilità interna di cui ha bisogno e sia la stabilità nei confronti del resto del mondo. Un "paniere di valute" essendo intrinsecamente più stabile di una moneta unica, la moneta comune potrebbe diventare un potente strumento di riserva, corrispondentemente ai desideri dei paesi emergenti BRICS .

Lo scioglimento dell'Euro, in queste condizioni , non segnerebbe la fine dell'Europa, come si pretende, ma al contrario la sua rimonta nell'economia globale, e per di più una rimonta da cui potrebbero trarre beneficio in maniera massiccia, sia per la crescita che la nascita nel tempo di uno strumento di riserva, i paesi in via di sviluppo dell'Asia e dell'Africa .

Oggi l'eurozona dominata dal mercantilismo tedesco mostra un profilo aggressivo rispetto al resto del mondo, che mette in crisi le economie extraeuropee, come illustra questo eccellente articolo. Un Europa che supera l'euro, e che magari abbraccia la moneta comune, diventerebbe un amico e alleato delle economie emergenti.

Infine, c'è da considerare che, come nota Sapir, un po' di stabilità della valuta non fa male, e la moneta comune consentirebbe di coniugare quella stabilità con la sovranità economica degli Stati europei e il benessere delle loro classi lavoratrici. Su come si intrecciano i temi del mercantilismo europeo e i problemi derivanti dalla mancanza di stabilità valutaria consiglio quest'ottima lettura. (C.M.)

lunedì 3 giugno 2013

Una proposta pratica per andare oltre l'euro


 di Claudio Martini

Questo è un breve saggio di due deputati al Bundestag tedesco, una del gruppo dei Verdi e uno del gruppo della Linke. È vecchio di più di due anni: questo blog non esisteva ancora, e nemmeno quello di Alberto Bagnai. Non sembra che abbia riscosso grandi risultati, e nemmeno grande attenzione. Tuttavia lo ritengo un'utilissima base di discussione di quello che potrebbe essere una seria proposta politica, ed è per questo che l'ho tradotto e ve lo presento (qui la versione originale)

Il maggior pregio del saggio è che presenta un'alternativa sia al mantenimento del disastroso status quo sia al semplice ritorno alla situazione pre-euro. È infatti evidente che il progetto tedesco di dominio economico dell'Europa costituisce una seria minaccia ai nostri diritti e al nostro benessere, con risvolti che potrebbero essere ancora più catastrofici: una delle suggestioni più interessanti del saggio è quella secondo la quale un'Europa tedesca, e cioè un'Europa che accumula stabilmente surplus commerciali con il resto del mondo, non fa altro che scaricare i suoi problemi sui Paesi extra-europei; con in più la considerazione che questo atteggiamento mercantilista, applicato su tutta Europa, innesca inevitabilmente ritorsioni a livello internazionale, ponendo le basi di una nuova, pericolosa guerra commerciale a livello globale.

Ma è altrettanto evidente (almeno per chi scrive) che la proposta del ritorno alle valute nazionali è ormai patrimonio esclusivo delle forze nazionaliste europee, da Farage a Le Pen. Ciò non significa che la proposta sia un errore in sé, ma che bisogna ammettere che i tentativi di farne un programma per le forze democratiche dei Paesi europei è ormai del tutto fallito. E così l'Unione Europea, che doveva aprire la strada ad un nuovo nazionalismo pan-europeo, è divenuta l'incubatrice per la rinascita dei vecchi nazionalismi “nazionali”: saranno questi ultimi, quando e se cadrà l'euro, a gestire il processo di ritorno alle valute nazionali. Con tutte le inquietanti conseguenze del caso.

L'idea fondamentale del saggio è che non si debba passare da una competizione a cambi fissi (cioè al sistema dell'euro) ad una competizione a cambi flessibili (cioè al semplice ritorno alle valute nazionali), ma approdare finalmente ad un ordinamento cooperativo e non competitivo in Europa. Per far questo gli autori si richiamano a quello che è stato l'esito geniale della speculazione intellettuale di John Maynard Keynes, ovvero alla proposta di istituire una International Clearing Union (ICU), una camera di compensazione degli squilibri delle partite correnti dei singoli Paesi. Come è noto l'impianto complessivo della proposta di Keynes di un ordine economico del mondo uscito dalla Seconda Guerra è stato accettato solo in parte a Bretton Woods, ed è poi stato smantellato progressivamente negli anni. Ora ci troviamo sotto il regime del dollaro, ed è questa la principale ragione alla base delle crisi finanziarie che funestano l'economia mondiale (l'ultima nel 2008; la prossima tra pochi anni). Perciò l'idea dell'ICU rappresenta ancora oggi la vera alternativa ad un sistema monetario basato sul predominio di una singola potenza, e perciò stesso intrinsecamente instabile e pernicioso.

Calandoci nel contesto europeo, noi troviamo che se alla base del progetto dell'UE c'è l'idea che la competizione mercantilistica vada promossa, ma vada anche regolata in modo che non degeneri in conflitti armati (come era avvenuto negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale), caposaldo della proposta keynesiana è che le nazioni devono essere libere di perseguire la politica economica che vogliono all'interno dei propri confini, ma che questo è possibile solo in un quadro di cooperazione e di regole condivise. Le nazioni perciò conservano le leve della politica fiscale e della politica monetaria, e possono utilizzarle per raggiungere la piena occupazione e lo sviluppo della società; ma se qualche Paese tenta di aggredire gli altri dal punto di vista commerciale scatta un meccanismo riequilibratore il quale, mediante sanzioni* di varia natura, riporta la situazione alla normalità. Per fare ciò la possibilità delle monete di apprezzarsi/deprezzarsi nei mercati internazionali è ridotta (ma non eliminata), ma in compenso è fortemente limitata la capacità da parte dei capitali di muoversi da un Paese all'altro, costringendo tutti ad una “asta al ribasso” per attirarli.

Il sistema di Keynes, eliminando la competizione, apre per tutti i paesi la Via per la Prosperità (non a caso è questo il titolo di un'opera dell'economista britannico). L'ottima intuizione dei due deputati tedeschi consiste nel sostituire l'euro con un sistema che, nella sostanza, ricalca l'ICU: da qui il nome European Clearing Union scelto per la loro proposta.

In realtà, gli autori del saggio non invocano il ritorno alle valute nazionali, pur ancorate ad una valuta sovra-nazionale (un Bancor europeo), e nemmeno intendono incidere sugli attuali Trattati UE: tutte cose, a parere di chi scrive, assolutamente indispensabili. Ma il valore dell'intuizione rimane. Vorrei dunque che si sviluppasse un dibattito che prendesse spunto da queste suggestioni, vuoi aderendo interamente alla proposta dei due autori vuoi propendendo per l'applicazione, sic et simpliciter, dello schema keyenesiano all'attuale eurozona. Quest'ultima idea avrebbe il vantaggio di sgombrare il campo dalla preoccupazioni, instillate ad arte fra i cittadini dai maestri della persuasione occulta, legate alla dissoluzione dell'euro, e rappresenterebbe una proposta costruttiva e “positiva” invece che semplicemente “negativa”, come putroppo appare l'idea di uscire dall'euro. Inoltre sul piano pratico questa proposta garantirebbe un ordinamento macro-economico idoneo, forse più che il semplice ritorno ai cambi flessibili, a favorire l'adozione di misure per l'espansione dei redditi e delle opportunità dei ceti subalterni, e persino di misure “decresciste”; infine rappresenterebbe, se implementato, un paradigma per il mondo intero. Un ECU al posto dell'euro spianerebbe la strada ad un ICU al posto del dollaro.

Naturalmente può darsi che questa via sia impercorribile per insuperabili ragioni tecniche; per questo sarebbero particolarmente gradite le recezioni critiche da parte dei nostri amici economisti. Con l'accorgimento che le obiezioni tecniche non devono esaurire il dibattito sulla sostanza e sul senso dell'intera operazione, che dovrebbe meritare una discussione a parte.


Vi auguro quindi buona e proficua lettura, con due avvertenze:

  • il “succo” della trattazione è concentrato nella parte prima, nell'inizio della seconda e nella terza, anche se ciò non vuol dire che leggere le altre parti sia una perdita di tempo;
  • ho operato vari tagli nella parte quarta, perché riguardavano solamente la Germania e non aggiungevano granché al merito della proposta.




*intendiamoci sul significato di “sanzioni”: per Keynes chi adotta un atteggiamento aggressivo e non cooperativo, come la Germania di oggi, deve essere in primo luogo “condannato” a diminuire la propria disoccupazione, ad aumentare la spesa pubblica, a incrementare i salari; chi direbbe che queste sono “sanzioni”?

martedì 16 aprile 2013

Salvare la Germania e noi stessi, oppure salvare noi stessi

Claudio Martini

C'è da rimanere di sasso leggendo questo articolo di Limes. Ancora una volta la lettura delle fonti mainstream si rivela fruttuosa per comprendere le storture del nostro tempo. Nulla è tenuto nascosto: secondo organi di valutazione indipendenti i tedeschi che vivono entro la soglia di povertà relativa sono addirittura il 25% della popolazione, per l'istituto federale di statistica sono quasi il 16, che è comunque un dato allarmante. Ma non è solo questo che colpisce dalla lettura dell'articolo:

  • Il trend di crescita della povertà in Germania è stabile dagli anni '90;
  • Ciò è avvenuto sia in tempi di recessione e di bassa crescita sia in tempi di espansione dell'economia, come da due anni a questa parte;
  • La crescita della povertà si accompagna a una spaventosa crescita delle disuguaglianze;
  • In Germania è risaputo che un'accelerazione decisiva a questo trend è stata data dalla famigerata Agenda 2010, il pacchetto di riforme adottato dal socialdemocratico (!) Schroeder;
  • Cresce in quel paese la consapevolezza che quesa situazione rischia di mettere in pericolo l'intero sistema politico.
Nonostante quel po' di crescita che c'è stata negli ultimi due anni, ottenuta mandando in malora le economie del Sud, la situazione delle famiglie tedesche non è rosea. I tedeschi stanno male... e danno la colpa all'euro!
Se in Germania si dovesse tenere un  referendum per scegliere tra euro e marco vincerebbe ques'ultimo; e come riporta la stampa mainstream (qui e qui) una neonata formazione politica, Alternativa per la Germania, esplicitamente anti-euro, potrebbe rivelarsi la sorpresa delle prossime elezioni, a settembre.

mercoledì 6 marzo 2013

Quando il Nobel è dalla tua



Leggere l'ultimo articolo di Paul Krugman regala strane sensazioni. In particolare dà l'impressione di essere prigionieri in una galera dove i secondini sono matti: una sorta di manicomio criminale all'incontrario. Tutto ciò che ci viene presentato come ovvietà (il problema sono i deficit eccessivi, l'austerità è indispensabile, la svalutazione è MALE, il commercio internazionale è un bene in sé) viene sbriciolato di riga in riga. Mostri stupidi come Olli Rehn e Mario Monti ci tengono incatenati, mentre l'intellighenzia internazionale, ben incarnata da Paul Krugman, sorride di fronte alla stravaganza del fenomeno. Un bel crepuscolo per la civiltà europea. (C.M.)

lunedì 31 dicembre 2012

L'azzardo morale del “più Europa”

In questi mesi abbiamo presentato “La trappola dell'euro”  in diversi incontri pubblici, organizzati da Università o da gruppi di cittadini interessati. Abbiamo avuto così modo di discutere le nostre tesi in contesti abbastanza diversi fra loro. Da questi confronti nascono le osservazioni che seguono.
La prima è che quasi nessuno, almeno fra coloro che hanno discusso con noi, oramai contesta l'analisi economica proposta, e cioè che la crisi che stiamo vivendo è causata dagli sbilanci commerciali indotti dalla rinuncia alla flessibilità del cambio. Cresce la consapevolezza che siamo dentro alla crisi dell'euro, non a quella dei debiti pubblici. Questo non vuole affatto dire che tale analisi sia la più diffusa nel Paese, dato che essa non ha ancora cittadinanza nel mainstream informativo (salvo rare e lodevolissime eccezioni).
Dalla nostra esperienza ricaviamo però la netta impressione che questa spiegazione della crisi stia conquistando una parte sempre più ampia della popolazione, e che essa travalichi gli abituali confini politici fra destra e sinistra.

sabato 15 settembre 2012

Vedere la proboscide ma non l'elefante/2

L'integrazione europea ha dovuto scontare, nel nostro paese più che in altri, le carenze storiche, le rigidità, i ritardi e i problemi strutturali del sistema, come pure la lenta ed esitante maturazione delle forze politiche, economiche e sociali, degli apparati pubblici, della società civile e, diremmo, della coscienza stessa della collettività nazionale. (..) Col tempo, tuttavia, la situazione è progressivamente migliorata (..). Come un fiume carsico che correva al di sotto dei clamori mediatici, quel processo è andato avanti con progressione lenta ma costante, ed ha via via indebolito le resistenze degli organismi nazionali.
(Roberto Adam e Antonio Tizzano, Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea-Giappichelli 2010)

Claudio Martini

Cos'è l'Unione Europea? È uno Stato, una federazione di Stati, una semplice organizzazione internazionale? La dottrina costituzionale si è assestata su una definizione che vede la UE come "un'organizzazione di tipo nuovo", una strana "cosa" che si caratterizza per regolare non solo i rapporti tra gli Stati che ne fanno parte, ma anche tra i cittadini di quegli stati. In altre parole, l'UE è un'organizzazione a cui gli Stati hanno delegato il compito creare diritto; soggetti di quel diritto non sono solo gli Stati, come può capitare nelle organizzazioni internazionali classiche, ma anche i singoli individui (o le loro "formazioni sociali": ad esempio le imprese). Forse per cogliere meglio il carattere sui generis dell'UE è utile richiamarsi alla nozione di Ordinamento, così come definita dal fascista Santi Romano (autore nel 1918 di un'opera chiamata appunto l'Ordinamento giuridico): un'insieme di norme proveniente da una pluralità di fonti, destinate ad una pluralità di soggetti. La concezione ordinamentale del diritto si contrappone a quella statualistico/borghese, dove la fonte è una (la Legge) e il destinatario uno soltanto (il Cittadino). L'UE, in quanto ordinamento, si sovrappone alle (ma si portebbe dire che compenetra le) leggi degli Stati, e mano a mano che si sviluppa il suo diritto si estende a sempre maggiori campi, a sempre più varie situazioni.