Interessante l'articolo del Sole24Ore nel quale si illustra la situazione patrimoniale del nostro paese. Non si tratta di novità assolute, soprattutto per i nostri lettori, ma è sempre opportuno ricordarle: il patrimonio delle famiglie, al netto delle passività, è tra i più ingenti nell'ambito delle nazioni industrializzate; il debito dello Stato è grande in assoluto, ma mostra una dinamica assolutamente stabile e non preoccupante. Non vi sono dunque le basi per dubitare del merito di credito dell'Italia, e dunque non vi è il rischio che vengano meno i capitali necessari a rifinanziare la spesa delle pubbliche amministrazioni.
Questo fatto può essere accompagnata ad una considerazione su cui insiste da tempo l'economista Gennaro Zezza (vedi qui e qui), e cioè che la posizione favorevole delle imprese italiane sui mercati internazionali non ci consente di poter affermare, con assoluta certezza, che un'eventuale "nuova lira" si deprezzerebbe rispetto alla valuta di riferimento internazionale, il dollaro. Anzi: dato che la fine dell'euro preluderebbe all'avvio di un "nuovo marco", che certo si rivaluterebbe rispetto al dollaro, il vantaggio competitivo che deriverebbe da questa situazione potrebbe persino portare a un successivo apprezzamento della "nuova lira".
Tutto quanto su esposto non desta eccessive sorprese, solo che non ci si faccia ingannare dalla propaganda-PUDE, la quale ripete ossessivamente che in Italia "non abbiamo fatto le riforme". Le riforme le abbiamo fatte, da Dini a Fornero, da Treu a Maroni, da Tremonti a Padoa Schippa e Saccomanni. L'Italia ha adottato una politica di compressione della domanda interna fin da metà degli anni '90. Gli effetti si vedono nella vita di tutti i giorni: i salari sono fermi da tempo, e la qualità dei servizi pubblici è in diminuzione costante a causa dei risparmi imposti dal Patto di Stabilità (che, lo ricordiamo, vige dal '97).
L'Italia non è solo un gigante economico, dunque: ma è un gigante risparmiatore, deflazionista, mercantilista. Infatti i cittadini sono allo stremo. Ma a sentire i telegiornali non abbiamo dato ancora abbastanza sangue al mostro della competitività. (C.M.)
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sabato 14 dicembre 2013
lunedì 10 giugno 2013
Cose turche
Questo interessante articolo fa luce su un
fatto non molto conosciuto dal grande pubblico, e cioè che la crescita
turca ha molto probabilmente i piedi di argilla, e che questo potrebbe
non essere del tutto estraneo a quanto sta avvenendo in questi giorni nelle strade di quel paese.
Come argutamente sostiene l'articolista, in Turchia si è creata un'impressionante bolla immobiliare, che include anche il complesso che dovrebbe prendere il posto del parco di Gezi. Ma noi sappiamo che le bolle immobiliari sono un ottimo indizio dell'afflusso di capitali dall'estero; e che i capitali affluiscono nei paesi che ne hanno bisogno, cioè nei paesi che hanno una bilancia dei pagamenti in disavanzo.
E infatti...
Andamento delle partite correnti turche:
Per superare la cronica crisi della lira turca, Erdogan ha adottato il cambio fisso col dollaro. Questo ha aumentato il potere d'acquisto dei turchi, e ha di fatto sostenuto la crescita, ma al prezzo di accumulare un debito estero di proporzioni inquietanti.
La rivalutazione della lira turca:
Il debito estero turco:
Prima o poi i capitali smetteranno di affluire (forse lo faranno già partire dai prossimi giorni, sulla scorta delle proteste), e allora per l'economia turca si troverà di fronte al dilemma cruciale: svalutare la moneta o deflazionare?
Questa sommaria analisi non deve però farci dimenticare due cose:
1) la Turchia sta uscendo, e in parte è già uscita, da una situazione di grave sottosviluppo; e da quello stato l'ha tirata fuori l'AKP, il partito di Erdogan.
2) la Turchia comunque una scelta ce l'ha, perché il suo tasso di cambio non è irrimediabilmente fisso come quello dei membri dell'eurozona. E qui è istruttivo confrontare la Turchia con la Grecia: il debito estero turco è arrivato ad un livello persino più alto, eppure non ha attraversato una crisi economica e finanziaria paragonabile a quella greca.
Chissà perché? (C.M)
Come argutamente sostiene l'articolista, in Turchia si è creata un'impressionante bolla immobiliare, che include anche il complesso che dovrebbe prendere il posto del parco di Gezi. Ma noi sappiamo che le bolle immobiliari sono un ottimo indizio dell'afflusso di capitali dall'estero; e che i capitali affluiscono nei paesi che ne hanno bisogno, cioè nei paesi che hanno una bilancia dei pagamenti in disavanzo.
E infatti...
Andamento delle partite correnti turche:
Per superare la cronica crisi della lira turca, Erdogan ha adottato il cambio fisso col dollaro. Questo ha aumentato il potere d'acquisto dei turchi, e ha di fatto sostenuto la crescita, ma al prezzo di accumulare un debito estero di proporzioni inquietanti.
La rivalutazione della lira turca:
Il debito estero turco:
Prima o poi i capitali smetteranno di affluire (forse lo faranno già partire dai prossimi giorni, sulla scorta delle proteste), e allora per l'economia turca si troverà di fronte al dilemma cruciale: svalutare la moneta o deflazionare?
Questa sommaria analisi non deve però farci dimenticare due cose:
1) la Turchia sta uscendo, e in parte è già uscita, da una situazione di grave sottosviluppo; e da quello stato l'ha tirata fuori l'AKP, il partito di Erdogan.
2) la Turchia comunque una scelta ce l'ha, perché il suo tasso di cambio non è irrimediabilmente fisso come quello dei membri dell'eurozona. E qui è istruttivo confrontare la Turchia con la Grecia: il debito estero turco è arrivato ad un livello persino più alto, eppure non ha attraversato una crisi economica e finanziaria paragonabile a quella greca.
Chissà perché? (C.M)
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mercoledì 6 marzo 2013
Quando il Nobel è dalla tua
Leggere l'ultimo articolo di Paul Krugman regala strane sensazioni. In particolare dà l'impressione di essere prigionieri in una galera dove i secondini sono matti: una sorta di manicomio criminale all'incontrario. Tutto ciò che ci viene presentato come ovvietà (il problema sono i deficit eccessivi, l'austerità è indispensabile, la svalutazione è MALE, il commercio internazionale è un bene in sé) viene sbriciolato di riga in riga. Mostri stupidi come Olli Rehn e Mario Monti ci tengono incatenati, mentre l'intellighenzia internazionale, ben incarnata da Paul Krugman, sorride di fronte alla stravaganza del fenomeno. Un bel crepuscolo per la civiltà europea. (C.M.)
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giovedì 24 maggio 2012
Legere Aude!
Segnaliamo questo breve quanto efficace paper degli economisti greci Theodore Mariolise Apostolis Katsinos. Lo abbiamo scovato tra i commenti dell'ottimo blog di Alberto Bagnai, e ci
sembrava il caso di porlo in maggiore evidenza. Sappiamo ormai che il
catastrofismo sulle sorti dell'Italia dopo l'ingresso nella Lira (suona
meglio di uscita dall'Euro, no?) non ha alcun fondamento pratico e
teorico, e costituisce pura propaganda di guerra (quella che combattono
contro di noi). Ma a molti lo stesso catastrofismo appare giustificato,
solo se all'Italia si sostituisce la Grecia. In fondo quest'ultima è una
piccola e marginale contrada, si dice, che importa quasi tutto ed è
priva di una propria base industriale. Una valuta che rispecchiasse i
poveri fondamentali economici della Grecia, si conclude, getterebbe i
suoi cittadini nella miseria. Eppure i due economisti, al termine della
loro ricerca, scrivono:
Utilizzando semplici modelli di prezzo input-output , è stato stimato che una svalutazione del 50% della dracma
non implica, direttamente o indirettamente, grandi "pressioni" inflazionistiche,
come comunemente si crede, e che in effetti potrebbe aumentare la
competitività internazionale dell'economia di circa il 37% e ridurre il deficit
del saldo di beni e servizi di circa l' 89%.
Forse sarebbe il caso di mantenere la calma e fermarsi a riflettere, prima di arrendersi ad un panico immotivato. Conoscere un po' meglio la scienza economica, ed i contenuti di lavori come questo ci aiuta a dissipare le sciocchezze e il terrorismo dei ceti dominanti e dei loro media. (Claudio Martini)
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mercoledì 16 maggio 2012
Scegliere: o l'Euro o i diritti sindacali - 2
di Fabrizio Tringali
Segnalo questo interessante articolo pubblicato dal Sole24Ore, ennesima prova del fatto che la crisi dell'Euro poggia sul contenimento dei salari in Germania (o meglio, sul contenimento dei costi per unità di prodotto che si ottengono contenendo salari, diritti e occupazione).
L'autore spiega, correttamente, che per risolvere gli squilibri fra i Paesi dell'area-Euro, è inevitabile ripetere nei Paesi deboli (tra cui l'Italia ) le politiche di contenimento salariale, dei diritti e dell'occupazione stabile realizzate in Germania.
Ricordate le indicazioni contenute nelle letterine della BCE spedite a tutti i governi dei PIGS?
Dato che dentro l'Euro non si può svalutare la moneta, si deve svalutare il salario (e i diritti, e l'occupazione), altrimenti dalla crisi non si può uscire.
E tutto ciò ancora non basta: a tutto questo si deve anche affiancare un aumento dei salari tedeschi, altrimenti è tutto inutile perché il vantaggio derivante dall'abbassamento del costo per unità di prodotto nei Paesi deboli sarebbe azzerato da ulteriori ribassi anche in Germania. E gli squilibri resterebbero tal quali.
Il che vuol dire che dalla crisi non si uscirà, almeno finché resta in piedi l'Euro. Perché la politica della Germania è sempre stata quella di mantenere la propria inflazione minore di quella degli altri Paesi UE, ed essa non accetterà mai che dall'esterno le si dettino le politiche salariali e del lavoro (cioè quelle che effettivamente hanno correlazione con i tassi di inflazione ).
Segnalo questo interessante articolo pubblicato dal Sole24Ore, ennesima prova del fatto che la crisi dell'Euro poggia sul contenimento dei salari in Germania (o meglio, sul contenimento dei costi per unità di prodotto che si ottengono contenendo salari, diritti e occupazione).
L'autore spiega, correttamente, che per risolvere gli squilibri fra i Paesi dell'area-Euro, è inevitabile ripetere nei Paesi deboli (tra cui l'Italia ) le politiche di contenimento salariale, dei diritti e dell'occupazione stabile realizzate in Germania.
Ricordate le indicazioni contenute nelle letterine della BCE spedite a tutti i governi dei PIGS?
Dato che dentro l'Euro non si può svalutare la moneta, si deve svalutare il salario (e i diritti, e l'occupazione), altrimenti dalla crisi non si può uscire.
E tutto ciò ancora non basta: a tutto questo si deve anche affiancare un aumento dei salari tedeschi, altrimenti è tutto inutile perché il vantaggio derivante dall'abbassamento del costo per unità di prodotto nei Paesi deboli sarebbe azzerato da ulteriori ribassi anche in Germania. E gli squilibri resterebbero tal quali.
Il che vuol dire che dalla crisi non si uscirà, almeno finché resta in piedi l'Euro. Perché la politica della Germania è sempre stata quella di mantenere la propria inflazione minore di quella degli altri Paesi UE, ed essa non accetterà mai che dall'esterno le si dettino le politiche salariali e del lavoro (cioè quelle che effettivamente hanno correlazione con i tassi di inflazione ).
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