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domenica 27 ottobre 2019

Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma (4)

Continuiamo a pubblicare gli interventi all'incontro "Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma" organizzato dal Fronte Sovranista Italiano - regione Liguria, che si è svolto a Genova sabato 12 ottobre 2019.

Gianvittorio Domini presenta le proposte FSI.





venerdì 25 ottobre 2019

Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma (3)

Continuiamo a pubblicare gli interventi all'incontro "Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma" organizzato dal Fronte Sovranista Italiano - regione Liguria, che si è svolto a Genova sabato 12 ottobre 2019.

Sergio Contu ci parla di lavoro e TTIP. Da seguire attentamente!




lunedì 21 ottobre 2019

Storia del precariato in Italia (1)

Pubblichiamo gli interventi all'incontro "Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma" organizzato dal Fronte Sovranista Italiano - Regione Liguria, che si è svolto Sabato 12 Ottobre a Genova.

Una sintesi dell'evoluzione del quadro normativo in materia di lavoro:


mercoledì 19 marzo 2014

Se non li fermiamo, ecco come cambieranno le nostre condizioni di lavoro

di Fabrizio Tringali

Sul blog abbiamo già parlato del jobs-act della Camusso, che a braccetto con Cisl, Uil e Confindustria ha dato il via libera a un accordo epocale, capace di stravolgere le condizioni di vita e di lavoro di tutti noi.
Tra le altre cose:
- Per tutto ciò che concerne la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro, i Contratti Nazionali di Lavoro potranno essere derogati tramite un semplice accordo RSU-Azienda, senza alcun coinvolgimento dei lavoratori, né dei sindacati territoriali.
- Come in Fiat, le Organizzazione Sindacali che non chineranno la testa di fronte a qualunque pretesa delle parti datoriali, saranno di fatto escluse dalla rappresentanza. Per partecipare alle elezioni delle RSU bisognerà aver sottoscritto il Testo Unico.
- Le organizzazioni sindacali non firmatarie del Ccnl saranno escluse dal diritto delle ore di assemblea di organizzazione, dai permessi non retribuiti e dal diritto di affissione.

La segreteria nazionale della FIOM, nonostante l'enorme contraddizione di aver sostenuto la Camusso al Congresso CGIL (ma perché, Landini? Perchè??), ha opportunamente scelto di lanciare una consultazione democratica fra i lavoratori, non accontentandosi di quella farlocca organizzata dai confederali.
E soprattutto ha preso pubblicamente l'impegno di considerare vincolante il risultato della consultazione, come scritto a chiare lettere sul volantino ufficiale.
Si è quindi aperta una partita davvero importante, il cui esito non è scontato. Infatti, se è vero che non è molto difficile immaginare il risultato delle votazioni (stravince la Camusso in CGIL, vince o stravince Landini in FIOM), non è altrettanto semplice immaginare quel che accadrà dopo.
E' molto importante che si formi un'opinione pubblica consapevole, ben più larga della platea dei metalmeccanici, che supporti l'opposizione al Testo Unico e sostenga la FIOM perché non compia passi indietro.
Costi quel che costi, il Testo Unico sulla Rappresentanza deve finire nella spazzatura.


Al seguente link si trova il periodico della FIOM che tratta la questione: http://www.imec-fiom.it/web/it/component/attachments/download/27

sabato 15 marzo 2014

Tre segnalazioni

1) Mentre tutti sono distratti dal taglio dell'Irpef, evento futuro e incerto, è immediamente operativa la modifica della c.d. acausalità dei contratti a tempo determinato. Nel nostro ordinamento questi contratti possono essere rinnovati per un massimo di 36 mesi; fino a ieri il ricorso alla formula a tempo determinato non poteva essere arbitrario, ma legato ad una giusta causa, la cui allegazione era onere del datore di lavoro: ciò ad eccezione dei primi 12 mesi. Da oggi l'eccezione si tramuta in regola: l'imprenditore non dovrà motivare alcunché. Giova ricordare che la regola sopra richiamata conferiva un preciso diritto al lavoratore, e cioè quello di adire il giudice in modo da ottenere, in difetto di giusta causa, la conversione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Oggi quel diritto è cancellato. Con conseguenze facilmente immaginabili.

2) pochi giorni prima che un esponente del mondo delle cooperative rosse infliggesse un colpo formidabile ai diritti dei lavoratori, gli esponenti del mondo dell'accademia economica "di sinistra" si riunivano alla Camera dei Deputati. Ecco un ottimo resoconto di Sergio Cesaratto.

3) Lo storico Aldo Giannuli ha pubblicato un ottimo pezzo sui numerosi e variopinti movimenti di rivolta che hanno accompagnato questi ultimi anni, ai quattro angoli del globo. Di tutti gli spunti che lo scritto offre vorrei riprenderne uno, quello contenuto nei seguenti brani. A proposito dei movimenti di rivolta che fanno arricciare il naso alla "sinistra antimperialista" nostrana Giannuli scrive:

(...) su tutti, l’ombra onnipotente di un qualche servizio segreto come la Cia, il Mossad, l’MI5, lo Sdece ecc (curiosamente, mai servizi segreti diversi da quelli occidentali). Praticamente vanno bene (o quasi) solo quei movimenti a coloritura genericamente di sinistra e ortodossamente non violenti come Ows e gli indignados. In realtà, guardare al Mondo con queste lenti serve solo a precludersi la comprensione di quel che sta accadendo.
La “purezza rivoluzionaria” che molti esigono è un sogno impossibile nelle condizioni storicamente date. E, le lenti del passato (campo imperialista contro campo antimperialista) -già erano abbondantemente fuorvianti a loro tempo- sono solo dei formidabili diversivi buoni a confondere le idee.
A proposito: sarebbe ora di piantarla con questa lagna per cui rivoluzioni sono solo quelle che ci piacciono e che possono iscriversi a pieno titolo nel solco delle rivoluzioni socialiste e democratiche del novecento, mentre tutte le altre sono solo congiure di servizi segreti. Le rivoluzioni possono anche avere un segno che non ci piace o anche, semplicemente, avere aspetti molto criticabili, ma non per questo cessano di avere una loro spontaneità per essere ridotte a puro complotto. Ci sono due atteggiamenti opposti ed ugualmente sbagliati: quello di chi pensa che le rivoluzioni siano sempre e solo movimenti sociali spontanei, nei quali i servizi segreti non c’entrano o, comunque, sono impotenti e quello di chi pensa che i servizi segreti siano pressochè onnipotenti, in grado di suscitare eruzioni sociali che poi guidano a bacchetta. Mitologie: entrambe mitologie.
I servizi segreti non sono in grado di suscitare molto di più che occasionali sommosse, possono finanziare gruppi, supportare eventuali leader ecc, ma un movimento sociale vero e proprio nasce solo se ci sono condizioni precise che lo consentano, a cominciare dall’ esasperazione popolare che non è cosa che si inventi. Può accadere che un tumulto di piazza sia più o meno stimolato da qualche servizio segreto o polizia politica e funga da innesco, ma se sotto non ci sono le polveri da sparo o le polveri non sono abbastanza asciutte, non scoppia niente.

Grassetti e sottolineature mie. Chissà che queste semplici parole non possano essere di giovamento a qualche lettore. (C.M.)

giovedì 6 marzo 2014

Primo "job-act": fine del Contratto Nazionale di Lavoro

di Fabrizio Tringali

Ma forse, chi non segue da vicino le questioni sindacali, non sa che, in attesa delle proposte di Renzi, il primo “job-act” ce lo ha regalato Susanna Camusso firmando a sorpresa, lo scorso 10 Gennaio, un nuovo accordo interconfederale che integra quelli del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013.
Senza alcuna discussione interna, la segreteria confederale ha dato il via libera ad una serie di regole che, tra le altre cose, permetteranno ad ogni R.S.U. (cioè ai rappresentanti dei lavoratori di ogni singola unità produttiva) di firmare accordi capaci di derogare il Contratto Nazionale di Lavoro, il quale è ovviamente destinato a diventare carta straccia.

Proprio mentre la Commissione Europea richiama l'Italia, per l'ennesima volta, a causa della sua scarsa competitività, le organizzazioni sindacali, compresa la CGIL, dimostrano di aver fatto propria la logica della necessità della svalutazione interna per cui la produttività va aumentata a scapito dei salari. E per colpire questi più facilmente, si aggrediscono le condizioni di lavoro, le tutele, i diritti.

Il fatto diviene ancor più grave se si considera che tutto ciò avviene mentre la CGIL sta svolgendo il suo Congresso Nazionale.

Da più parti è stato chiesto alla Camusso di sospendere le firma e sottoporre l'accordo al voto dei lavoratori. La segretaria si è dapprima rifiutata asserendo che il nuovo accordo non era altro che un “regolamento attuativo” delle intese precedenti. Tale argomentazione non ha retto e la Camusso ha dovuto cedere, riconoscendo che occorre organizzare una consultazione.
Tuttavia le modalità con cui verrà svolto il voto lasciano intendere quale sia il reale livello di democraticità interno alla maggior confederazione sindacale. Per prima cosa non si voterà pro o contro il testo dell'accordo, bensì sul giudizio che il Direttivo della CGIL ne ha dato. Il voto non sarà circoscritto ai lavoratori interessati all'accordo stesso, bensì potrà votare chiunque. Alle assemblee sarà presentato solo il punto di vista della Camusso, non saranno presenti relatori di opinione contraria. Non sono previste commissioni elettorali formate da lavoratori di ambo le parti, quindi non vi sarà alcun tipo di controllo sulla regolarità del voto.
E' chiaro che si tratta di un'enorme presa in giro, cui fortunatamente, per ora, la FIOM si sottrae, organizzando una consultazione maggiormente democratica e credibile.

Il problema è cosa accadrà dopo. Cosa farà la FIOM quando la CGIL pretenderà che tutte le categorie si considerino vincolate dall'accordo, in forza a dati che, ad esclusione del settore metalmeccanico, sembreranno dimostrare adesioni plebiscitarie all'operato della Camusso?  

lunedì 1 luglio 2013

I cento caffè del Dottor Letta

Alessandro Guerani, che senz'altro i lettori del blog Goofynomics conosceranno, è inventore di un modo efficace per illustrare la differenza tra gli economisti che guardano solo al lato dell'offerta (i supply-siders) e quelli che considerano centrale il ruolo della domanda (genericamente, i keynesiani). L'"offertista" considera economicamente efficiente il barista che, nello spazio di un mattino, è in grado di preparare 100 caffè. Il "domandista" considera bravo il barista che, nello stesso periodo, vende 100 caffè. Tra questi due punti di vista c'è tutta la differenza tra una teoria economica che si preoccupa solo delle condizioni di efficienza in cui l'impresa opera (e che quindi è a favore di bassi salari, se ciò serve per la competitività) ed un approccio che invece cerca di capire se e in che misura i prodotti saranno venduti (e che perciò non si oppone all'innalzamento dei salari, così da creare maggiore domanda).

Enrico Letta dimostra, con il suo striminzito "piano per il lavoro", di essere un rigoroso supply-sider. Il piano prevede sconti fiscali per le imprese che assumono giovani disoccupati con un basso titolo di studio. Che non sia granché lo dimostrano le reazioni negative, del tutto bipartisan: ecco due critiche di sinistra, qui e qui, e una di "destra", o quantomeno liberista. Senza contare la gragnuola di critiche che il piano ha raccolto sul web: si potevano aiutare i lavoratori cinquantenni, è un meccanismo che disincentiva a studiare*, si continuano a dare soldi alle imprese...

Ma è tutto il senso dell'operazione che non sembra adeguato alla bisogna. Letta si preoccupa di rendere più economica la produzione, ma non dà segni di immaginare dove quella produzione potrà essere assorbita. Il piano incoraggia le nuove assunzioni. Ma gli imprenditori aumentano l'organico delle proprie imprese con lo stesso criterio con cui fanno investimenti in capitale fisso: quando e se c'è prospettiva di vendere di più. In un quadro di recessione come l'attuale, quale prospettiva "espansiva" c'è per gli imprenditori?

E' facilissimo prevedere che il piano, pur nella sua limitatezza, andrà incontro a un fallimento. Il che dimostra l'inadeguatezza innanzitutto scientifica e culturale di chi ci governa. Non sono solo cattivi. Sono anche mediocri. (C.M.)



* Immaginate un giovane studente di un istituto tecnico o alberghiero alle prese con l'esame di maturità. Egli sa (o potrebbe venire a sapere) che il suo contratto di lavoro costerà tot all'imprenditore se riuscirà a diplomarsi, e costerà meno se invece fallirà nell'impresa. Geniale.

sabato 1 giugno 2013

Un accordo storico? Una storica disgrazia


Si parla di accordo storico. La Confindustria e la Triplice sindacale hanno operato una sensibile riforma del diritto del lavoro in Italia, in attesa che i partiti che di queste forze sono la rappresentazione politica (Pd e PdL) operino una sensibile riforma della Costituzione. In un caso come nell'altro si sono fatte le larghe intese. L'accordo appare davvero come il sigillo di un'allenza sindacati maggiori-industriali che ha come obiettivo eliminare la possibilità che i lavoratori si organizzino autonomamente contro le misure per rendere "competitiva" l'impresa italiana. In quanto tale è segno di un nuovo "autoritarismo sindacale" dei confederali contro chiunque esprima dissenso (e ne avevamo già avuto inquietanti avvisaglie).
In particolare, i sindacati minori e più radicali vengono di fatto taglliati fuori. E tutto questo, purtroppo, con il pieno assenso della FIOM.
A livello delle parti sociali dunque l'impianto dell'euro ha già vinto. Il valore fondamentale è la concorrenza: tra i lavoratori tra loro, tra le imprese, tra gli Stati.
Chiunque abbia intenzione di provare a ricostruire quanto è andato distrutto in questi anni deve sapere che troverà, come primi avversari, i sindacati maggiori. (C.M.)

mercoledì 16 maggio 2012

Scegliere: o l'Euro o i diritti sindacali - 2

di Fabrizio Tringali


Segnalo questo interessante articolo pubblicato dal Sole24Ore, ennesima prova del fatto che la crisi dell'Euro poggia sul contenimento dei salari in Germania (o meglio, sul contenimento dei costi per unità di prodotto che si ottengono contenendo salari, diritti e occupazione).

L'autore spiega, correttamente, che per risolvere gli squilibri fra i Paesi dell'area-Euro, è inevitabile ripetere nei Paesi deboli (tra cui l'Italia ) le politiche di contenimento salariale, dei diritti e dell'occupazione stabile realizzate in Germania.
Ricordate le indicazioni contenute nelle letterine della BCE spedite a tutti i governi dei PIGS?
Dato che dentro l'Euro non si può svalutare la moneta, si deve svalutare il salario (e i diritti, e l'occupazione), altrimenti dalla crisi non si può uscire.
E tutto ciò ancora non basta: a tutto questo si deve anche affiancare un aumento dei salari tedeschi, altrimenti è tutto inutile perché il vantaggio derivante dall'abbassamento del costo per unità di prodotto nei Paesi deboli sarebbe azzerato da ulteriori ribassi anche in Germania. E gli squilibri resterebbero tal quali.
Il che vuol dire che dalla crisi non si uscirà, almeno finché resta in piedi l'Euro. Perché la politica della Germania è sempre stata quella di mantenere la propria inflazione minore di quella degli altri Paesi UE, ed essa non accetterà mai che dall'esterno le si dettino le politiche salariali e del lavoro (cioè quelle che effettivamente hanno correlazione con i tassi di inflazione ).

giovedì 26 aprile 2012

Austerità ed Europa

Emiliano Brancaccio, Marco Passarella, L'austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa. Il Saggiatore 2012.

Emiliano Brancaccio e Marco Passarella hanno scritto un testo di grande valore, che unisce chiarezza espositiva, lucidità nell'analisi, consequenzialità nelle argomentazioni. Nella sua brevità (che porta gli autori, con modestia forse eccessiva, a parlarne come di un pamphlet) esso fornisce una visione coerente della crisi in corso, a partire dalle sue radici nel regime di accumulazione instaurato in Occidente negli ultimi trent'anni, per arrivare ai problemi europei e italiani. Gli autori spiegano come le attuali politiche di austerità, che tutti i ceti dominanti europei stanno mettendo in opera, siano destinate a peggiorare la crisi attuale.

lunedì 26 marzo 2012

La baby-sitter dell'INPS

di Fabrizio Tringali

La riforma del lavoro contiene anche altre norme oltre a quelle che riguardano l'articolo 18 e i licenziamenti facili.
Alcune di esse vengono spacciate come provvedimenti "a favore delle donne" e indirizzate a "conciliare vita familiare e lavoro".

Una delle proposte del governo, rispetto alla quale nessun sindacato ha finora opposto rifiuto, mostra come le proposte presentate come favorevoli ai lavoratori siano in realtà non solo del tutto funzionali alle esigenze delle imprese, ma addirittura capaci di risvolti agghiaccianti per la vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Eccola qua: "voucher per servizi di baby-sitting".
In base a questa norma, i genitori lavoratori possono decidere di non usufruire della maternità/paternità facoltativa, che consente di avere a disposizione 10 mesi per stare insieme al neonato, ed in cambio ottenere dei voucher con cui pagare servizi di baby-sitting erogati dall'INPS.

Non vi è dubbio sul fatto che l'istituto della maternità/paternità facoltativa presenti problemi: infatti coloro che ne usufruiscono, percepiscono dall'INPS solo il 30% del loro stipendio (e solo fino al compimento del terzo anno del figlio, dopo non percepiscono più nulla).
Con la proposta del governo, però, non si favorisce un accoglimento più umano del nuovo nascituro (cosa che si sarebbe potuta ottenere alzando la soglia di stipendio versato dall'INPS almeno al 50%), bensì si incentiva solo ed esclusivamente il rientro al lavoro del genitore lavoratore una volta terminato il periodo di assenza per maternità obbligatoria (3 mesi dopo la nascita), nonostante sia chiaro a chiunque che 3 mesi di vita sono un'età troppo precoce perché il bimbo non veda più i genitori, per tutto il giorno, e resti con una persona estranea.

Ma come possono le organizzazioni che dovrebbero rappresentare le lavoratrici ed i lavoratori, accettare una norma del genere? Si tratta chiaramente di un provvedimento favorevole alle aziende, che ottengono il rientro al lavoro del genitore, e scaricano i costi sul settore pubblico. I lavoratori invece, ottengono di essere privati della possibilità di poter restare, almeno un po', con i proprio figli.
Questa è la classica elemosina vergognosa e disumana destinata a chi non è ricco.
Chi non sarà abbastanza "ricco" da potersi almeno permettere di percepire, per diversi mesi, solo il 30% dello stipendio, sarà costretto a far crescere i figli neonati dalla baby-sitter dell'INPS.

mercoledì 21 marzo 2012

L'Europa dei popoli? No, l'Europa dei licenziamenti

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali

L'Unione Europea non ha atteso un minuto per applaudire la riforma del lavoro Monti-Fornero.
Cambiare l'articolo 18 ha un solo, semplice, significato: permettere alle aziende di licenziare chiunque, come e quando vogliono.
Se viene meno la certezza del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa, tutti i lavoratori italiani si ritroveranno sulla testa la spada di Damocle di un possibile licenziamento discriminatorio, che ovviamente le aziende camufferanno  adducendo motivazioni economiche o disciplinari.
Le lavoratrici e i lavoratori che difenderanno i loro diritti (tempi umani e organizzazione del lavoro rispettosa delle esigenze personali, salari adeguati, la possibilità di avere figli, la tranquillità di non rischiare la vita sul lavoro), e non accetteranno di piegare la propria vita alle esigenze della produzione, potranno essere facilmente espulsi dal mondo del lavoro.
E nel caso potranno adire le vie legali
, se ne avranno la forza morale ed economica, e dovranno attendere l'esito definitivo di infiniti processi, senza nemmeno la certezza di poter ottenere il reintegro in caso di licenziamento per ingiusta causa.

Questo è ciò che vuole l'Unione Europea, questo è ciò che realizza il governo Monti, “salvatore dell'Euro”. Nel frattempo prosegue l'attacco a quel che resta della democrazia da parte dei ceti dominanti europei. Dopo aver sottratto la politica economica ai parlamenti nazionali con il "fiscal compact", è in discussione "la possibilità di intervento politico dell'UE sui governi nazionali in caso di emergenza per la stabilità dell'euro".

Cioè quando le proteste popolari di fronte agli effetti dell'austerità imposta dall'UE dovessero indurre qualche parlamento nazionale a “deviare dalla retta via”....