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domenica 15 febbraio 2015

Le previsioni di Keynes

In un post di qualche tempo fa ho citato, come esempio di un tipo di analisi che potrebbe entrare in sinergia col pensiero della decrescita, il saggio di Keynes sulle “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, originariamente pubblicato nel 1931. Curiosando qua e là, mi sono accorto che in anni recenti quel saggio ha suscitato un certo interesse. Ha avuto varie ristampe ed è stato discusso da un certo numero di autori. Evidentemente, di fronte alla crisi attuale, che appare irrisolvibile, si cercano stimoli intellettuali un po' diversi dai soliti. Fra le altre cose, è stata pubblicata una raccolta di saggi di economisti mainstream ad esso dedicata: "Il ventunesimo secolo di Keynes. Economia e società per le nuove generazioni", a cura di L.Pecchi e G.Piga, LUISS University Press 2011. Vi sono presenti sia autori che in qualche modo possiamo ascrivere ad una specie di “ala sinistra” del mainstream (Stiglitz, per esempio), sia autori di vedute opposte. Si tratta di testi che stimolano molte riflessioni, e che hanno spesso intuizioni notevoli, come quando Fitoussi parla, a proposito del mondo futuro delineato da Keynes, di una sorta di “comunismo delle élite”.

Nonostante le molte cose interessanti che il libro contiene, la mia sensazione generale è stata quella di una certa lontananza rispetto ai temi che personalmente sento importanti, lontananza derivante dalla presenza, nei vari autori, di alcune assunzioni implicite. In sostanza mi è sembrato di ritrovare, in molte delle argomentazioni svolte nel libro, esempi abbastanza evidenti di quello che generalmente si chiama “pensiero unico”. Penso sia utile riflettere su questo, perché forse può aiutarci a capire alcuni aspetti dello "spirito del tempo", e ad articolare meglio le nostre critiche al “pensiero unico”.

Ricordiamo le tesi fondamentali del saggio. Keynes argomenta che la crescita dell'economia capitalistica potrà portare, nell'arco di un secolo, ad un tale aumento della produttività da permettere a tutti un livello di vita decoroso e contemporaneamente la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro. Egli ipotizza a questo proposito una settimana lavorativa di 15 ore, e si pone poi il problema di cosa significhi tutto ciò per l'idea di essere umano a cui siamo abituati.

A mio parere l'importanza odierna del saggio sta nel fatto che esso può rappresentare uno stimolo per pensare ad una politica che ponga come obbiettivo la riduzione dell'orario di lavoro, e che cerchi di conciliare questo obiettivo sia col mantenimento di un livello adeguato di benessere, sia con la preservazione degli equilibri ecologici. Mi sembra invece di scarso interesse la questione se Keynes abbia oppure no predetto correttamente gli sviluppi economici successivi all'epoca di pubblicazione del saggio. Ma è proprio questa, in sostanza, la questione di cui si occupano molti degli interventi del libro, rilevando che Keynes ha centrato la previsione sull'aumento della produttività ma ha sbagliato quella sulla diminuzione del tempo di lavoro. Spero sia comprensibile il fatto che, dal punto di visto che ho sopra fatto mio, questo tipo di considerazioni appare poco interessante. A me sembra ovvio che se questo saggio ha un qualche interesse al di fuori dell'accademia non è perché Keynes ha fatto delle previsioni (giusto o sbagliate), ma perché la sua è una proposta politica. Keynes ci prospetta una possibilità: quella di usare gli aumenti di produttività per diminuire l'orario di lavoro. E poiché oggi il lavoro è essenzialmente lavoro salariato, la proposta è ovviamente quella della riduzione del tempo del lavoro salariato, mantenendo per tutti livelli di benessere accettabili. È con questa possibilità che dobbiamo confrontarci. È vero però che, ad una lettura più attenta, risulta chiaramente che questo confronto, nei vari saggi, è presente, anche se non esplicitamente tematizzato. Molti autori discutono infatti le ragioni del “fallimento di Keynes” riguardo alla previsione della diminuzione dell'orario di lavoro. E questo è in realtà un modo di rifiutare la possibilità suggerita da Keynes, argomentando questo rifiuto. Quindi queste discussioni, che presentate come spiegazioni del “perché Keynes si è sbagliato” sarebbero, a mio avviso, poco interessanti, acquistano il loro valore se le leggiamo come spiegazioni del perché l'economia mainstream ritiene impraticabile una politica di diminuzione dell'orario di lavoro.

Vediamo allora, perché, secondo alcuni importanti economisti mainstream, Keynes “si è sbagliato”. Perché continuiamo a lavorare molto? Citiamo un po' dai vari interventi. I curatori del volume (L.Pecchi e G.Piga) ci dicono che “l'aspirazione al miglioramento esiste sempre, indipendentemente da quale livello standard di vita sia stato raggiunto, e con essa la necessità di mantenere, risparmiare, accumulare e lavorare” (pag.24). Ma, si potrebbe obiettare, perché mai il “miglioramento” deve per forza essere connesso ad una maggiore produzione materiale? Non sarebbe un bel “miglioramento” poter mantenere un livello di vita “normale” lavorando la metà o un quarto del tempo?

E.Phelps (Premio Nobel per l'economia 2006) ci dice che il punto cruciale è che Keynes ha trascurato il dato di fatto che “gli esseri umani hanno bisogno di esercitare l'intelletto su nuove sfide, su problemi nuovi da risolvere, su nuovi talenti da coltivare” (pag.101). E l'obiezione ovvia è che non si capisce perché questo implichi il rapporto di lavoro salariato: perché mai non si potrebbero fare tutte queste bellissime cose dedicando la metà o un quarto del tempo attuale al lavoro salariato, dedicandosi alle “nuove sfide” nel resto del tempo? Se questa necessità di dedicarsi a “nuove sfide” fa parte della natura umana, come sembra dire Phelps, perché mai dovrebbe avere bisogno del rapporto di lavoro salariato per esprimersi?

B.M.Friedman ci parla di una continua “aspirazione al miglioramento” che dà per scontato il livello di vita al quale si è arrivati e chiede quindi di più (“dato che le abitudini di vita si adeguano ai tenori di vita diventati consuetudinari, l'aspirazione al miglioramento inizia sempre da quel punto” pag.126), ma di nuovo, perché mai il “miglioramento” deve essere inteso come aumento del consumo di merci? Perché una vita in cui i bisogni primari siano assicurati e che preveda la diminuzione del tempo del lavoro salariato non dovrebbe essere considerata un “miglioramento”?

Particolarmente sorprendenti sono alcune formulazioni di R.B.Freeman. In primo luogo, egli sintetizza la posizione di Keynes in questo modo: “Keynes però si è sbagliato nel pensare che questo miglioramento nel tenore di vita ci avrebbe portato a ridurre notevolmente le ore di lavoro e a dedicare più tempo ai lavoretti di casa o ad attività di svago” (pag.131), ed è davvero notevole rendersi conto di come l'autore sia del tutto incapace anche solo di pensare ad altri modi possibili di “uso della vita”: poiché oggi l'uomo medio usa il tempo libero dal lavoro appunto per qualche svago o per i lavoretti in casa, allora una eventuale riduzione dell'orario di lavoro si tradurrà in maggior tempo per quel tipo di attività, e nient'altro. L'essere umano coincide con l'impiegato medio, e nessun altro modo di vivere la propria vita è concepibile. Ma il punto più sorprendente del suo contributo è il seguente. Freeman vuole argomentare che l'orario di lavoro non diminuisce anche perché il lavoro è attraente di per sé, indipendentemente dal salario. Fra i vari argomenti a favore di questa tesi, egli porta il seguente: “Negli Stati Uniti, e in misura minore nel Regno Unito, molte persone lavorano come volontari per cause filantropiche pur di non stare in panciolle in casa come facevano i ricchi oziosi dell'era di Keynes” (p.136). Questa mi sembra una incomprensione davvero notevole del senso profondo della tesi di Keynes: il lavoro volontario per cause filantropiche non è lavoro salariato, e rappresenta appunto un esempio di quello che si potrebbe fare diminuendo l'orario di lavoro salariato. Anche in Freeman si vede chiaramente come la confusione fra “attività umana” e “lavoro salariato” impedisca la comprensione della proposta politica implicita nel testo di Keynes.

Si potrebbero fare altri esempi, ma mi fermo qui, penso che l'essenza del discorso sia chiara: nel pensiero degli economisti mainstream c'è un assioma indiscutibile, cioè il fatto che “attività”, “impegno”, “creatività” e concetti simili, si identificano con “lavoro per guadagnarsi da vivere” e quindi, nella nostra organizzazione sociale, essenzialmente con "lavoro salariato". Per cui l'idea di ridurre il tempo del lavoro salariato coincide in sostanza con la proposta di una vita inattiva. Siamo cioè di fronte a un caso da manuale di come l'economia assuma come dato naturale i rapporti sociali tipici della nostra società capitalistica, per cui risulta incomprensibile una qualsiasi proposta politica che metta in discussione una tale identificazione.

Con questo ovviamente non scopriamo niente di nuovo rispetto a quanto Marx ha detto a suo tempo con tutta la chiarezza necessaria: non facciamo che confermare una volta di più la necessità di riprendere le fila di un pensiero critico, di una rinnovata “critica dell'ideologia”.
(M.B.)






martedì 24 settembre 2013

Siamo noi i nipoti di Keynes


Per una discussione su decrescita ed economia


1. Introduzione
Questo articolo vorrebbe essere uno stimolo per una discussione sul tema della decrescita fra i sostenitori della decrescita stessa, da una parte, e, dall'altra, quegli economisti eterodossi che contestano in modo radicale le attuali politiche di austerità, e in generale il pensiero e le politiche neoliberiste, a partire da posizioni keynesiane o marxiste o da una mescolanza delle due correnti di pensiero. Si tratta di un dibattito che ho a più riprese  invocato, l'ultima nelle pagine finali del libro sull'euro scritto assieme a Fabrizio Tringali [1]. Purtroppo le diffidenze e le ostilità fra i due gruppi non sembrano diminuire. I decrescisti vedono nelle posizioni degli economisti “eterodossi” semplicemente una versione “di sinistra” del dogma della crescita che essi combattono, gli economisti “eterodossi” vedono nella decrescita una ideologia reazionaria, confusionaria e incapace di fornire risposte reali e non regressive ai drammatici problemi contemporanei.
È mia convinzione che queste diffidenze possano e debbano essere superate, e in questo scritto cercherò di argomentare questa convinzione. Credo che questo superamento sia un'urgenza del tempo presente. La crisi che il mondo oggi attraversa risulta dal confluire di varie crisi relativamente indipendenti: siamo di fronte infatti ad una crisi economica che non si riesce a superare e ad una incipiente crisi ecologica [2]. E' evidente che non è possibile fornire risposte separate a queste due crisi. La risposta alla crisi ecologica non può prescindere dai problemi drammatici della disoccupazione e delle crescenti ineguaglianze, perché, se facesse così, la preoccupazione per l'ambiente apparirebbe come una fisima di benestanti senza problemi. D'altra parte, la risposta alla crisi economica non può sperare di ripercorrere le strade tipiche del keynesismo del  “trentennio dorato”, perché quel modello era basato sulla fortissima crescita dei consumi materiali, che oggi non sembra più possibile dati i vincoli ecologici [3]. Il confronto su questi temi appare quindi una esigenza imprescindibile per confrontarsi seriamente con la nostra realtà.

martedì 27 agosto 2013

Ancora su Lordon

Vi ricordate dell'intervento del sociologo Lordon? Abbiamo scoperto che quella che abbiamo pubblicato non era la versione integrale. Versione integrale che si può leggere qui. Le parti di cui quanto abbiamo pubblicato risultava monco sono concentrate sopratutto nella seconda metà del testo. Il riferimento alla Clearing Union di Keynes si fa più esplicito, e in generale la riflessione appare più completa e persuasiva. Buona lettura.

martedì 13 agosto 2013

L'idea della moneta comune fa proseliti

L'idea di sostituire alla valuta unica di stampo Hayekiano una valuta comune di stampo Keynesiano continua a fare proseliti. Ecco un intervento del sociologo Frederic Lordon, apparso sul Le Monde Diplomatique, che perora tale soluzione. Oltre alla proposta, interessante è l'analisi delle deficienze delle sinistre europee, così come il ragionamento (familiare agli utenti del blog) per cui spostare il conflitto a livello sovranazionale significa regalare un immenso vantaggio strategico alle forze del capitale. Segue il testo. Solo una breve notazione. Su questo sito la proposta di Lordon viene derubricata, né più né meno, all'idea di resuscitare lo SME. Sembra tuttavia dubbio che queste siano le intenzioni del sociologo. Quel che è certo è che il meccanismo del fu SME non ha nulla a che fare con la moneta comune proposta qui, ad esempio. I due punti cardine del nuovo sistema monetario dovrebbero essere il controllo (se non il blocco) dei movimenti di capitale e soprattutto l'istituzione di una camera di compensazione degli scambi commerciali intra-europei, che costringa in paesi in surplus ad adottare politiche fiscali espansive (proposta che, a ben guardare, non ha nulla di nuovo)
 Non facciamoci ingannare dalle formule, dunque. Non si tratta di approdare ad una versione soft dell'euro, ma di costruire un sistema monetario alternativo e, sotto certi aspetti, concretamente rivoluzionario. (C.M.)

Una moneta comune per uscire dall'euro

Già oggi in Europa le stesse banconote non hanno più lo stesso valore che hanno in Grecia o in Germania. È cominciata forse l’esplosione della moneta unica? Di fronte a uno scenario di caos è possibile costruire un’uscita dall’euro concertata e ben organizzata.

lunedì 1 luglio 2013

I cento caffè del Dottor Letta

Alessandro Guerani, che senz'altro i lettori del blog Goofynomics conosceranno, è inventore di un modo efficace per illustrare la differenza tra gli economisti che guardano solo al lato dell'offerta (i supply-siders) e quelli che considerano centrale il ruolo della domanda (genericamente, i keynesiani). L'"offertista" considera economicamente efficiente il barista che, nello spazio di un mattino, è in grado di preparare 100 caffè. Il "domandista" considera bravo il barista che, nello stesso periodo, vende 100 caffè. Tra questi due punti di vista c'è tutta la differenza tra una teoria economica che si preoccupa solo delle condizioni di efficienza in cui l'impresa opera (e che quindi è a favore di bassi salari, se ciò serve per la competitività) ed un approccio che invece cerca di capire se e in che misura i prodotti saranno venduti (e che perciò non si oppone all'innalzamento dei salari, così da creare maggiore domanda).

Enrico Letta dimostra, con il suo striminzito "piano per il lavoro", di essere un rigoroso supply-sider. Il piano prevede sconti fiscali per le imprese che assumono giovani disoccupati con un basso titolo di studio. Che non sia granché lo dimostrano le reazioni negative, del tutto bipartisan: ecco due critiche di sinistra, qui e qui, e una di "destra", o quantomeno liberista. Senza contare la gragnuola di critiche che il piano ha raccolto sul web: si potevano aiutare i lavoratori cinquantenni, è un meccanismo che disincentiva a studiare*, si continuano a dare soldi alle imprese...

Ma è tutto il senso dell'operazione che non sembra adeguato alla bisogna. Letta si preoccupa di rendere più economica la produzione, ma non dà segni di immaginare dove quella produzione potrà essere assorbita. Il piano incoraggia le nuove assunzioni. Ma gli imprenditori aumentano l'organico delle proprie imprese con lo stesso criterio con cui fanno investimenti in capitale fisso: quando e se c'è prospettiva di vendere di più. In un quadro di recessione come l'attuale, quale prospettiva "espansiva" c'è per gli imprenditori?

E' facilissimo prevedere che il piano, pur nella sua limitatezza, andrà incontro a un fallimento. Il che dimostra l'inadeguatezza innanzitutto scientifica e culturale di chi ci governa. Non sono solo cattivi. Sono anche mediocri. (C.M.)



* Immaginate un giovane studente di un istituto tecnico o alberghiero alle prese con l'esame di maturità. Egli sa (o potrebbe venire a sapere) che il suo contratto di lavoro costerà tot all'imprenditore se riuscirà a diplomarsi, e costerà meno se invece fallirà nell'impresa. Geniale.

lunedì 3 giugno 2013

Una proposta pratica per andare oltre l'euro


 di Claudio Martini

Questo è un breve saggio di due deputati al Bundestag tedesco, una del gruppo dei Verdi e uno del gruppo della Linke. È vecchio di più di due anni: questo blog non esisteva ancora, e nemmeno quello di Alberto Bagnai. Non sembra che abbia riscosso grandi risultati, e nemmeno grande attenzione. Tuttavia lo ritengo un'utilissima base di discussione di quello che potrebbe essere una seria proposta politica, ed è per questo che l'ho tradotto e ve lo presento (qui la versione originale)

Il maggior pregio del saggio è che presenta un'alternativa sia al mantenimento del disastroso status quo sia al semplice ritorno alla situazione pre-euro. È infatti evidente che il progetto tedesco di dominio economico dell'Europa costituisce una seria minaccia ai nostri diritti e al nostro benessere, con risvolti che potrebbero essere ancora più catastrofici: una delle suggestioni più interessanti del saggio è quella secondo la quale un'Europa tedesca, e cioè un'Europa che accumula stabilmente surplus commerciali con il resto del mondo, non fa altro che scaricare i suoi problemi sui Paesi extra-europei; con in più la considerazione che questo atteggiamento mercantilista, applicato su tutta Europa, innesca inevitabilmente ritorsioni a livello internazionale, ponendo le basi di una nuova, pericolosa guerra commerciale a livello globale.

Ma è altrettanto evidente (almeno per chi scrive) che la proposta del ritorno alle valute nazionali è ormai patrimonio esclusivo delle forze nazionaliste europee, da Farage a Le Pen. Ciò non significa che la proposta sia un errore in sé, ma che bisogna ammettere che i tentativi di farne un programma per le forze democratiche dei Paesi europei è ormai del tutto fallito. E così l'Unione Europea, che doveva aprire la strada ad un nuovo nazionalismo pan-europeo, è divenuta l'incubatrice per la rinascita dei vecchi nazionalismi “nazionali”: saranno questi ultimi, quando e se cadrà l'euro, a gestire il processo di ritorno alle valute nazionali. Con tutte le inquietanti conseguenze del caso.

L'idea fondamentale del saggio è che non si debba passare da una competizione a cambi fissi (cioè al sistema dell'euro) ad una competizione a cambi flessibili (cioè al semplice ritorno alle valute nazionali), ma approdare finalmente ad un ordinamento cooperativo e non competitivo in Europa. Per far questo gli autori si richiamano a quello che è stato l'esito geniale della speculazione intellettuale di John Maynard Keynes, ovvero alla proposta di istituire una International Clearing Union (ICU), una camera di compensazione degli squilibri delle partite correnti dei singoli Paesi. Come è noto l'impianto complessivo della proposta di Keynes di un ordine economico del mondo uscito dalla Seconda Guerra è stato accettato solo in parte a Bretton Woods, ed è poi stato smantellato progressivamente negli anni. Ora ci troviamo sotto il regime del dollaro, ed è questa la principale ragione alla base delle crisi finanziarie che funestano l'economia mondiale (l'ultima nel 2008; la prossima tra pochi anni). Perciò l'idea dell'ICU rappresenta ancora oggi la vera alternativa ad un sistema monetario basato sul predominio di una singola potenza, e perciò stesso intrinsecamente instabile e pernicioso.

Calandoci nel contesto europeo, noi troviamo che se alla base del progetto dell'UE c'è l'idea che la competizione mercantilistica vada promossa, ma vada anche regolata in modo che non degeneri in conflitti armati (come era avvenuto negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale), caposaldo della proposta keynesiana è che le nazioni devono essere libere di perseguire la politica economica che vogliono all'interno dei propri confini, ma che questo è possibile solo in un quadro di cooperazione e di regole condivise. Le nazioni perciò conservano le leve della politica fiscale e della politica monetaria, e possono utilizzarle per raggiungere la piena occupazione e lo sviluppo della società; ma se qualche Paese tenta di aggredire gli altri dal punto di vista commerciale scatta un meccanismo riequilibratore il quale, mediante sanzioni* di varia natura, riporta la situazione alla normalità. Per fare ciò la possibilità delle monete di apprezzarsi/deprezzarsi nei mercati internazionali è ridotta (ma non eliminata), ma in compenso è fortemente limitata la capacità da parte dei capitali di muoversi da un Paese all'altro, costringendo tutti ad una “asta al ribasso” per attirarli.

Il sistema di Keynes, eliminando la competizione, apre per tutti i paesi la Via per la Prosperità (non a caso è questo il titolo di un'opera dell'economista britannico). L'ottima intuizione dei due deputati tedeschi consiste nel sostituire l'euro con un sistema che, nella sostanza, ricalca l'ICU: da qui il nome European Clearing Union scelto per la loro proposta.

In realtà, gli autori del saggio non invocano il ritorno alle valute nazionali, pur ancorate ad una valuta sovra-nazionale (un Bancor europeo), e nemmeno intendono incidere sugli attuali Trattati UE: tutte cose, a parere di chi scrive, assolutamente indispensabili. Ma il valore dell'intuizione rimane. Vorrei dunque che si sviluppasse un dibattito che prendesse spunto da queste suggestioni, vuoi aderendo interamente alla proposta dei due autori vuoi propendendo per l'applicazione, sic et simpliciter, dello schema keyenesiano all'attuale eurozona. Quest'ultima idea avrebbe il vantaggio di sgombrare il campo dalla preoccupazioni, instillate ad arte fra i cittadini dai maestri della persuasione occulta, legate alla dissoluzione dell'euro, e rappresenterebbe una proposta costruttiva e “positiva” invece che semplicemente “negativa”, come putroppo appare l'idea di uscire dall'euro. Inoltre sul piano pratico questa proposta garantirebbe un ordinamento macro-economico idoneo, forse più che il semplice ritorno ai cambi flessibili, a favorire l'adozione di misure per l'espansione dei redditi e delle opportunità dei ceti subalterni, e persino di misure “decresciste”; infine rappresenterebbe, se implementato, un paradigma per il mondo intero. Un ECU al posto dell'euro spianerebbe la strada ad un ICU al posto del dollaro.

Naturalmente può darsi che questa via sia impercorribile per insuperabili ragioni tecniche; per questo sarebbero particolarmente gradite le recezioni critiche da parte dei nostri amici economisti. Con l'accorgimento che le obiezioni tecniche non devono esaurire il dibattito sulla sostanza e sul senso dell'intera operazione, che dovrebbe meritare una discussione a parte.


Vi auguro quindi buona e proficua lettura, con due avvertenze:

  • il “succo” della trattazione è concentrato nella parte prima, nell'inizio della seconda e nella terza, anche se ciò non vuol dire che leggere le altre parti sia una perdita di tempo;
  • ho operato vari tagli nella parte quarta, perché riguardavano solamente la Germania e non aggiungevano granché al merito della proposta.




*intendiamoci sul significato di “sanzioni”: per Keynes chi adotta un atteggiamento aggressivo e non cooperativo, come la Germania di oggi, deve essere in primo luogo “condannato” a diminuire la propria disoccupazione, ad aumentare la spesa pubblica, a incrementare i salari; chi direbbe che queste sono “sanzioni”?