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lunedì 24 febbraio 2014

Il Ministro delle Equazioni (nel governo di Peppa Pig)



La composizione del nuovo governo non ha suscitato grandi entusiasmi, neanche tra i renzini più affezionati. È di tutta evidenza che si tratta di un'accozzaglia di "mezze figure", alcune delle quali  della statura necessaria per far parte di un Governo; ed è altrettanto evidente che lo scarso peso dei "nomi" ministeriali fa da pendant alla centralità assoluta e preponderante del premier, sulle cui esili spalle graverà tutto il peso dell'azione dell'esecutivo.
La complessiva marginalità delle figure che guidano i dicasteri è inoltre confermata da un dettaglio: il governo è stato formato trascurando qualsiasi criterio di rappresentanza dei territori. In un consesso di diciotto poltrone siedono cinque emiliani e due liguri, ma nessun veneto, o piemontese, o campano, o pugliese. Se queste persone contassero davvero qualcosa non sarebbe così.

Vorrei richiamare l'attenzione su un aspetto, che forse non tutti hanno notato, ma che pure è rivelatore. Uno dei due ministri liguri è lo spezzino Orlando, che è appena passato dall'Ambiente alla Giustizia. Il punto è che Orlando ha, come unico titolo di studio, la maturità scientifica. Per il resto ha sempre e solo fatto politica; la sua professione risulta essere quella di "dirigente di partito". Ricordiamo, di passata, che il Ministro della Giustizia è l'unico membro del Governo, a parte il Presidente del Consiglio, a venire menzionato in Costituzione. Questo per dire della importanza cardinale di questo ruolo. Si tratta, palesemente, di un ruolo di enorme responsabilità, che presuppone un alto livello di competenza. Se non altro, per permettere al Guardasigilli di valutare la bontà delle varie soluzioni, dei vari progetti di riforma.
Un discorso abbastanza simile, peraltro, lo si potrebbe fare per Beatrice Lorenzin, confermata al Ministero della Salute... con la maturità classica. E così come Orlando non potrebbe fare il cancelliere di tribunale (se non per le mansioni più semplici), Lorenzin non potrebbe fare l'infermiera.

Mi si risponderà: il capo di un dicastero non deve essere uno scienziato o un intellettuale. Deve essere in grado di dirigere una macchina burocratica; e nulla più dell'esperienza di partito è formativo in questo senso. E poi attorno ai ministri ci sono fior di capi di gabinetto, alti funzionari, consiglieri di ogni sorta, ecc. Io stesso sono personalmente a conoscenza delle persone che, dall'alto delle loro cattedre universitarie, “scrivono i testi” di Orlando. Dunque le competenze, negli uffici del Ministro, in un modo o nell'altro ci sono. 

Ma ora facciamo un esperimento mentale. Immaginiamo che al Ministero dell'Economia fosse andato, non un super-tecnico FMI-OCSE-ISTAT come Pier Carlo Padoan, ma un soggetto con un diploma di ragioneria. Cosa sarebbe accaduto? È facile immaginarlo: sgomento e terrore si sarebbero impadroniti delle redazioni dei giornali e telegiornali, nazionali ed esteri. Alla Giustizia può andare uno con il CV (e la faccia) di Orlando, ma l'Economia non può certo essere gestita da chi non ha gestito almeno una docenza in atenei internazionali.


Questo fatto è talmente ovvio da risultare stupefacente. E costringe e tornare con la memoria al passato, scoprendo che per trovare gli ultimi ministri “politici” all'Economia e affini (Tesoro, Finanze, Bilancio), se si esclude l'ibrida figura di Tremonti, bisogna risalire ai tempi di Rino Formica e Giovanni Goria. Come mai?
Ritengo che le ragioni siano due, entrambe piuttosto importanti, ma la seconda di più.
  1. l'Economia è al centro della nostra società; o meglio non l'economia, ma un suo aspetto, e cioè la crescita. La crescita è considerata dalle classi dominanti (e quindi dall'intera società) il valore più importante; anzi la premessa e il presupposto di tutti i valori. Per essere chiari, le garanzie e i diritti di cui godiamo in quanto cittadini sono variabili dipendenti della crescita del PIL: devono esserle sacrificati quando è necessario, e possono essere riconosciuti solo a condizione che l'economia e la produzione si espandano. Se così stanno le cose, allora le figure veramente decisive nel Governo sono solo quelle del premier e quello del Ministro dell'Economia. Gli altri personaggi che vi gravitano attorno sono, appunto, solo dei personaggi. Non è indispensabile che siano così competenti.
  2. A guidare ministeri come Salute e Giustizia possono andare dei politici “puri”. Ma a quello dell'Economia devono esserci dei tecnici. Questo è un punto essenziale. Se presso i media mainstream (ma non solo) è completamente assurdo pensare a un non economista in quel dicastero è perché quella economica viene considerata una scienza esatta. In un simile ambito la discrezionalità politica è ridotta al minimo, così come lo sarebbe in una operazione chirurgica: non saranno certo le scelte politico-ideologiche del medico a determinare l'esito dell'operazione. E così anche le scelte di politica economica sono frutto di valutazioni scientifiche obiettive; anzi a ben guardare non sono nemmeno delle vere e proprie scelte, dato che sono determinate dalla necessità della scienza. Dunque a sorvegliarne l'esecuzione non possono che essere degli scienziati, dei tecnici: Dini Ciampi Siniscalco Grilli Saccomanni Padoa Schioppa... Anzi, dato che l'economia determina tutto il resto (vedi punto 1), è sensato che siano degli economisti a ricoprire direttamente l'ufficio del Primo Ministro, come nel caso di Monti. 
     
    Insomma, Pier Carlo Padoan è un soggetto iper-competente, padrone di una scienza esatta quanto la matematica: è il Ministro delle Equazioni. Risolvere le equazioni non è questione di opzioni politiche, ma di competenza tecnica. La soluzione dei problemi è unica, è quella esatta. È evidente, è necessario, che si privatizzi, che si licenzi, che si tagli lo stato sociale. Lo dice la scienza. Non ci sono alternative.(C.M.)



mercoledì 22 gennaio 2014

I carri armati nelle banlieues


Ha fatto molto bene Moreno Pasquinelli a prendersi la briga di leggere e esaminare il programma elettorale del Fronte Nazionale francese. Credo ci dia la possibilità di renderci conto di cosa abbiamo a che fare. In questo post avanzerò un'ipotesi su quale siano gli autentici obiettivi di questa forza politica. Come ogni congettura è chiaramente opinabile, e inviatiamo tutti a opinarla nei commenti.

Ai miei occhi è abbastanza evidente una cosa: il cuore del programma di Marine Le Pen non è l'economia, e di conseguenza non è l'euro. Questo potrà apparire piuttosto azzardato a molti lettori. Dopotutto, nel nostro angolo di blogosfera si sta sviluppando, da mesi, un acceso dibattito sull'opportunità o meno di sostenere questa forza politica. Trattandosi di un dibattito tra elettori italiani la discussione ha come oggetto, in pratica, l'espressione di un moto di simpatia (o di avversione). Nell'ambito di tale discussione, e nella stragrande maggioranza dei casi, le simpatie al FN sono determinate dalla dichiarata ostilità all'euro e alla UE tipiche di questo partito. Anche persone con un trascorso di sinistra, convinte che l'euro sia la questione essenziale e dirimente dei nostri tempi, sono ora pronti a “sostenere” (virtualmente) Le Pen in virtù delle sue posizioni economiche. Ora, la mia ipotesi parte dall'assunzione che, tra i veri elettori potenziali del FN, e cioè tra i cittadini francesi, che parlano il francese e che seguono quotidiniamente la vita politica di quel paese, non sia la posizione sull'euro quella che genera consenso, e che la stessa Marine Le Pen non si aspetti di essere votata principalmente in virtù di tale posizione. 

Facciamo per un attimo astrazione dalla questione dell'euro. L'insieme del programma economico che stiamo esaminando è correttamente inserito da Pasquinelli nel filone del keynesismo moderato. Esso non implica scelte molto rivoluzionarie, specie se teniamo presente il contesto sociale nel quale è calato: in Francia l'intervento dello Stato nell'economia è una realtà ben viva e operante, lo stato sociale francese è con tutta probabilità il più avanzato tra quelli dei grandi paesi europei, e le misure protezionistiche non sono certo un fenomeno inedito nel panorama politico d'Oltralpe (basta pensare al complesso di tutele di cui gode in Francia il settore agricolo). A colpo d'occhio, buona parte di queste misure sono attuabili già oggi, a Trattati vigenti. Nulla di sensazionale, e sopratutto nulla che possa scatenare ondate di consenso.

A mio avviso il vero fulcro della proposta politica del FN, il motivo per cui i francesi lo votano, si ritrova nella seconda parte dell'articolo di Pasquinelli, quando il nostro passa in rassegna le proposte di riforma nell'ambito del diritto penale. Mi spiego meglio.
Cio che rende popolare l'opzione FN nell'elettorato francese è il richiamo all'identità nazionale. In un mondo in cui si sono smarriti molti dei tradizionali punti di riferimento, l'Idea di Francia può rappresentare un valido “ancoraggio” per molte persone.
Come si realizza l'Idea? Con scelte concrete che riaffermino il potere dell'ente che la incarna, lo Stato. Lo Stato riafferma la sua sovranità in primo luogo mostrando la sua efficiacia punitiva. Se il tipico programma liberista consiste nel sostituire lo Stato Sociale con quello Penale, Le Pen vuole tener fermo il primo ed espandere enormemente il secondo. Non è contraddittorio: è la tradizione dei fascismi1.

venerdì 18 ottobre 2013

Un intervento di Giovanni Mazzetti

Avevo discusso alcuni scritti di Giovanni Mazzetti nel mio intervento su "decrescita ed economia". Il prof. Mazzetti, al quale ho segnalato il mio articolo, mi ha inviato alcune note critiche, che pubblico qui di seguito. Lo ringrazio sia per aver voluto scrivere un intervento denso e argomentato, nonostante i suoi numerosi impegni, sia per aver acconsentito alla pubblicazione. Ritengo importante che questo dialogo possa proseguire, e spero di poter rispondere all'intervento del prof. Mazzetti in tempi non troppo lunghi.
(M.B.)



Caro Marino Badiale,
vorrei innanzi tutto sottolineare che personalmente non sono affatto diffidente nei confronti della “teoria della decrescita”;  molto più semplicemente sono in dissenso con i suoi sostenitori.  Vale a dire che la mia esperienza e le mie conoscenze mi impediscono di accettare in tutto o in parte le argomentazioni con le quali quella “teoria” viene proposta.
   Ho molto apprezzato il suo garbato invito a confrontarsi, per il tono equilibrato e argomentato col quale è stato formulato, cosa rara tra i seguaci di quella teoria.  Purtroppo non ho però trovato in esso elementi che potessero far incrinare la mia avversione.  Ma proprio perché lei giustamente sollecita una reciproca comprensione, o almeno un tentativo in quella direzione, cercherò di esporle alcune delle ragioni per le quali sento di non poter convenire con le sue pacate argomentazioni.

lunedì 1 luglio 2013

I cento caffè del Dottor Letta

Alessandro Guerani, che senz'altro i lettori del blog Goofynomics conosceranno, è inventore di un modo efficace per illustrare la differenza tra gli economisti che guardano solo al lato dell'offerta (i supply-siders) e quelli che considerano centrale il ruolo della domanda (genericamente, i keynesiani). L'"offertista" considera economicamente efficiente il barista che, nello spazio di un mattino, è in grado di preparare 100 caffè. Il "domandista" considera bravo il barista che, nello stesso periodo, vende 100 caffè. Tra questi due punti di vista c'è tutta la differenza tra una teoria economica che si preoccupa solo delle condizioni di efficienza in cui l'impresa opera (e che quindi è a favore di bassi salari, se ciò serve per la competitività) ed un approccio che invece cerca di capire se e in che misura i prodotti saranno venduti (e che perciò non si oppone all'innalzamento dei salari, così da creare maggiore domanda).

Enrico Letta dimostra, con il suo striminzito "piano per il lavoro", di essere un rigoroso supply-sider. Il piano prevede sconti fiscali per le imprese che assumono giovani disoccupati con un basso titolo di studio. Che non sia granché lo dimostrano le reazioni negative, del tutto bipartisan: ecco due critiche di sinistra, qui e qui, e una di "destra", o quantomeno liberista. Senza contare la gragnuola di critiche che il piano ha raccolto sul web: si potevano aiutare i lavoratori cinquantenni, è un meccanismo che disincentiva a studiare*, si continuano a dare soldi alle imprese...

Ma è tutto il senso dell'operazione che non sembra adeguato alla bisogna. Letta si preoccupa di rendere più economica la produzione, ma non dà segni di immaginare dove quella produzione potrà essere assorbita. Il piano incoraggia le nuove assunzioni. Ma gli imprenditori aumentano l'organico delle proprie imprese con lo stesso criterio con cui fanno investimenti in capitale fisso: quando e se c'è prospettiva di vendere di più. In un quadro di recessione come l'attuale, quale prospettiva "espansiva" c'è per gli imprenditori?

E' facilissimo prevedere che il piano, pur nella sua limitatezza, andrà incontro a un fallimento. Il che dimostra l'inadeguatezza innanzitutto scientifica e culturale di chi ci governa. Non sono solo cattivi. Sono anche mediocri. (C.M.)



* Immaginate un giovane studente di un istituto tecnico o alberghiero alle prese con l'esame di maturità. Egli sa (o potrebbe venire a sapere) che il suo contratto di lavoro costerà tot all'imprenditore se riuscirà a diplomarsi, e costerà meno se invece fallirà nell'impresa. Geniale.

lunedì 17 giugno 2013

L'idea dell'Italia che hanno gli italiani, e l'idea che ne hanno gli altri

Mi sono andato a vedere, per curiosità, comeWikipedia English descrive il nostro paese. Mi ha colpito, e l'ho tradotta. Guardate quanto è distante dall'idea che dell'Italia hanno gli italiani!

L'Italia:


È stata classificata come la 25esima nazione più sviluppata al mondo, e nel 2005 il suo indice di qualità delle vita era tra i primi dieci del mondo. Gli italiano godono di standard di vita molto avanzati, in parte grazie ad un alto reddito procapite, e hanno a disposizione un sistema educativo di alto livello. L'Italia è considerata uno dei paesi maggiormente globalizzati; essa è un membro fondatore dell'Unione europea, e fa parte del G8, del G8, del G20, della NATO e dell'ONU. Dispone della terza riserva aurea del mondo, del nono pil in termini nominali, del decimo in termini reali, e il suo bilancio pubblico è il sesto più grande del mondo. Fa parte dell'OCSE, del WTO, e del Consiglio d'Europa.
L'Italia occupa l'undicesimo posto al mondo per spese militari, e partecipa al programma NATO di condivisione degli arsenali nucleari. L'Italia, tenendo conto della sua influenza politica, sociale, economica e militare in Europa, è considerata una potenza regionale, e una delle principali medie potenze.

Naturalmente non bisogna per questo cominciare a suonare la fanfara nazionalistica: oltre che estraneo alla nostra cultura, sarebbe semplicemente un errore. Noi non andiamo certo fieri del fatto che il nostro paese faccia parte della NATO, per dire.  Una cosa però è chiara: gli italiani non si rendono del tutto conto di dove vivono. Sono abituati a pensare di vivere in una provincia povera e derelitta della comunità internazionale, e non pensano di essere i cittadini di una delle principali (nonostante tutto!) potenze economiche del mondo. Da questo equivoco nascono tutti i sentimenti pro-euro diffusi nella popolazione: se siamo piccoli e poveri, come potremo sopravvivere con le nostre sole forze? Una volta ho sentito con le mie orecchie dire che, tornando alla lira, saremmo diventati un paese a livello della Thailandia. Poveri stupidi.
Ironia della Storia, da quando questa passione triste ha conquistato le menti degli italiani noi non facciamo altro che perdere posizioni. Ancora qualche anno di euro e Unione Europea e anche noi otterremo lo status di "Paese Emergente" conquistato dalla Grecia. Self-fulfilling prophecy. (C.M)

martedì 24 luglio 2012

Euro e Mercato Unico: il dibattito


L'economista Emiliano Brancaccio ha scritto un interessante articolo in cui tratta i temi dell'Euro, della UE e dell'atteggiamento degli "intellettuali di sinistra" rispetto alla crisi di queste due istituzioni. Alberto Bagnai lo ha ripreso sul suo blog e discusso con molto impegno (e molta brillantezza, come al suo solito). Rimandiamo i nostri lettori al suo efficace intervento, che chiarisce diversi punti della discussione. Noi aggiungiamo a quanto scrive Alberto una breve riflessione su un'ottima intuizione espressa da Brancaccio: la principale minaccia alle sorti dell'economia nazionale è rappresentata dalla presenza, sancita dai Trattati, del Mercato Unico Europeo.

 Questo punto è spesso lasciato ai margini nelle analisi che criticano l'euro e le politiche di austerità: emergono sempre più spesso, oramai, le contraddizioni della moneta unica e le inevitabili, prevedibili e terribili conseguenze della sua adozione per i Paesi mediterranei, ma altrettanto spesso manca, in queste analisi critiche, la capacità di cogliere il nesso fra l'euro, l'austerità ed il resto della struttura dell'Unione Europea, la cui colonna portante è il Mercato Unico. Alla base di questo pilastro della costruzione europea stanno le cosiddette "Quattro Libertà Fondamentali": libera circolazione dei capitali, delle merci, dei servizi e delle persone (cioè dei lavoratori). In seguito, su questo blog, ci dedicheremo all'analisi del dettaglio delle norme che fondano questo stato di cose, ma già da subito possiamo affermare che l'ordinamento sovranazionale UE è improntato al più rigoroso liberoscambismo, e come tale rappresenta un ostacolo a qualsiasi tentativo di costruire un sistema economico che non produca bolle speculative, diseguaglianze, spinte al ribasso delle condizioni di vita e di lavoro, crisi e recessioni (basta pensare agli effetti nefasti della mobilità internazionale dei capitali).

 Il contributo di Brancaccio è quindi prezioso, perché ci richiama a considerare l'importanza di un "meccanismo perverso", concepito su misura dei Paesi maggiormente competitivi, e di cui l'euro rappresenta l'elemento più importante (per i Paesi che lo hanno adottato), ma non l'unico. Il limite dell'analisi di Brancaccio ci sembra speculare a quello che egli critica nei "fautori di un’uscita dall’euro in condizioni di libera circolazione dei capitali e delle merci", come li chiama: egli sembra cioè mettere la sordina alla critica all'euro per dare risalto a quella contro il Mercato Unico. Mentre occorre mettere a fuoco che l'Unione Europea è un sistema integrato, le cui parti formano un insieme del tutto coerente, che ha come finalità la difesa intransigente degli interessi del ceto economico-finanziario che l'ha costruita e modellata in base ai propri scopi, e che ne tira le redini. E che mira, attualmente con ottime probabilità di successo, alla progressiva eliminazione dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini europei. 

E' tempo che sorga, in Italia come in altri Paesi, un movimento d'opinione che non si limiti a criticare questo o quell'aspetto del sistema-UE, ma che li consideri tutti nella loro importanza: dal libero scambio alla BCE, dalla valuta unica al ruolo della Commissione. Ci auguriamo che personalità come Emiliano Brancaccio possano contribuire alla nascita di un simile movimento.
                                                              
                                                         main-stream.it

AGGIORNAMENTO: ulteriori interventi di Emiliano Brancaccio:


lunedì 9 aprile 2012

E se lo dice il NYT

Il Mainstream non condivide l'ottimismo del Governo Monti sulle sorti dell'economia italiana (ed europea). Questo articolo del New York Times uscito domenica 8 aprile dovrebbe metterci tutti in guardia, mettendo in chiaro che quella in cui ci trasciniamo da qualche mese non è che una tregua nella crisi dell'Euro (nel senso di cagionata dall'Euro). In particolare Liz Alderman lascia intendere come il LTRO della BCE, lungi dal risolvere i guai europei, non faccia che aggravarli, allontanando le possibili soluzioni. Pezo el tacòn del buso.
Ecco una sommaria traduzione dell'articolo. Chi volesse consultare l'originale non ha che da cliccare qui.
(C.M.)


Di LIZ ALDERMAN

PARIGI —Fino a pochi mesi fa le banche di tutto il mondo si affannavano per liberarsi di grandi quantità di titoli pubblici europei, trasformatisi in titoli "tossici" dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.