Una settimana fa Mario Draghi ha chiarito ciò che già Emiliano Brancaccio ci aveva spiegato: e cioè che l'Unione Bancaria porterà alla chiusura delle banche deboli, cioè quelle del Sud Europa. La centralizzazione in capo alla BCE dei poteri di vigilanza e controllo ora nelle mani delle BC nazionali favorirà un processo di centralizzazione dei capitali, portando così al completo predominio delle grandi banche del nord.
Dato che la classe dirigente italiana queste cose le sa, ed ha a disposizione "ingegneri contabili" di grande livello, a Roma hanno pensato immediatamente alla contromisura: la rivalutazione delle quote di partecipazione in Bankitalia.
Questa mossa dimostra come il ceto politico (e tecnocratico) italiano non abbia alcuna intenzione di "subire" il grande gioco europeo: esso anzi vede l'Unione Europea come un terreno di espansione del proprio dominio e del proprio prestigio. Non può dunque rinunciare alla prospettiva del "piùeuropa", compresa l'Unione Bancaria, ma non può nemmeno accettare di farsi espropriare del tutto dai capitali del nord. E quindi ricorre ai trucchi contabili, per il cui approfondimento sono caldamente consigliate queste letture.
Non sappiamo se questo disegno avrà successo; di sicuro rischia di non partire nemmeno, grazie alla feroce opposizione del Movimento 5 Stelle.
La linea del contrasto alla "regalia" alle banche non è sbagliata, ma rischia di risultare un po' miope. Andrebbe ricollegata ad un giudizio sulle strategie del capitale italiano per sopravvivere e ritagliarsi la leadership europea, nonché alla possibilità concreta che, impedendo che la rivalutazione abbia luogo, le banche italiane si ritrovino in una posizione di debolezza tale da favorire la loro fagocitazione da parte degli istituti del Nord Europa.
Non si tratta di rinunciare alla lotta, né tantomeno di cedere alle lusinghe di Matteo Renzi. Si tratta di porre in primo piano l'opzione della nazionalizzazione degli istituti di credito, l'unico modo che permetta di impedire la colonizzazione finanziaria del nostro paese senza regalare nulla a nessun banchiere. Anzi. (C.M.)
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mercoledì 29 gennaio 2014
lunedì 23 aprile 2012
Risultati prevedibili, evoluzioni scontate
Claudio Martini
Mentre in Italia si sta ormai perdendo l'abitudine al voto (leggere per credere), In Francia, paese sovrano, ci sono state le elezioni presidenziali. I risultati sono ormai arci-noti. Il candidato MLP, quello che denuncia i disastri economici provocati dall'Euro e dalla UE, che invoca l'uscita dalla NATO e critica l'interventismo USA, che vorrebbe una Francia non più nucleare e combatte contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni, che propone una Banca di Francia al servizio delle politiche sociali, la separazione tra banche d'affari e banche d'investimento, la limitazione dei movimenti di capitale, una nuova regolazione del commercio internazionale e la fine del predominio del Dollaro- ecco, quel candidato ha preso il 18%, mentre il candidato JLM, che per tutta la campagna ha cercato di mettere in difficoltà il primo su temi non esattamente all'ordine del giorno come aborto e matrimoni gay, non ha raggiunto il 12%. C'è di che riflettere.
E c'è anche di che speculare su quello che accadrà con l'instaurazione del nuovo governo. Certo, sarebbe prematuro dare per morto Nicolas Sarkozy, e forse i suoi critici di destra italiani (qui e qui) esprimono con troppa fretta la loro soddisfazione. Tuttavia non si può negare che Hollande sia tra i vincitori della giornata, e che le probabilità di una sua ascesa all'Eliseo sono molto elevate.
Le ipotesi sulla sorte che seguirà il futuro esecutivo socialista si riducono sostanzialmente a due: Hollande manterrà le sue promesse oppure non le manterrà. La prima opzione è abbracciata entusiasticamente dalla "sinistra italiana" (anche con toni decisamente enfatici) e pure da quella europea (pur con diverse sfumature), e sembra persino condivisa da certi settori dell'aristrocrazia finanziaria, quelli dai nervi più fragili. La seconda possiblità, invece, è abbracciata da coloro che vedono con scetticismo una svolta nella politica francese, sia per la mancanza di volontà di Hollande sia per gli effettivi vincoli con cui qualsiasi governo soggetto all'unione Europea deve misurarsi.
In generale sembra che il mainstream, italiano e non, sia orientato verso l'ipotesi meno realistica, ossia un Partito Socialista coerente e in buona fede. Se però guardiamo le cose con maggior distacco, noteremo che le due ipotesi nel medio periodo convergono verso un unico risultato: il declino delle sinistre e il decollo del Fronte Nazionale. Se Hollande fa sul serio, e davvero vuole portare in Europa politiche espansive e dare una mano di rosso (a dire il vero di rosé) ai trattati UE, dovrà necessariamente e letteralmente scontrarsi col governo di Angela Merkel. Maggiore sarà la fedeltà del PS al proprio programma elettorale, maggiore sarà la tensione tra Parigi e Berlino. Tensione che potrebbe scaricarsi in maniera distruttiva sull'intera costruzione dell'Euro, e cioè sull'intero orizzonte politico-strategico dei socialisti francesi. Nel caso invece che Hollande tradisca le aspettative, e si adegui alle disposizioni rigoriste contenute nel Fiscal Compact (e nulla lascia immaginare che non sarà così), avremo il bel risultato di un esecutivo "di sinistra" che devasta la Francia in nome dell'Europa. Con il Fronte Nazionale come unica opposizione. Come credete che andrà a finire?
lunedì 9 aprile 2012
E se lo dice il NYT
Il Mainstream non condivide l'ottimismo del Governo Monti sulle sorti dell'economia italiana (ed europea). Questo articolo del New York Times uscito domenica 8 aprile dovrebbe metterci tutti in guardia, mettendo in chiaro che quella in cui ci trasciniamo da qualche mese non è che una tregua nella crisi dell'Euro (nel senso di cagionata dall'Euro). In particolare Liz Alderman lascia intendere come il LTRO della BCE, lungi dal risolvere i guai europei, non faccia che aggravarli, allontanando le possibili soluzioni. Pezo el tacòn del buso.
Ecco una sommaria traduzione dell'articolo. Chi volesse consultare l'originale non ha che da cliccare qui. (C.M.)
Di LIZ ALDERMAN
PARIGI —Fino a pochi mesi fa le banche di tutto il mondo si affannavano per liberarsi di grandi quantità di titoli pubblici europei, trasformatisi in titoli "tossici" dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.
Ecco una sommaria traduzione dell'articolo. Chi volesse consultare l'originale non ha che da cliccare qui. (C.M.)
Di LIZ ALDERMAN
PARIGI —Fino a pochi mesi fa le banche di tutto il mondo si affannavano per liberarsi di grandi quantità di titoli pubblici europei, trasformatisi in titoli "tossici" dopo lo scoppio della crisi dei debiti sovrani.
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