La rivista on line "Economiaepolitica" ha pubblicato la traduzione di un articolo di Bernard Maris, l'economista morto nella strage di Parigi.
Segnalo anche una interessante intervista a Piergiorgio Gawronski.
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lunedì 19 gennaio 2015
mercoledì 1 ottobre 2014
(R)allentamento dell'austerità. E poi?
L'Italia e la Francia dichiarano che, per loro decisioni unilaterale, il raggiungimento degli obiettivi europei in tema di risanamento dei bilanci pubblici è rinviato, se non proprio accantonato. Sono soprattutto i toni dell'esecutivo francese a far pensare a una sorta di "rottura" dell'ordine austeritario fino ad oggi imperante (del resto i conti di Parigi saranno sorvegliati da un delegato di quell'esecutivo).
I prossimi sviluppi di questa vicenda potranno svolgere la funzione di 'test' di validità di due contrapposte teorie: quella che vede le istituzioni europee come padrone degli stati, ben esemplificata qui, e quella che intende le stesse istituzioni come mera emanazione degli esecutivi nazionali (impostazione rintracciabile qui).
Al di là di quest'ultimo aspetto, si può convenire sul punto che i governi nazionali dell'eurozona (e in particolare il "direttorio" costituito dagli esecutivi di Germania, Francia e Italia) stiano cercando di stabilizzare le condizioni dell'eeconomia europea, in modo da prevenire cataclismi paragonabili a quelli occorsi nel 2011. Dunque l'allentamento dell'austerià praticato da Roma e Parigi va messo in parallelo con gli abbozzi di espansione fiscale messi in atto da Berlino, nonché con la politica monetaria iper-accomodante della BCE. I governi nazionali, in questo schema, guadagnerebbero due-tre anni di tempo per "fare le riforme", cioè completare la normalizzazione neo-liberista delle società europee, senza con questo mettere a repentaglio la tenuta dell'eurozona. Non è molto diverso, in fin dei conti, da quanto suggerito da Alesina & Giavazzi.
Questi tentativi avranno successo? La condizione fondamentale è che il PIL europeo torni a crescere, e in maniera abbastanza omogenea, in modo da non lasciare singoli stati in gravi difficoltà. Putroppo, quello di cui i governi nazionali non tengono conto è che ci troviamo, con tutta probabilità, in una fase di Stagnazione Secolare (per chiarire il concetto, qui e qui). Dunque se è plausibile che la stagione dell'austerità si avvii al termine, è probabile che ciò avvenga contemporaneamente al tramonto dell'epoca della crescita.
Se così stanno le cose, tutti i piani dei decisori politici europei sono destinati al fallimento. Fallimento di cui saremo noi a pagare il prezzo. (C.M.)
I prossimi sviluppi di questa vicenda potranno svolgere la funzione di 'test' di validità di due contrapposte teorie: quella che vede le istituzioni europee come padrone degli stati, ben esemplificata qui, e quella che intende le stesse istituzioni come mera emanazione degli esecutivi nazionali (impostazione rintracciabile qui).
Al di là di quest'ultimo aspetto, si può convenire sul punto che i governi nazionali dell'eurozona (e in particolare il "direttorio" costituito dagli esecutivi di Germania, Francia e Italia) stiano cercando di stabilizzare le condizioni dell'eeconomia europea, in modo da prevenire cataclismi paragonabili a quelli occorsi nel 2011. Dunque l'allentamento dell'austerià praticato da Roma e Parigi va messo in parallelo con gli abbozzi di espansione fiscale messi in atto da Berlino, nonché con la politica monetaria iper-accomodante della BCE. I governi nazionali, in questo schema, guadagnerebbero due-tre anni di tempo per "fare le riforme", cioè completare la normalizzazione neo-liberista delle società europee, senza con questo mettere a repentaglio la tenuta dell'eurozona. Non è molto diverso, in fin dei conti, da quanto suggerito da Alesina & Giavazzi.
Questi tentativi avranno successo? La condizione fondamentale è che il PIL europeo torni a crescere, e in maniera abbastanza omogenea, in modo da non lasciare singoli stati in gravi difficoltà. Putroppo, quello di cui i governi nazionali non tengono conto è che ci troviamo, con tutta probabilità, in una fase di Stagnazione Secolare (per chiarire il concetto, qui e qui). Dunque se è plausibile che la stagione dell'austerità si avvii al termine, è probabile che ciò avvenga contemporaneamente al tramonto dell'epoca della crescita.
Se così stanno le cose, tutti i piani dei decisori politici europei sono destinati al fallimento. Fallimento di cui saremo noi a pagare il prezzo. (C.M.)
mercoledì 29 gennaio 2014
I 5 Stelle e le banche
Una settimana fa Mario Draghi ha chiarito ciò che già Emiliano Brancaccio ci aveva spiegato: e cioè che l'Unione Bancaria porterà alla chiusura delle banche deboli, cioè quelle del Sud Europa. La centralizzazione in capo alla BCE dei poteri di vigilanza e controllo ora nelle mani delle BC nazionali favorirà un processo di centralizzazione dei capitali, portando così al completo predominio delle grandi banche del nord.
Dato che la classe dirigente italiana queste cose le sa, ed ha a disposizione "ingegneri contabili" di grande livello, a Roma hanno pensato immediatamente alla contromisura: la rivalutazione delle quote di partecipazione in Bankitalia.
Questa mossa dimostra come il ceto politico (e tecnocratico) italiano non abbia alcuna intenzione di "subire" il grande gioco europeo: esso anzi vede l'Unione Europea come un terreno di espansione del proprio dominio e del proprio prestigio. Non può dunque rinunciare alla prospettiva del "piùeuropa", compresa l'Unione Bancaria, ma non può nemmeno accettare di farsi espropriare del tutto dai capitali del nord. E quindi ricorre ai trucchi contabili, per il cui approfondimento sono caldamente consigliate queste letture.
Non sappiamo se questo disegno avrà successo; di sicuro rischia di non partire nemmeno, grazie alla feroce opposizione del Movimento 5 Stelle.
La linea del contrasto alla "regalia" alle banche non è sbagliata, ma rischia di risultare un po' miope. Andrebbe ricollegata ad un giudizio sulle strategie del capitale italiano per sopravvivere e ritagliarsi la leadership europea, nonché alla possibilità concreta che, impedendo che la rivalutazione abbia luogo, le banche italiane si ritrovino in una posizione di debolezza tale da favorire la loro fagocitazione da parte degli istituti del Nord Europa.
Non si tratta di rinunciare alla lotta, né tantomeno di cedere alle lusinghe di Matteo Renzi. Si tratta di porre in primo piano l'opzione della nazionalizzazione degli istituti di credito, l'unico modo che permetta di impedire la colonizzazione finanziaria del nostro paese senza regalare nulla a nessun banchiere. Anzi. (C.M.)
Dato che la classe dirigente italiana queste cose le sa, ed ha a disposizione "ingegneri contabili" di grande livello, a Roma hanno pensato immediatamente alla contromisura: la rivalutazione delle quote di partecipazione in Bankitalia.
Questa mossa dimostra come il ceto politico (e tecnocratico) italiano non abbia alcuna intenzione di "subire" il grande gioco europeo: esso anzi vede l'Unione Europea come un terreno di espansione del proprio dominio e del proprio prestigio. Non può dunque rinunciare alla prospettiva del "piùeuropa", compresa l'Unione Bancaria, ma non può nemmeno accettare di farsi espropriare del tutto dai capitali del nord. E quindi ricorre ai trucchi contabili, per il cui approfondimento sono caldamente consigliate queste letture.
Non sappiamo se questo disegno avrà successo; di sicuro rischia di non partire nemmeno, grazie alla feroce opposizione del Movimento 5 Stelle.
La linea del contrasto alla "regalia" alle banche non è sbagliata, ma rischia di risultare un po' miope. Andrebbe ricollegata ad un giudizio sulle strategie del capitale italiano per sopravvivere e ritagliarsi la leadership europea, nonché alla possibilità concreta che, impedendo che la rivalutazione abbia luogo, le banche italiane si ritrovino in una posizione di debolezza tale da favorire la loro fagocitazione da parte degli istituti del Nord Europa.
Non si tratta di rinunciare alla lotta, né tantomeno di cedere alle lusinghe di Matteo Renzi. Si tratta di porre in primo piano l'opzione della nazionalizzazione degli istituti di credito, l'unico modo che permetta di impedire la colonizzazione finanziaria del nostro paese senza regalare nulla a nessun banchiere. Anzi. (C.M.)
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