L'Italia e la Francia dichiarano che, per loro decisioni unilaterale, il raggiungimento degli obiettivi europei in tema di risanamento dei bilanci pubblici è rinviato, se non proprio accantonato. Sono soprattutto i toni dell'esecutivo francese a far pensare a una sorta di "rottura" dell'ordine austeritario fino ad oggi imperante (del resto i conti di Parigi saranno sorvegliati da un delegato di quell'esecutivo).
I prossimi sviluppi di questa vicenda potranno svolgere la funzione di 'test' di validità di due contrapposte teorie: quella che vede le istituzioni europee come padrone degli stati, ben esemplificata qui, e quella che intende le stesse istituzioni come mera emanazione degli esecutivi nazionali (impostazione rintracciabile qui).
Al di là di quest'ultimo aspetto, si può convenire sul punto che i governi nazionali dell'eurozona (e in particolare il "direttorio" costituito dagli esecutivi di Germania, Francia e Italia) stiano cercando di stabilizzare le condizioni dell'eeconomia europea, in modo da prevenire cataclismi paragonabili a quelli occorsi nel 2011. Dunque l'allentamento dell'austerià praticato da Roma e Parigi va messo in parallelo con gli abbozzi di espansione fiscale messi in atto da Berlino, nonché con la politica monetaria iper-accomodante della BCE. I governi nazionali, in questo schema, guadagnerebbero due-tre anni di tempo per "fare le riforme", cioè completare la normalizzazione neo-liberista delle società europee, senza con questo mettere a repentaglio la tenuta dell'eurozona. Non è molto diverso, in fin dei conti, da quanto suggerito da Alesina & Giavazzi.
Questi tentativi avranno successo? La condizione fondamentale è che il PIL europeo torni a crescere, e in maniera abbastanza omogenea, in modo da non lasciare singoli stati in gravi difficoltà. Putroppo, quello di cui i governi nazionali non tengono conto è che ci troviamo, con tutta probabilità, in una fase di Stagnazione Secolare (per chiarire il concetto, qui e qui). Dunque se è plausibile che la stagione dell'austerità si avvii al termine, è probabile che ciò avvenga contemporaneamente al tramonto dell'epoca della crescita.
Se così stanno le cose, tutti i piani dei decisori politici europei sono destinati al fallimento. Fallimento di cui saremo noi a pagare il prezzo. (C.M.)
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mercoledì 1 ottobre 2014
martedì 9 luglio 2013
L'Italia è un gigante economico. Lo sapevate?
Claudio Martini
Qualche giorno fa abbiamo denunciato lo spudorato terrorismo di due marescialli del PUDE, Eugenio Scalfari e Giovanni Floris. Costoro spaventavano il pubblico dicendo che fuori dall'euro l'Italia avrebbe perso qualsiasi peso economico. Usarono espressioni come "finiremmo come il Marocco, o l'Egitto, quei posti lì". Sorvoliamo sul retroguso razzistoide di frasi del genere, e andiamo alla sostanza.
Questo genere di argomenti può fare presa solo su chi ha una totale ignoranza della realtà economica del nostro tempo, e in particolare sul peso specifico del nostro paese nel contesto internazionale. L'Italia è un paese molto importante, lo sappiamo. Ma è sopratutto un paese molto ricco. Tuttavia, nell'immaginario di tanti suoi cittadini l'Italia è una provincia piccola e marginale, che presto sarà scalzata dalla Thailandia (sentito con le mie orecchie), che comunque non può reggere il peso dell'avanzata dei paesi emergenti, e che perciò deve "fare gruppo" con i cugini europei per resistere alla preoccupante ascesa dei
Qui non c'è di mezzo solo il classico auto-razzismo degli italiani. Qui gioca un ruolo la mancata consapevolezza dell'incredibile divario che separa i paesi ricchi da quelli poveri.
Prendiamo il Marocco. Utilizzando i dati del Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2012, si può affermare che il reddito nazionale lordo del Marocco è di 97 miliardi e mezzo di dollari, mentre quello italiano assomma a 2014 miliardi.
Avete letto bene. Il Pil marocchino è meno di un ventesimo di quello italiano. E non pesa qui il divario di popolazione, visto che i residenti in Marocco sono grosso modo i 3/5 di quelli in Italia (38 milioni contro 59).
E l'Egitto? Inserire questo paese nel novero di quelli "che crescono" sembra davvero improprio, visto che il caos politico seguito ai fatti del febbraio 2011, unitamente all'illuminata amministrazione dei Fratelli Musulmani, ha portato alla rovina l'economia egiziana, tanto che forse è il caso di parlare di "paese sprofondante" più che di "paese emergente"... In ogni caso, il Pil egiziano nel 2012 era di 256 miliardi di dollari. Grosso modo un decimo del Regno Unito, e un ottavo dell'Italia- con una popolazione che, secondo stime recenti, supera i 90 milioni.
Il divario tra le due sponde del mediterraneo rimane abissale. Ma il discorso si può generalizzare. Ora facciamo una serie di confronti "Paese europei VS Paesi emergenti".
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