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lunedì 21 ottobre 2019

Storia del precariato in Italia (1)

Pubblichiamo gli interventi all'incontro "Storia del precariato in Italia. Una proposta di Riforma" organizzato dal Fronte Sovranista Italiano - Regione Liguria, che si è svolto Sabato 12 Ottobre a Genova.

Una sintesi dell'evoluzione del quadro normativo in materia di lavoro:


sabato 4 marzo 2017

Spostamenti oligarchici

Sul blog Badiale&Tringali


http://www.badiale-tringali.it/2017/03/spostamenti-oligarchici.html

martedì 10 marzo 2015

Il futuro dei greci è nelle mani dei greci

 Claudio Martini



Il commentatore Francesco ci segnala un pezzo di Michele Nobile, che giudico uno pochi commenti davvero all'altezza della situazione che sta vivendo la Grecia.
L'articolo ha diversi meriti. In primo luogo, fa piazza pulita della retorica (e della disinformazione) sulla presunta capitolazione del governo Tsipras.
Come il lettore ricorderà, La linea di Schauble era: nessuna trattativa con i greci; il memorandum sottoscritto dal governo di Samaras del 2012 va bene così com'è. Ed il ministro era sicuro di spuntarla, dato che poteva contare, sulla carta, della maggioranza dei voti in seno all'Eurogruppo.
Tale linea è stata platealmente sconfessata dal vice-presidente del consiglio tedesco, il segretario della SPD Sigmar Gabriel, e pertanto Schauble ha dovuto fare "marcia indietro", per la gioia di Verdi e Linke e lo scorno della CSU.
La "mozione Varoufakis", gradualmente, ha saputo conquistare i favori della Commissione Europea, del FMI, dell'OCSE, e persino il sostegno informale degli USA. Il governo greco, pertanto, è riuscito nell'opera di dividere il fronte dell'egemonia "eurista" e occidentale.

Questo purtroppo non è chiaro a molti commentatori, anche di aree molto diverse. Temo che siano condivisibili le parole di Krugman:

in realtà, la mia sensazione è che stiamo vedendo una diabolica alleanza qui tra gli scrittori di sinistra (e no-euro, NdA) con aspettative irrealistiche e la stampa economica, che ama la storia della debacle greca perché è quello che dovrebbe accadere a debitori arroganti.

La situazione è invece chiara a Nobile: 

Un risultato è che il governo Tsipras è sopravvissuto al negoziato, non come mero esecutore ma come autentica parte negoziale, attiva nel definire l'agenda delle misure di politica economica e sociale.

 Chiunque avesse contrattato con la troika in queste condizioni, nazionali e internazionali, avrebbe ottenuto gli stessi risultati.

Naturalmente, minacciare l'uscita dall'euro avrebbe comportato l'immediata vittoria delle controparti dei greci, in primo luogo della Germania. Non può passare inosservato come, nelle settimane antecedenti il negoziato, diversi esponenti tedeschi abbiano minimizzato gli effetti di un'eventuale uscita dall'euro della Grecia, in netto contrato con quanto affermato da Draghi. Anche durante il negoziato, Schauble si è spinto a dire che la permanenza dall'euro dipendeva dal governo greco, con un plateale tentativo di spostare le responsabilità del Grexit sulle spalle di Tsipras. La minaccia di uscire dall'euro unilateralmente, impraticabile per un governo appena insediato, politicamente impopolare in Grecia, economicamente foriera di ulteriori, gravissime difficoltà per un'economia già disastrata, sarebbe stata accolta dai negoziatori dei paesi del Nord con un largo sorriso.

Il merito più grande del pezzo di Nobile, tuttavia, è un altro. Egli mette in chiara luce la natura del confronto tra il governo Tsipras e gli altri esecutivi europei: democrazia vs post-democrazia, mandato popolare vs potere della finanza.E dato che la democrazia, in questo momento storico, è particolarmente debole, i rapporti di forza hanno permesso di raggiungere un accordo tra governo greco e 'istituzioni' che è, allo stesso tempo, il massimo che poteva essere raggiunto e il minimo che dovrebbe essere fatto oggi in Grecia.
Perché, sia ben chiaro, le riforme annunciate da Varoufakis sono positive, ma assolutamente insufficienti; e bene fa chi sottolinea la loro insufficienza. Afferma giustamente Nobile:

nella contrattazione con la troika il governo Tsipras sarebbe molto più forte se potesse far valere la mobilitazione spontanea e offensiva dei lavoratori e dei comuni cittadini greci; ma se questi ultimi pretendessero, com'è giusto, la realizzazione integrale e rapida (i tempi!) del Programma di Salonicco, allora Syriza dovrebbe rivedere la propria strategia, rischiando altrimenti di trovarsi invischiata in una terribile e fatale contraddizione politica.

In realtà, dubito fortemente che il governo greco, di fronte ad una mobilitazione spontanea e di massa, sposerebbe la linea del moderatismo compromissoria. Penso invece che approfitterebbe della situazione per rafforzare la propria posizione negoziale. Ma ciò non toglie valore all'analisi.

L'errore più grande che possiamo commettere (e che non devono commettere i greci) è di considerare Tsipras alla stregua di un salvatore. Non sarà il governo greco, da solo, a portate il paese fuori dell'abisso.  Occorre la mobilitazione di tutti. Chi invece oggi si affida, senza far nulla, all'azione del governo, si prepara, domani, a gridare al tradimento del presunto salvatore. Questo atteggiamento non prelude ad altro che a nuove sconfitte.
Per i greci, dunque, è proprio questo il momento di prendere in mano il proprio destino. Le mobilitazioni anti-austerità degli scorsi anni dovrebbero dunque riaccendersi, ancora più forti, nella consapevolezza che ad Atene c'è oggi un governo democratico, e non di nemici del popolo.
Questo discorso, naturalmente, coinvolge tutti i popoli europei. Maggiore sarà la loro (la nostra!) mobilitazione, nei nostri paesi e nelle nostre città, contro le misure decise dai rappresentanti della grande finanza europea, maggiore saranno le probabilità che il governo greco (e i governi democratici che verranno) riescano a cambiare le regole del regime dell'euro. Minore sarà tale mobilitazione, maggiore sarà la misura della nostra sconfitta.



lunedì 23 febbraio 2015

Tsipras non riuscirà a cambiare il "sistema dell'euro". Ecco perché

È chiaro a tutti che quanto sta accadendo in questi giorni fra il governo greco e le oligarchie euriste
potrebbe rappresentare una novità politica capace di produrre cambiamenti cruciali per il futuro dei popoli europei.
Noi restiamo convinti che la natura dell'UE non sia riformabile nel senso indicato nel programma di Tsipras, e che, di conseguenza, siano solo due gli scenari che potranno concretizzarsi: il cedimento di Syriza oppure la fuoriuscita della Grecia dall'euro. Questa seconda ipotesi aprirebbe la strada alla dissoluzione della moneta unica e probabilmente della stessa UE.

Claudio Martini, qualche giorno fa, ha argomentato un'opinione diversa.
Claudio ha criticato le posizioni simili alle nostre in quanto originate dall'idea che le regole su cui si fonda il “sistema dell'euro” siano immodificabili, e che quindi non esista altra via di salvezza che l'abbandono della moneta unica. Un “There is no alternative” in fondo simile a quello di chi sostiene che tali regole vadano rispettate così come sono oggi.
Tuttavia, per quanto ci riguarda, abbiamo spesso sostenuto che esiste certamente la possibilità di modifiche al “sistema dell'euro” o al funzionamento delle istituzioni europee. Ma riteniamo che tali modifiche, se realizzate, renderanno il quadro europeo ancora più cupo di quanto non sia già.
In concreto, non è affatto impossibile che prima o poi si giunga a forme di mutualizzazione dei debiti sovrani e, soprattutto, alla creazione di “stanze di compensazione” fra i surplus del nord e i deficit del sud. Come ormai tutti sanno, infatti, sono queste le modifiche necessarie a tenere in piedi la moneta unica. E non a caso anche le proposte anticrisi del ministro Varoufakis vanno esattamente in questa direzione.
Senza queste modifiche al “sistema dell'euro”, se anche la Grecia riuscisse a ottenere qualche spazio di manovra per politiche espansive, esse finirebbero per riprodurre gli stessi squilibri che hanno portato alla crisi attuale.

Ma a quali costi politici è possibile pensare che tali modifiche possano trovare realizzazione? Il punto è che introdurle significa rivoluzionare l'intero assetto delle istituzioni europee, e garantire loro piena sovranità nella scelta delle politiche economiche e sociali dei paesi membri, a meno che non si pensi che i paesi economicamente forti si facciano carico dei debiti di quelli deboli, accettando di non metter bocca nelle loro scelte di politica economica e sociale. Difficile.
In estrema sintesi, la posizione tedesca, sposata dalla BCE, è “solvibilità in cambio di sovranità”.
Tutto il contrario di quanto promesso da Tsipras, che si è assunto l'impegno di negoziare con l'eurogruppo senza accettare cessioni di sovranità (tenendosi così le mani libere per porre fine all'austerity in Grecia).
Va riconosciuto che aver ottenuto di discutere su riforme proposte da Atene e non dalla Troika, rappresenta una piccola, ma significativa vittoria. 
Siamo convinti che non basterà. 
Vedremo presto cosa proporrà il governo greco, e cosa effettivamente, alla fine, potrà realizzare. I temi da seguire con particolare attenzione saranno quelli legati al lavoro e alle privatizzazioni. 
Le Istituzioni europee vogliono facilità di licenziamento e privatizzazioni. Tsipras ha promesso di opporsi a entrambi, reintroducendo tutele per i lavoratori, e bloccando le cessioni degli asset statali, come i porti.
Misureremo nel concreto se il governo di Atene proverà davvero a invertire la rotta imposta da Bruxelles, e se vi riuscirà, dimostrando di essere l'effettivo titolare della sovranità.
Non a caso, tutte le mosse dell'UE degli ultimi anni (Fiscal Compact, “six pack”, “Fondo Salva Stati”) vanno nella direzione della spoliazione della sovranità degli Stati, in particolare di quelli in deficit.
Se Tsipras realizzasse quanto promesso, farebbe saltare per aria le stesse fondamenta dell'Unione Europea (e ci sarebbe da essergliene molto grati), ma ci sembra davvero impossibile che ci possa riuscire. Non saranno solo i paesi del nord ad impedirlo, ma anche quelli del sud, sorretti da governi che hanno devastato i propri popoli, e che non vogliono porgere il fianco a possibili forze alternative. In questa situazione, per esempio, si trova la Spagna, che andrà ad elezioni nel prossimo dicembre. E' abbastanza prevedibile che una vittoria di Tsipras sulle istituzioni europee spianerebbe la strada a Podemos.
Vedremo. Una volta spiegate le reciproche ragioni, non ci resta che attendere gli eventi, con l'onestà intellettuale di riconoscere quello che la realtà ci dirà.


(Marino Badiale, Fabrizio Tringali)

martedì 17 febbraio 2015

Storify sulla Grecia e l'uscita dall'euro

Proviamo uno storify artigianale, qui sul blog. La lettura di un tweet e delle successive risposte mi ha suggerito alcune riflessioni. Ho omesso nomi e cognomi.
Ecco il tweet:

tsipras e varoufakis hanno un problema, e no, non è un problema con l'eurogruppo o con la troika.. il problema è con i greci e coi forconi

L'autore allude al fatto che se il governo greco non si decide ad uscire dall'euro, i greci ricorreranno ai forconi. Sollecitato sul punto, il nostro chiarisce il concetto:

o escono dall'euro o si piegano alle leggi dell'euro, scelte dure in entrambi i casi, ma con una c'è il domani, con l'altra no

Annuncio subito che è questo il tweet che ha attirato il mio interesse. Per completezza riporto il resto della conversazione. Ecco la risposta dell'interlocutore: 

no, dimmi per quale geniale motivo devono uscire, perché stampano banconote più colorate?

Replica: 

perché l'euro è ormai una valuta davvero troppo inappropriata per la loro economia, non hanno scelta, è finita

La sottolineatura è mia. 
Naturalmente, ciò a cui allude l'autore è la facoltà di svalutare la neo-dracma e recuperare competitività. La replica finale dell'interlocutore è la seguente: 

il gap competitivo lo hanno già colmato con la svalutazione interna, non ha funzionato, non conta solo il prezzo.

In effetti chi sostiene che alla Grecia converrebbe uscire dall'euro, in modo da ridurre i prezzi delle proprie merci e divenire competitiva, non considera gli effetti del deprezzamento reale che la Grecia ha subito: i prezzi sono già consistentemente calati, e la Grecia è a tutt'oggi in deficit rispetto ai propri partner commerciali. Ricordate la vecchia alternativa o si svaluta la moneta, o si svaluta il salario?  Si può svalutare la moneta o il salario, ma gli effetti, nell'attuale contesto internazionale, sono altrettanto nulli. 
Forse sarebbe ora di mettere in forse la stessa necessità dell'alternativa. E questo ci riporta al secondo tweet: 

o escono dall'euro o si piegano alle leggi dell'euro
 E ancora:
non hanno scelta. è finita

Sembra una versione aggiornata del motto thatcheriano: da There Is No Alternative (TINA) a This Is The Alternative (TITA). Sono petizioni di principio che richiamano alla mente la proverbiale minestra e l'altrettanto proverbiale finestra. Le "leggi dell'euro" qui evocate appaiono eterne, implacabili e immodificabili, tanto che o si accetta di sottostarvi oppure l'alternativa è andarsene dalla moneta unica. 
Ora, si dà il caso che questa sia la posizione di Merkel e Schauble. La posizione tedesca è: le leggi sono queste, non si cambiano, se volete quella è la porta (ma non vi conviene uscire). La posizione anti-euro è: le leggi sono queste, non si cambiano, quella è la porta (e ci conviene uscire).
Come vedete, sono posizioni perfettamente simmetriche e speculari. 
È notorio che la posizione di gran lunga più popolare in tutti i paesi europei, e segnatamente in quelli della "periferia", è quella di tenersi l'euro, ma liberarsi dell'austerità. Sottolineo che questa posizione è quella di SYRIZA e Podemos, ma NON è quella dei vari Rajoy, Samaras, Monti-Letta-Renzi, per i quali l'austerità è una conseguenza logica della permanenza nell'euro, anzi, il "prezzo" del "biglietto" per rimanerci.
Poniamoci una domanda. È più "sovversiva" la posizione di chi dice che le regole sono queste, bisogna rassegnarsi, e l'unica soluzione è uscire: oppure quella di chi afferma che si può rimanere dentro, senza pagare il biglietto?
Si può anche generalizzare il discorso. Cos'è più rivoluzionario, convincersi che l'Europa rimarra sempre così com'è, accettandone il predominio tedesco e austeritario, oppure lavorare per trasformarla? Dichiarare che le leggi dell'euro sono eterne e immutabili, oppure cancellarle e sostituirle?

Mi si obietterà: ma questo è il PiùEuropa, che hai sempre attaccato.
Ottima obiezione.
Tuttavia, la critica del PiùEuropa è sempre stata incentrata su un movimento di intellettuali che, per anni, si sono limitati a esprimere il desiderio che l'Europa cambiasse, senza dare alcun contributo perchè ciò accadesse, e anzi offrendo il destro ad operazioni di ceto politico che hanno finito per soffocare qualsiasi vera alternativa ai partiti euristi. Il mondo della Lista Tsipras, insomma.
Il vero Tsipras è un'altra cosa: egli rappresenta un governo (sovrano!), espressione di un movimento politico realmente radicato fra il popolo greco, che sta realmente incidendo sullo scenario politico europeo. Sta, in pratica, mettendo in discussione l'immodificabilità delle leggi dell'euro; ed è probabile che ci riesca, dato che l'unico modo per fermarlo sarebbe cacciare la Grecia dall'euro, violando così l'altro imprescindibile dogma dell'establishment europeo: l'irreversibilità della moneta unica.
Non fidatevi mai di chi vi dice che non c'è alternativa. L'alternativa c'è sempre. Basta volerlo. (C.M.)







mercoledì 11 febbraio 2015

Citazioni/4


“C'è stata una trasformazione dei rapporti di forza a vantaggio della borghesia e a spese dei lavoratori per tutto il periodo di avviamento del Mercato Comune.
Questo cambiamento dei rapporti di forza deriva da tutta una serie di cause (…). Non ci soffermeremo ad esaminarle una per una, ma ci limiteremo ad illustrare un fatto fondamentale: l'internazionalismo dei padroni e delle loro organizzazioni è risultato molto più concreto ed efficace di quello dei lavoratori e delle loro organizzazioni.
D'altra parte, era facile prevederlo, e chi, nel movimento operaio, ha cercato di tapparsi gli occhi e ha predetto che la realizzazione del Mercato Comune avrebbe favorito la lotta operaia e persino la lotta socialista contro il padronato non ha fatto che nutrire pie illusioni. Era inevitabile che la borghesia e il padronato, per la loro stessa tradizione, per il loro modo di vivere, per l'ambiente in cui si muovono e i mezzi di cui dispongono, fossero molto più pronti ad un'azione su scala europea che non la classe operaia (…).
In proposito, possiamo esprimere un moderato ottimismo. È innegabile che, a lungo andare, la realtà riuscirà a spuntarla sul pregiudizio, la lezione dell'esperienza insegnerà a tutti i settori sindacali che ancora non lo capiscono, che è indispensabile un'unità d'azione in seno al Mercato Comune.”
(E.Mandel, Neocapitalismo e crisi del dollaro, Laterza 1973, pagg.92-93).


Ernest Mandel è stato un economista marxista e dirigente politico trotskista. La citazione è tratta dalla relazione ad un convegno, originariamente pubblicata nel 1964. Cinquant'anni fa, era chiarissimo ad una persona intelligente come Mandel il succo del processo di integrazione europea, che in quel momento si condensava nel Mercato Comune: i ceti dirigenti si unificano, i ceti subalterni restano divisi, quindi i primi sono più forti e simmetricamente i secondi sono più deboli. Cinquant'anni fa, era certo ragionevole, o almeno non assurda, la speranza che questa situazione potesse essere superata con una parallela unificazione dei ceti subalterni. Cinquant'anni più tardi, queste illusioni non sono più possibili, e chi ripete, parlando di euro e UE, le illusioni di Mandel, non ha più nessuna scusante. Cinquant'anni non sono uno scherzo. Se una visione strategica resta per cinquant'anni un semplice slogan senza effetti, un flatus vocis, forse è il caso di abbandonarla e di pensare strategie migliori.
(M.B.)

domenica 8 febbraio 2015

Cosa ha davvero in mente Varoufakis


Poco dopo l'uscita del nostro libro sull'euro, l'editore ci regalò alcune copie di un recente testo sulla crisi: Y.Varoufakis, Il Minotauro globale, Asterios 2012.
L'autore era un professore greco, proprio colui che oggi è sulle prime pagine di tutti i giornali, in quanto nuovo ministro delle finanze del paese ellenico.
Scoprimmo poi che “Il minotauro globale” è la versione rivista di una parte di un grosso volume che Varoufakis ha scritto assieme a J.Halevi e N.J.Theocarakis: Modern Political Economics, Routledge 2011.
Nella prima parte esso ripercorre criticamente l'intera storia del pensiero economico, cercando di individuare le acquisizioni conoscitive che possono ancora essere utili (e che talvolta gli sviluppi successivi mettono da parte), senza però tacere gli ostacoli e le contraddizioni inevitabili che emergono ogni qual volta si tenti di costringere la complessa dinamica sociale nel letto di Procuste di una sistema formalizzato.
Nella seconda parte, quella che appunto diventerà “Il minotauro globale”, l'impianto analitico sviluppato nella pagine precedenti viene utilizzato come strumento di analisi degli sviluppi socioeconomici delle società occidentali, a partire dal secondo dopoguerra.

La lettura del “Minotauro globale” risultò molto interessante per noi, ma lo è ancora di più risfogliarlo adesso. Per capire cosa potrebbe avere davvero in mente Varoufakis, possiamo esaminare quali soluzioni per l'uscita dalla crisi egli indica nel suo testo.
A pagina 229 l'attuale ministro sostiene che la crisi dell'eurozona potrebbe essere risolta in modo semplice e rapido, in tre mosse:
- La BCE dovrebbe subordinare l'assistenza alle banche alla condizione che queste ultime cancellino una quota consistenti di crediti verso i paesi deficitari
- La BCE dovrebbe emettere propri bond e contestualmente incamerare una quota del debito pubblico di tutti gli Stati, pari al valore nominale del debito consentito dai trattati (cioè fino al 60% del PIL). I bond dovrebbero essere garantiti direttamente dalla BCE e non dai singoli Stati.
- La BEI (Banca Europea degli Investimenti), con l'assistenza della BCE, dovrebbe assumere il ruolo di riequilibratore fra i surplus e i deficit dei vari Stati. La BEI ha buone capacità di finanziare investimenti redditizi, ma le sue potenzialità non sono sfruttate. Il motivo è che per attivare i finanziamenti, gli Stati devono anticiparne una parte, ma non hanno il denaro per farlo (soprattutto quelli che hanno più bisogno dei finanziamenti). L'autore propone che gli Stati possano utilizzare a questo scopo risorse derivate dall'emissione di bond della BCE, la quale, in pratica, rastrellerebbe le eccedenze dei paesi in surplus (dando loro i bond) reinvestendole in quelli in deficit.
In estrema sintesi, quindi, le tre mosse sono: la cancellazione di una parte del debito pubblico; la copertura della BCE su una ampia quota della restante parte (fino al 60% del PIL); l'introduzione di un meccanismo di riequilibro fra le economie, che trasformi le eccedenze dei paesi in surplus in investimenti nei paesi in deficit.

Questi sono, probabilmente, i veri obiettivi del governo greco, i quali vanno ben al di là di una serie di richieste relative al debito o alle riforme. Perché è fin troppo chiaro che un taglio del debito di Atene, o un allentamento dell'austerity in quel paese, di per sè costituirebbero certamente  una boccata di ossigeno per il sofferente popolo ellenico, ma non risolverebbero assolutamente nulla senza una serie di cambiamenti nel "sistema dell'euro", in particolare volti a riequilibrare le diverse economie. Cosa che sul piano economico equivale a chiedere alla Germania di smettere di essere la Germania. Mentre sul piano politico, come lo stesso autore afferma, significherebbe privare la nazione tedesca del suo enorme potere contrattuale nei confronti degli altri membri dell'eurozona.
E' su questo terreno che si gioca la vera partita a livello europeo.
(M.B., F.T.)

lunedì 19 gennaio 2015

Un articolo di Bernard Maris

La rivista on line "Economiaepolitica" ha pubblicato la traduzione di un articolo di Bernard Maris, l'economista morto nella strage di Parigi.
Segnalo anche una interessante intervista a Piergiorgio Gawronski.

lunedì 5 gennaio 2015

Ancora sulla Grecia

Segnalo un articolo di Lucrezia Reichlin sul Corriere di oggi, dove fra l'altro si dice che "probabilmente" sono già in corso trattative con Tsipras. Intanto Berlino smentisce ogni avallo all'uscita della Grecia dall'euro.
(M.B.)

domenica 4 gennaio 2015

Pressioni sulla Grecia

Le oligarchie euriste vogliono evitare il rischio che gli elettori greci votino nel modo sbagliato, e si fanno sentire. E' facile prevedere che queste pressioni aumenteranno. Sulla situazione greca segnalo le osservazioni di Carlo Clericetti e l'analisi di Leonardo Mazzei.
(M.B.)

lunedì 17 novembre 2014

"L'euro? Non ci è mai piaciuto". Novità dal ceto politico

Raffaele Fitto, ras delle preferenze in Puglia e nel mezzogiorno d'Italia, si appresta a diventare coordinatore di Forza Italia; non casualmente, organizza un seminario anti-euro (cui parteciperanno i soliti nomi: Savona, Rinaldi, Barra Caracciolo).
Tutto ciò non stupisce. In fin dei conti, a chiacchiere il partito di Berlusconi è sempre stato su posizioni variamente euroscettiche.
Stupisce di più (ma anche qui fino a un certo punto) il fatto che a posizioni timidamente anti-euro stiano approdando anche diversi esponenti della sinistra PD.
Già conosciamo le posizioni di Stefano Fassina. Qualcuno ha anche parlato di un pronunciamento anti-euro di Gianni Cuperlo, ma non è stato possibile verificare tale dato.
La novità vera è rappresentata da quanto viene pubblicato dal sito Idee Controluce.
Tale associazione è una specie di ripostiglio per nostalgie ex-PCI . Si ad esempio legga questo meraviglioso pezzo di Pierluigi Bersani, che traccia la linea da Togliatti ai giorni nostri.
L'associazione ha recentemente pubblicato la seguente monografia: A quali condizioni può sopravvivere l'euro? Autore e titolo del primo saggio non lascia molto spazio all'immaginazione: "Un'ipotesi da non esorcizzare", di Vladimiro Giacché. Chissà a cosa si riferisce.
E' molto chiaro anche il saggio di Claudio Sardo.  Una frase, tanto per capire dove si va a parare:
Forse discutere apertamente della crisi dell’euro è diventato per noi un tabù proprio perché non riusciamo neppure a immaginarci in uno scenario di fallimento. Eppure il tabù va infranto.
Per togliere ogni dubbio, Idee Controluce ha pubblicato un pezzo di Alberto Bagnai.
E come se non bastasse Alfredo D'Attorre, colonnello bersaniano e fiero oppositore di Renzi, ha concesso al Foglio la seguente intervista: Caro renzi, occhio, con questa Europa tornerà presto la Lira. Cogliamo fior da fiore:

Perché il problema dell’Italia, inutile prendersi in giro, è più complesso del gioco sui decimali, e coincide con la parola euro”. D’Attorre prosegue il suo ragionamento. “Mi stupisco che un presidente del Consiglio che ha fatto del coraggio la sua cifra politica non abbia messo a tema il vero problema dell’Italia e più in generale dell’Europa. L’euro così com’è oggi non è più sostenibile e sono convinto che non possa continuare a esistere una moneta unica senza che dietro questa ci siano un governo politico e uno economico capaci di gestire il bilancio dell’Eurozona”.
Chiediamo al deputato del Pd: uscire dall’euro è una sciocchezza o è diventata una possibilità?
“Non credo alla tesi dei due euro. Credo ci siano due alternative concrete: o avviare un percorso federale che consenta alla nostra moneta di restare in piedi oppure si torna indietro alle monete nazionali ripristinando quella sovranità politica che gli attuali meccanismi europei oggettivamente non ci consentono. La situazione oggi non è sostenibile. E questo deficit democratico è ovviamente alla base delle manifestazioni di dissenso che, in varie forme, stiamo osservando tutti in molti paesi della zona euro”.

Se vi sembra poco, considerate che da quelle parti si partiva dall'idea che si dovesse morire per Maastricht.
Beppe Grillo, il cui movimento ha ormai abbandondato qualsiasi precauzione sulla polemica contro l'euro, ha dimostrato un anno e mezzo fa che le posizioni euroscettiche potevano incontrare un consenso di massa. Matteo Renzi ha dimostrato che anche presso l'establishment le condizioni dei trattati europei possono essere sottoposte a ripensamento. In queste fessure del muro di gomma del sostegno ad euro e UE stanno passando tutti gli esponenti più rilevanti del ceto politico nazionale.  E' ormai finita l'era del Ce lo chiede l'Europa. E' iniziata la stagione del trasformismo neo-patriottico. (C.M.)


Alluvioni. Due autocitazioni e un'osservazione finale

 Marino Badiale

A proposito degli ultimi problemi meteorologici, che mi hanno impedito di partecipare ad una iniziativa a Torino (vedi post di ieri), mi permetto due autocitazioni, alle quali aggiungo un commento alla fine.

“Proviamo a fare qualche esempio, che spero chiarisca cosa intendiamo qui per “irrazionalismo”. Da diversi anni si ha in Italia il fenomeno che le normali piogge autunnali causano allagamenti e disagi. È un fenomeno che indica con chiarezza una netta e sorprendente incapacità, da parte di un paese avanzato come l'Italia, di affrontare alcuni problemi di base di gestione del territorio, di fronte a problemi meteorologici che non appaiono così eccezionali. Probabilmente ogni tanto le piogge autunnali sono un po' più abbondanti del solito. Ma stiamo parlando comunque di piogge autunnali in un paese di clima temperato, non di uragani tropicali a Mondovì o dello scioglimento di tutti i ghiacciai della Terra o dell'aumento di dieci metri del livello dei mari. Ricordiamo adesso come, da qualche anno a questa parte, tutti i più importanti media esaltino i nuovi ritrovati delle tecnologie informatiche e le nuove possibilità che essi aprono all'economia e alla cultura. Ecco allora un'osservazione che si impone a chiunque si dia la pena di riflettere, e che la cultura di massa evita accuratamente di considerare significativa: com'è possibile che il progresso permetta di avere, per esempio, i cellulari collegati a internet, ma non si riesca a impedire che le piogge d'autunno uccidano un certo numero di persone? Cos'è mai questo progresso, chi lo dirige, chi decide che su certi temi si investono soldi ed energie mentre altri problemi sono lasciati al caso e alla bontà del cielo?”
(M.Badiale, Difficili mediazioni, Aracne 2008, pag.36).


“La prima cosa che dovrebbe essere chiesta ai politici, e di cui essi mancano del tutto a destra, al centro e a sinistra, suscitando ciò nonostante una indignazione molto inferiore a ciò che sarebbe naturale, è l'attenzione verso ogni grave fattore di disagio a cui vengono richiamati dalle persone. Faccia il lettore un esperimento mentale. Immagini che in una qualsiasi città (escludendo quindi i piccoli borghi, perché lì il sindaco è talvolta vicino ai suoi compaesani, non in quanto politico, ma appunto in quanto compaesano), un qualsiasi cittadino, senza usare alcuna violenza, senza entrare in un gruppo di pressione, e senza usare forme drammatiche di protesta, segnali un suo grave fattore di disagio: ad esempio, è sotto sfratto e non ha altra casa dove andare ad abitare, oppure ha un congiunto invalido che non è in grado di assistere, oppure non gli arriva ai rubinetti che acqua inquinata, oppure non può arrivare a casa senza passare per una strada deserta e non illuminata dove si sono verificate aggressioni, oppure deve attraversare in bicicletta una rotonda dove sono all'ordine del giorno investimenti da parte degli automobilisti, oppure abbia qualche altro problema. Immagini il lettore che il cittadino faccia presente il suo disagio a qualche autorità deputata a interessarsi di cose di questo genere e a risolverle. Ripetiamo: senza usare una qualche forma di pressione, ma semplicemente segnalando il proprio problema di cittadino. Si prosegua nell'esperimento mentale: che cosa succederà? Niente. Nessuno presterà attenzione al suo disagio. Ecco: questa disattenzione come regola segnala che abbiamo a che fare non con politici, ma con miserabili politicanti.”
(M.Badiale, M.Bontempelli, La sfida politica della decrescita, Aracne 2014, pag.99-100)

Il senso dell'accostare queste due citazioni spero risulti chiaro: alluvioni e disagi si ripetono da anni, inducendo giornali e telegiornali a ripetere sempre gli stessi titoli, senza che nessuno faccia realmente qualcosa per attaccare il problema della cattiva gestione del territorio, in Liguria e in tutta l'Italia. Questo perché incidere seriamente su questo problema vuol dire rimettere in discussione tutte le nozioni accettate di progresso, sviluppo e così via. E una classe di politicanti che è semplicemente un'articolazione di un ceto dominante a cui non interessa più nulla del benessere dei cittadini, non ha nessun interesse a impegnarsi in questo. Questo significa semplicemente che per poter pensare di affrontate questo problema occorre spazzare via l'intero ceto politico. Ma gli insegnamenti delle disavventure idrogeologiche di queste settimane non si limitano a questo. Se per esempio parliamo dell'uscita dall'euro, sappiamo tutti, e lo abbiamo detto e scritto, che non sarà una passeggiata, che ci saranno problemi da risolvere e prezzi da pagare. Ma come si può pensare di affrontare questi problemi con una classe politica che non è capace neppure di impedire il ripetersi di drammi e morti dovuti al fatto che d'autunno piove (come credo succeda, nel nostro paese, più o meno dalla fine dell'ultima glaciazione)? A me sembra evidente che la richiesta di uscita da euro e UE deve accompagnarsi alla creazione di nuove forze politiche che distruggano e facciano sparire le attuali. Non sarà facile, la porta è davvero stretta, ma di questo ha già detto, meglio di me, uno che se intendeva:

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi sono quelli che la trovano (Matteo 7:13-14)”

sabato 15 novembre 2014

Messaggio di un alluvionato ai sovranisti


Una grande vittima del regime dell'austerity e, in Italia, dell'impunità garantita all'abusivismo edilizio è la cura del territorio. In Liguria, nel 2014, quando piove forte succede di tutto. Marino Badiale doveva essere a Torino alle 21 di sabato 15 novembre (vedi post precedente) ma non ci è potuto andare. Ecco il messaggio che Marino ha inviato ai responsabili dell'incontro, che è stato letto ai partecipanti.

Un saluto a tutti i presenti. L'interruzione della linea ferroviaria Genova-Torino, causa maltempo, mi impedisce di essere presente all'iniziativa, e me ne scuso con tutti. Per fortuna ho già avuto modo, in altre occasioni, di vedere “Il più grande successo dell'euro”, e credo sia un'ottima base per un dibattito. Non era mia intenzione partecipare all'iniziativa discutendo dei problemi tecnici dell'euro, sui quali esiste ormai una abbondante documentazione. La mia intenzione era quella di porre il solito antico problema “che fare?”. Per tentare, tutti assieme, di rispondere a questa domanda, occorre capire quale sia realmente la nostra situazione. In estrema sintesi, la direzione fondamentale degli ultimi decenni di storia nei paesi avanzati deriva dalla decisione dei ceti dirigenti di imboccare una strada che porta inevitabilmente alla distruzione di tutto ciò che i ceti subalterni avevano conquistato nei trent'anni seguiti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questa strada, che normalmente è indicata con termini, forse non del tutto precisi, come “neoliberismo” e “globalizzazione”, è stata seguita in modi diversi nei diversi paesi e nei diversi momenti storici. Per i paesi dell'Europa continentale, la forma che essa ha assunto è quella dell'Unione Europea e dell'euro. UE ed euro sono cioè strumenti dell'aggressione alla civiltà sociale dei nostri paesi, e sono, qui ed ora, i meccanismi che occorre distruggere per poter sperare di uscire dal marasma in cui i ceti dirigenti ci stanno precipitando. Ma poiché la lotta contro UE e euro è una lotta politica, da ciò discende la necessità di costruire una forza politica che abbia come fine la riconquista della sovranità nazionale e popolare e la difesa dei principi della Costituzione del 48. Il percorso di tale costruzione può però essere lungo. Nell'immediato, occorre a mio parere cercare di favorire la diffusione di queste idee in tutti i modi e in tutti gli ambiti possibili. Le recenti prese di posizione del Movimento 5 Stelle evidenziano come questa diffusione sia possibile.
Spero che queste rapide osservazioni possano essere di stimolo al vostro dibattito, e vi rinnovo i miei saluti “sovranisti e costituzionali”.

sabato 8 novembre 2014

Il Referendum sull’euro e i suoi critici


Curiosa è la propensione di molti intellettuali e attivisti “anti-euro” a criticare con estrema veemenza chi propone di riservare all’esito di una consultazione popolare la scelta di rimanere o fuoriuscire dalla valuta unica. Spesso tali critiche sono più dure di quelle rivolte ai sostenitori politici dell’euro.
 Viene da chiedersi le ragioni di tale “fuoco amico”.
  • ·     In molti sostengono che il referendum sia semplicemente incompatibile con il quadro costituzionale vigente, contrassegnato dal divieto di consultazioni popolari sugli atti di ratifica di trattati internazionali; perciò non si tratterebbe di una scelta inopportuna, quanto irrealizzabile.

Questa critica è chiaramente pretestuosa, e ciò si ricava dall’atteggiamento stesso di chi la fa. Nessuno di questi infatti sottolinea la necessità che i cittadini si esprimano direttamente sull’euro: l’osservazione tecnico-giuridica è sempre strumentale alla preferenza (tutta politica) che la consultazione non si tenga. Non si tratta dunque di un “vorrei ma non posso”, ma di un atteggiamento cavilloso di chi in fin dei conti spera che la Corte Costituzionale dichiari inammissibile il quesito referendario. A tale argomento si può controbattere che la questione non è giuridica, ma politica. La consultazione si può tenere, se è introdotta mediante Legge Costituzionale. Le Camere che si esprimeranno contro tale Legge (proposta dal Movimento 5 Stelle)* si assumeranno la responsabilità di negare ai cittadini il diritto di avere voce in capitolo sulla questione dell’euro.

  • ·         Altri opinano che un referendum del tipo di cui stiamo parlando sarebbe, per così dire, “a perdere”. La potenza mediatica dell’establishment, per ora solidamente pro-euro, sarebbe tale da privare i cittadini della loro capacità di raziocinio: una campagna di terrorismo sulle sorti dell’Italia fuori dall’euro sarebbe sufficiente a far perdere la consultazione a chi vuole il ritorno alla Lira. D’altro canto, mercati e risparmiatori non starebbero a guardare: la prospettiva dell’eurexit provocherebbe una ciclopica fuga di capitali dal nostro paese, che vedrebbe così definitivamente affossate le proprie speranze di ripresa.

Questo atteggiamento denota fariseismo e ipocrisia, soprattutto se si guarda a chi lo adotta. Non si fa riferimento ai sostenitori della valuta unica, il cui astio anti-referendum non provoca certo stupore. Ci riferiamo invece a determinate persone (e movimenti politici) che l’uscita dall’euro la vogliono, ma per decreto. Analizziamo una fallacia alla volta.
Affermare che il referendum non si debba tenere perché c’è il serio rischio che lo si perda non è cosa meritevole di commento. Non ci dice molto sull’opportunità della consultazione popolare, quanto della sicurezza nelle proprie idee che contraddistingue chi condivide simili opinioni. Il potere mediatico è in mano all’establishment, non c’è dubbio. Occorre dunque sostenere solo referendum che piacciano all’establishment? Non solo; affermare che è poco opportuno affidare alla scelta diretta degli elettori un tema così importante come quello dell’euro tradisce un profondo disprezzo per questi ultimi.