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sabato 28 febbraio 2015

Chi ha bisogno della giustizia? E chi ha bisogno di indebolirla?

Vaclav Havel ripeteva che "la legalità è il potere dei senza potere". Il forte non ha bisogno del diritto e della giustizia per prevalere sul debole; gli basta esercitare un po' di violenza. Il debole, invece, in assenza di diritto è alla mercé del forte.
Diritto, in termini concreti, non significa altro che la possibilità di ricorrere ad una istanza giurisdizionale indipendente, la quale abbia il potere di tutelare le ragioni del debole anche a scapito dell'arroganza dei forti; e che ponga alla base delle proprie decisioni non l'arbitrio o valutazioni di convenienza, ma un'argomentazione razionale.
Questa possibilità di ricorrere ad un giudice è un diritto costituzionale:

Art. 24
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

La giurisdizione, cioè l'attività di protezione del debole attraverso il diritto, è esercitata nel nostro ordinamento da un ordine indipendente e imparziale. Naturalmente i membri di tale organo non potranno risolvere le controversie secondo il loro orientamento preferito, senza controllo; dovranno partire sempre dal dato legislativo:

Art. 101

La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.


Art. 104

 La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Spiegata per sommi capi cos'è la giustizia, e a chi serve, è facile arrivare alla risposta della seconda domanda: chi ha bisogno di indebolirla? I forti e i potenti.
C'è una strada di sicuro successo per indebolire la giustizia: mettere in scacco i giudici.
Ed è quello che fa, o tenta di fare, la cosidetta riforma della responsabilità civile da errore giudiziario.
Per comprendere il motivo, basta leggere con attenzione questo prezioso intervento.
Senza dimenticare un ultimo dato, che è anche un invito alla riflessione su chi sarà la vera vittima di questa riforma: i giudici sono già tutti assicurati... (C.M.)

sabato 8 novembre 2014

Il Referendum sull’euro e i suoi critici


Curiosa è la propensione di molti intellettuali e attivisti “anti-euro” a criticare con estrema veemenza chi propone di riservare all’esito di una consultazione popolare la scelta di rimanere o fuoriuscire dalla valuta unica. Spesso tali critiche sono più dure di quelle rivolte ai sostenitori politici dell’euro.
 Viene da chiedersi le ragioni di tale “fuoco amico”.
  • ·     In molti sostengono che il referendum sia semplicemente incompatibile con il quadro costituzionale vigente, contrassegnato dal divieto di consultazioni popolari sugli atti di ratifica di trattati internazionali; perciò non si tratterebbe di una scelta inopportuna, quanto irrealizzabile.

Questa critica è chiaramente pretestuosa, e ciò si ricava dall’atteggiamento stesso di chi la fa. Nessuno di questi infatti sottolinea la necessità che i cittadini si esprimano direttamente sull’euro: l’osservazione tecnico-giuridica è sempre strumentale alla preferenza (tutta politica) che la consultazione non si tenga. Non si tratta dunque di un “vorrei ma non posso”, ma di un atteggiamento cavilloso di chi in fin dei conti spera che la Corte Costituzionale dichiari inammissibile il quesito referendario. A tale argomento si può controbattere che la questione non è giuridica, ma politica. La consultazione si può tenere, se è introdotta mediante Legge Costituzionale. Le Camere che si esprimeranno contro tale Legge (proposta dal Movimento 5 Stelle)* si assumeranno la responsabilità di negare ai cittadini il diritto di avere voce in capitolo sulla questione dell’euro.

  • ·         Altri opinano che un referendum del tipo di cui stiamo parlando sarebbe, per così dire, “a perdere”. La potenza mediatica dell’establishment, per ora solidamente pro-euro, sarebbe tale da privare i cittadini della loro capacità di raziocinio: una campagna di terrorismo sulle sorti dell’Italia fuori dall’euro sarebbe sufficiente a far perdere la consultazione a chi vuole il ritorno alla Lira. D’altro canto, mercati e risparmiatori non starebbero a guardare: la prospettiva dell’eurexit provocherebbe una ciclopica fuga di capitali dal nostro paese, che vedrebbe così definitivamente affossate le proprie speranze di ripresa.

Questo atteggiamento denota fariseismo e ipocrisia, soprattutto se si guarda a chi lo adotta. Non si fa riferimento ai sostenitori della valuta unica, il cui astio anti-referendum non provoca certo stupore. Ci riferiamo invece a determinate persone (e movimenti politici) che l’uscita dall’euro la vogliono, ma per decreto. Analizziamo una fallacia alla volta.
Affermare che il referendum non si debba tenere perché c’è il serio rischio che lo si perda non è cosa meritevole di commento. Non ci dice molto sull’opportunità della consultazione popolare, quanto della sicurezza nelle proprie idee che contraddistingue chi condivide simili opinioni. Il potere mediatico è in mano all’establishment, non c’è dubbio. Occorre dunque sostenere solo referendum che piacciano all’establishment? Non solo; affermare che è poco opportuno affidare alla scelta diretta degli elettori un tema così importante come quello dell’euro tradisce un profondo disprezzo per questi ultimi.

domenica 1 giugno 2014

Il problema è Napolitano, o è la Costituzione?


A partire dal fatidico 11 novembre 2011 Giorgio Napolitano è stato sovente accusato di sovversivismo costituzionale; egli avrebbe modificato la costituzione materiale del paese in maniera illegittima.
-Modificato la costituzione materiale, in quanto avrebbe concentrato nelle proprie mani una quantità di potere del tutto esorbitante rispetta a quella riconosciutagli dalla Carta, e comunque in netto contrasto con la prassi consolidata, arrivando addirittura a modificare la forma di governo;
-in maniera illegittima, in quanto per cambiare la costituzione materiale avrebbe posto in atto patenti violazioni della costituzione formale, venendo meno ad obblighi o non rispettando divieti.
Tali accuse non sono certo piovute da parte dei media mainstream né da parte delle fazioni del ceto politico, di cui Napolitano è sempre più apparso, in questi anni, il dominus incontrastato; sono provenute dal mondo anti-sistema italiano, che in questo momento ha la sua rappresentanza politico-elettorale prevalente nel Movimento 5 Stelle. Proprio quest'ultimo soggetto politico si è fatto promotore dell'iniziativa di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica, mostrando una notevole coerenza tra parole e fatti concreti.
Tuttavia, non paiono condivisibili gran parte delle argomentazioni addotte in sostegno della tesi in esame. In particolare, l'ipotesi di violazione di norme costituzionali da parte di Napolitano non sembra reggere a fronte di una semplice verifica del dato testuale della Carta.

Intendiamoci: Napolitano ha commesso atti gravissimi sotto il profilo politico e istituzionale. L'operazione Monti, dal punto di vista sociale, si è concretizzata in un autentico supplizio economico per i ceti subalterni di questo paese; il conflitto di attribuzioni sollevato nei confronti della Procura di Palermo ha prodotto una situazione senza precedenti di tensione istituzionale, che ha visto la Consulta costretta a scegliere tra il dare torto al Presidente della Repubblica oppure al Codice di Procedura Penale, gettando inoltre un'ombra nerissima sul possibile ruolo dello stesso Napolitano nella vicenda della “trattativa Stato-Mafia”.
Quando però si accusa qualcuno di aver trasgredito ad una legge, non bastano le ragioni di opportunità politica a fondare un tale giudizio; è necessaria individuare quali norme, nello specifico, sarebbero state violate. È vero che Napolitano ha, di fatto, mutato la forma di governo della Repubblica, rompendo consuetudini di decennale stratificazione; ma nel farlo si è servito di tutte e sole le disposizioni costituzionali che disciplinano le prerogative del Presidente della Repubblica: e se non si dimostra il mancato rispetto di quelle disposizioni non può aver seguito l'accusa di aver attentato alla Costituzione.

È necessario distinguere tra TEORIA e IDEOLOGIA della funzione presidenziale. La teoria è la catalogazione dei poteri del Presidente come desunti dalla lettura della Carta; l'ideologia è l'insieme delle posizioni dottrinali che gli studiosi del diritto costituzionale hanno per generazioni coltivato, costruendo una figura ideale di Presidente alla luce della quale interpretare le disposizioni costituzionali. Notate bene: la teoria segue logicamente l'analisi delle norme, l'ideologia la precede.

lunedì 24 marzo 2014

La Costituzione di Renzi


Prima chiave di lettura
Qualche giorno fa Mario Monti si è espresso contro l'abolizione tout court del Senato. “È bene che rimanga una camera di controllo”, ha detto l'ex Premier, “che freni le iniziative della Camera dei Deputati, sempre condizionata da esigenze di breve termine”. Tradotto: la Camera è troppo influenzata dalle assurde pretese degli elettori. Siccome questi non conoscono il proprio bene, è meglio che i rappresentanti dei cittadini siano affiancati da un'assemblea di saggi tutori, che conoscono l'importanza del lungo periodo. Monti ha voluto fare un paragone con la Camera dei Lords. Non è così peregrino: i Lords sono nominati dalla Corona, e effettivamente svolgono un ruolo di monitoraggio nei confronti dei Commons, i rappresentanti dei cittadini. Ecco il fondamento logico del bicameralismo differenziale: è essenziale che una delle due camere non debba rispondere ai cittadini, altrimenti sarebbe vanificata la funzione di controllo: se i membri di questa camera dovessero rispondere dei loro atti davanti agli elettori, essi fatalmente ricadrebbero preda delle esigenze di breve periodo.

Seconda chiave di lettura
Matteo Renzi perora il superamento del bicameralismo paritario adducendo ragioni di efficienza. Nella navette tra Camera e Senato, infatti, si perderebbe troppo tempo, subendo i vari disegni di legge troppe modifiche-contromodifiche-veti incrociati e via dicendo. Il Senato, inutile doppione della Camera costituirebbe solo una palla al piede.
Questa rappresentazione è falsa per vari motivi. Come molti hanno già fatto notare, le leggi a cui il ceto politico tiene davvero vengono approvate in tempi rapidissimi, nonostante il bicameralismo (è stato fatto l'esempio del Lodo Alfano; si sarebbero potuti fare quelli delle ratifiche al Trattato di Lisbona e al Fiscal Compact). Dunque è in primo luogo questione di volontà politica. Inoltre, va considerato il ruolo di ponderazione della suddetta navette. L'approvazione di un provvedimento in una camera dà luogo a certe reazioni nell'ambito della società civile; ed è alla luce di queste reazioni che l'altra camera può deliberare in maggiore armonia rispetto alle istanze dei cittadini. Ma se l'intento del ceto politico è proprio quello di costruire un sistema che sia impermeabile a tali istanze, allora l'abolizione del bicameralismo perfetto è sensata.

La riforma

Il testo che tra non molto andrà in discussione procede lungo tre fronti. Il primo e più importante è la trasformazione del Senato in Assemblea delle Autonomie; il secondo è la ricentralizzazione di molte competenze, ora in capo alle Regioni; infine, si introduce una norma che potrebbe rendere ancora più forte il controllo dell'esecutivo sul legislativo. Con ordine:

    1-A) viene inaugurato il bicameralismo differenziato. La nuova Assemblea-composta da 47 membri in luogo degli attuali 320- non ha competenze legislative generali, ad oggi assegnate dall'art. 70 Cost. all'esercizio collettivo dei due rami del Parlamento. Ogni intervento normativo della Camera- leggi ordinarie, leggi delega, leggi di conversione di decreti- andrà trasmesso all'Assemblea, la quale entro un certo termine avrà la facoltà di esprimere un parere sul testo. Nel caso in cui il parere sia favorevole, la legge è senz'altro promulgata; nel caso non lo sia, o contenga delle raccomandazioni di modifica del testo originario, quest'ultimo per divenire legge vigente deve essere riapprovato dalla Camera, eventualmente accogliendo le raccomandazioni. Qualora gli interventi normativi riguardino particolari materie che coinvolgono aspetti cardinali degli ordinamenti locali e delle regioni, quali l'autonomia tributaria e di spesa o il sistema istitutuzionale e elettorale, la maggioranza necessaria alla Camera per superare il parere contrario (o emendatorio) dell'Assemblea è quella assoluta dei componenti. Balza subito agli occhi che l'intento semplificatorio della riforma viene a dipendere dalla solerzia e dall'orientamento politico dei membri dell'Assemblea. Se questi decidessero di esprimere un parere su buona parte dei testi legislativi, e se tali votazioni avessero frequentamente esito negativo, allora la procedura legislativa che conosciamo passerebbe da due scrutini (voto della Camera, voto del Senato) a tre scrutini (voto della Camera, parere ostativo dell'Assemblea, voto finale della Camera); e per certe materie avremmo persino una procedura rafforzata (voto finale con maggioranza assoluta). In altre parole, l'efficienza e lo snellimento della procedura legislativa vengono a dipendere dall'atteggiamento politico dei membri dell'Assemblea: se esso contrasta con quello prevalente nella Camera (e cioè con quello del Governo, come vedremo) allora i tempi della nostra procedura legislativa si allungheranno rispetto a quelli correnti. Se così stanno le cose, è evidente che il cambiamento impresso dalla riforma è più apparente che reale: anche oggi i tempi di approvazione di una legge dipendono, in buona sostanza, dall'atteggiamento delle forze politiche presenti in Senato. Si dirà: almeno la nuova Assemblea perderà il potere di iniziativa legislativa. È vero fino a un certo punto: ai sensi del nuovo art. 71, l'Assemblea avrà il potere di chiedere alla Camera di pronunciarsi su un determinato testo di legge; pronuncia che dovrà aver luogo entro sei mesi dalla richiesta.

    1-B) Un elemento di grande novità è invece quello che riguarda le modalità di elezione dei membri dell'Assemblea. Si passa dall'attuale suffragio diretto al suffragio indiretto. Dei 147 membri della Assemblea, 21 saranno i presidenti di ciascuna regione e provincia autonoma; 42 saranno delegati dei consigli regionali, in ragione di due per consiglio; 63 saranno i sindaci eletti dalle assemblee regionali dei comuni, in ragione di tre per regione. A questa schiera di rappresentanti degli enti locali si aggiungeranno 21 personalità selezionate dal Presidente della Repubblica per altissimi meriti. Il mandato di questi ultimi soggetti sarà di sette anni; quello dei sindaci di cinque; quello dei rappresentanti delle regioni coinciderà con il termine delle varie legislature regionali.
    A questo punto vale la pena ricordare un fatto. Tra il 2011 e il 2012 il Governo Monti, con due Decreti Legge, rivoluzionò le Province, e istituì le Città Metropolitane. Tra i punti salienti della riforma vi era il suffragio indiretto per gli organi di questi enti: il Presidente della Provincia sarebbe stato scelto all'interno di un consiglio di delegati dei comuni, il Sindaco Metropolitano sarebbe stato il sindaco del comune capoluogo. I Decreti sono stati dichiarati incostituzionali dalla Consulta. Ma è attualmente all'esame del Senato il Ddl. Delrio, che sostanzialmente riproduce i caratteri dell'intervento di Monti. Questo ci dice due cose. In primo luogo non è vero, come sbandiera Renzi, che assisteremo all'abolizione delle Province: esse continueranno ad esistere, ma non saranno più menzionate in Costituzione (come è oggi per le comunità montane, ad esempio). In secondo e più importante luogo: i governi degli ultimi anni ci hanno preso gusto con le elezioni di secondo grado. Il modello Province viene qui riprodotto per l'Assemblea delle Autonomie. Ma se è già difficilissimo controllare e responsabilizzare i delegati eletti direttamente dai cittadini, figuriamoci come lo è nei confronti di delegati di delegati. Non si abolisce dunque il Senato, come non si aboliscono le Province: nell'uno e nell'altro caso ci si limita a svalutarne la legittimazione democratica. Infine segnaliamo un dettaglio. La partecipazione all'Assemblea, nel nuovo testo, non dà luogo a indennità. I rappresentanti degli enti locali dovranno lavorare gratis. Questo fa il paio con quanto prevede il Ddl. Delrio a proposito di Province e Città Metropolitane: gli organi di entrambi gli enti non percepiranno alcun compenso. Penso sia un dettaglio rivelatore della concezione dell'attività politica propria del Governo Renzi.
    1-C) Si può sostenere che la svalutazione del carattere democratico dell'Assemblea sia compensato dalla limitazione delle sue prerogative nell'ambito della funzione legislativa: a minore legittimazione elettorale corrisponde un ridimensionamento della responsabilità politica. Tuttavia, si deve tenere conto del fatto che la procedura legislativa per le leggi costituzionali e di revisione costituzionale rimane invariata con la riforma: sarà sempre necessaria la doppia lettura del testo in entrambi i rami del parlamento. Per quanto riguarda questo importantissimo settore dell'attività legislativa sopravvive il bicameralismo perfetto, dunque, e soggetti non eletti potranno votare sulla Costituzione. Non solo: il Presidente della Repubblica continuerà a essere eletto da entrambi i rami del Parlamento, convocati in seduta comune; inoltre l'Assemblea contribuirà all'elezione della quota dei membri della Corte Costituzionale che spetta al potere legislativo (cinque su quindici). Infine secondo il nuovo testo l'Assemblea “partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea ”, e vota la ratifica dei trattati facenti parte dell'ordinamento europeo. Non è poco, per dei delegati di delegati.

    2) La riforma del Titolo V del 2001 si era concentrata soprattutto sulla revisione dell'art. 117, che dopo l'intervento risultò profondamente mutato. Anche la riforma di Renzi riscrive ampiamente questa disposizione costituzionale. La riforma del 2001 era imperniata attorno a tre tipi di competenza legislativa: esclusiva dello Stato, per alcune fondamentali materie espressamente nominate; concorrente con le regioni, per un ampio catalogo di materie intermedie; esclusiva delle regioni, in tutti gli ambiti non direttamente menzionati dalla Costituzione. Il punto dolente della riforma erano le materie di competenza concorrente: in esse lo Stato centrale avrebbe dovuto dettare i principi generali, lasciando la normativa di dettaglio alla discrezionalità regionale. Cosa sia principio e cosa sia dettaglio è ovviamente questione di opinioni. L'indeterminatezza del testo di riforma pose le condizioni per il divampare di un acceso contenzioso tra Stato e Regioni, che la Corte Costituzionale ha dovuto definire con innumerevoli pronunce. Il nuovo testo elimina del tutto il criterio della competenza concorrente: prende dal ricco catalogo delle materie da essa coinvolte alcuni settori strategici (urbanistica, governo del territorio, infrastrutture, produzione energetica, e così via) e li conferisce alla competenza esclusiva dello Stato; tutte le materie che non sono più espressamente nominate ricadono nella competenza delle Regioni. Tuttavia l'esercizio della stessa dovrà essere subordinato, ai sensi del nuovo testo, alla “salvaguardia dell'interesse nazionale”; interesse che, insieme alle “esigenze di tutela dell'unità giuridica ed economica della Repubblica”, giustifica l'intervento legislativo dello Stato anche nelle materie che non sono ad esso riservate. A seconda dei contesti e delle necessità, l'ingerenza statale potrà espandersi liberamente, e sarà difficilmente sarà arginabile. Assistiamo pertanto ad un deciso movimento centripeto nella distribuzione della potestà legislative tra i vari livelli dell'organizzazione territoriale della Repubblica, movimento speculare a quello centrifuga che ha caratterizzato i primi anni del secolo.
    Avevamo già parlato di questa tendenza. Gli enti locali dovrebbero essere compensati di tale “spossessamento” di competenze con la partecipazione diretta alla funzione legislativa dello Stato, nei termini sopra descritti. In sostanza, viene sottratto potere politico ai rappresentanti regionali eletti direttamente dai cittadini per trasferirlo ai membri dell'Assemblea. 

    3) La nuova Assemblea non dovrà esprimere un voto di fiducia al Governo, né potrà sfiduciarlo. Il legame fiduciario tra l'esecutivo e il legislativo sarà completamente basato sul voto della Camera. A prima vista, il quadro che sembra delinearsi è quello di una contrapposizione-bilanciamento lungo la linea centro-periferia: Camera e Governo da una parte, rappresentanti delle autonomie dall'altra. In questo quadro è presumibile che l'indentificazione tra Camera e Governo sarò pressoché totale. Ciò è favorito dall'impianto iper-maggioritario della legge elettorale Renzi-Berlusconi; ed è confermato da quello che dovrebbe il nuovo sesto comma dell'art. 72. Vale la pena riportarlo per intero: Il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta ovvero entro un termine inferiore determinato in base al regolamento tenuto conto della complessità della materia. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal Governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale. L'esecutivo avrà così facoltà di incidere sui tempi di elaborazione della Camera, di modificarne il calendario, e soprattutto di privarla della capacità di emendare i testi dei disegni di legge. Questa norma apre la possibilità di una subordinazione totale e definitiva del legislativo rispetto all'esecutivo. Già oggi la maggior parte dei disegni di legge (non contiamo nemmeno i decreti) è di provenienza ministeriale. Da domani il Governo, presentata la propria proposta, potrà metterla in votazione nei tempi da esso determinati, e addirittura limitare a un Sì/No la risposta dei deputati. In tale scenario l'unico contropotere sarà effettivamente rappresentato dall'Assemblea delle autonomie.

La riforma di Renzi riesce a centrare entrambi gli obiettivi delinati in apertura di questo articolo. Da un lato crea un organo di freno e controllo nei confronti dell'istituzione che rappresenta i cittadini, la Camera dei deputati; dall'altro ribadisce e rafforza la subordinazione di quest'ultima all'esecutivo. Esecutivo che vede esaltato il proprio ruolo anche a discapito delle autonomie locali.
Il testo costituzionale vigente afferma che la sovranità appartiene al popolo. Il senso giuridico di questa enunciazione, se si astrae dalla retorica, è che il potere che dovrebbe assumere un ruolo di prevalenza e di centralità nell'ambito del sistema istituzionale è quello legislativo. Il legislativo è il potere che contiene in sé l'espressione della volontà popolare. Questo è il perno della forma di stato repubblicana democratica. La forma di stato repubblicana e post-democratica (o non democratica) non pone al centro il legislativo, ma l'esecutivo. La prevalenza dell'esecutivo è la chiave di lettura fondamentale per comprendere l'evoluzione costituzionale degli ultimi anni. L'intera struttura di governance della UE è concepita per esaltare il ruolo degli esecutivi e deprimere quello dei parlamenti. In Italia, abbiamo assistito all'assalto dell'esecutivo all'indipendenza dell'ordine giudiziario. In tutti i paesi notiamo come il ruolo del legislativo è usurpato dal governo. In Italia la stragrande maggioranza degli interventi normativi sono riconducibili a disegni di legge governativi, Decreti Legislativi, e (soprattutto) Decreti Legge.
La riforma di Renzi può essere riassunta in una frase: il Governo sopra a tutto. (C.M.)

martedì 14 gennaio 2014

Il maggioritario è incostituzionale?

Sono state finalmente depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha stravolto l'impianto della legge elettorale comunemente conosciuta come "Porcellum". Esse contengono molti spunti interessanti, anche sotto il profilo tecnico. Ma concentriamoci sul quel che è più importante. L'Italia è in questo momento dotata di una legge elettorale compatibile con la Costituzione. La normativa che resta in vigore per effetto della dichiarata illegittimità costituzionale delle disposizioni oggetto delle questioni sollevate dalla Corte di cassazione è «complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo, afferma il testo. A giudizio di chi scrive è la migliore legge in vigore dai tempi del '93, ma soprassediamo. Nelle prossime consultazioni elettorali, non ci sarà una forza politica con il 29% che prende il 55% dei seggi della Camera; né si creerà più il caos inverecondo che ha caratterizzato la composizione del Senato degli ultimi anni, con l'incrocio di venti diversi premi regionali. Inoltre, sarà possibile per gli elettori esprimere almeno una preferenza personale per i candidati presenti nelle liste elettorali, con tutte le complesse questioni che tale fenomeno pone.

È molto interessante osservare quali siano i principi che la Corte pone alla base del proprio giudizio: quello dell'eguaglianza, riconosciuto dall'art. 3 della Costituzione, e quello di sovranità popolare, contenuto nell'art. 1 Cost. Tali principi conoscono dei logici corollari all'art. 48 e 67: il voto deve essere personale, libero ed eguale, e il parlamento deve rappresentare la nazione. I voti della lista che conquista la maggioranza assoluta dei seggi dell'assemblea, semplicemente prendendo un suffragio in più delle altre, non sono uguali ai voti che vanno alle liste che vedono ridimensionate le proprie quote di assemblea al fine di formare il premio di maggioranza per la vincente. Inoltre, un'assemblea la cui composizione non riflette in maniera fedele quella dell'elettorato non può certo dirsi effettivamente rappresentativa della nazione.

Tutte considerazioni ampiamente condivisibili, ovviamente. Se si dovesse individuare un limite della decisione, lo si dovrebbe individuare nel concetto di "soglia minima" elaborato dalla Corte per "salvare" la discrezionalità del legislatore. 
 Spiego meglio: la discrezionalità del legislatore, sulla quale la Corte non può incidere più di tanto perché non è un organo democratico rappresentativo, può anche produrre situazioni che non rispettano in maniera rigorosa il principio di eguaglianza di cui all'art. 3. Ci potrebbero tuttavia essere delle ragioni serie dietro a quel mancato rispetto: è il caso ad esempio delle discriminazioni positive, che istituiscono delle diseguaglianze nell'interesse di soggetti deboli (ad esempio: trattamenti di favore per i membri di minoranze etnico-linguistiche). In materia elettorale: si potrebbe pensare di sacrificare parte dell'eguaglianza nel voto per acquisire maggiore governabilità. La Corte ammette tali discriminazioni, purché siano ragionevoli: finalizzate alla tutela di un valore fondamentale, e non sproporzionate.
Il principio di ragionevolezza nella materia elettorale trova una concretizzazione nel concetto di soglia minima. Se vi è la soglia minima è ragionevole attribuire un premio di maggioranza ad una lista.
Si pongono allora tre questioni:

1) mentre i principi dell'eguaglianza del voto e della corretta rappresentanza nazionale sono esplicitamente riconosciuti dalla Costituzione, analogo trattamento non è riservato al fumoso concetto di "governabilità". In qualsiasi giudizio di bilanciamento tra i diversi principi, quest'ultimo non dovrebbe mai "pesare" nella stessa misura degli altri due;

2) il problema del rispetto della discrezionalità del legislatore è accentuato, e non risolto, nella indicazione della necessità della soglia minima. Tale soglia dovrebbe essere stabilita dal legislatore. Ma se viene stabilita in misura irragionevole? È probabile che una soglia del 40% (non molto incisiva, dunque) supererebbe lo scrutinio di ragionevolezza. Ma una del 25? L'indicazione di una soglia costringerebbe la Corte, un domani, a ragionare sui numeri posti dal legislatore, dando luogo a una situazione di tensione istituzionale. 

3) Se si segue il ragionamento della Corte, si arriva a dire che il sistema maggioritario articolato in collegi uninominali (siano essi a doppio turno o meno) è del tutto incompatibile con la Costituzione. Esso produce il massimo della distorsione, non garantisce la rappresentanza delle minoranze, e non può essere corretto nemmeno con l'indicazione di una soglia minima (come qui dimostrato).

Ci auguriamo che su queste cose riflettano gli ingenui (?) nostalgici del Mattarellum. (C.M.)

sabato 12 ottobre 2013

Lettera aperta agli organizzatori della manifestazione del 12 ottobre

Oggi a Roma avrà luogo la manifestazione in difesa della Costituzione, promossa da Rodotà, Landini e Zagrebelsky. Bottega Partigiana, organizzazione di cui abbiamo già ripreso il Manifesto, ha pensato di rivolgere un appello a queste personalità, affinché alla difesa (sacrosanta) della Carta si accompagnino chiare prese di posizione sulla crisi economia che sta strangolando il nostro paese. In particolare, si richiede che venga reintrodotta l'indicizzazione dei salari, provvedimento che avrebbe, tra gli altri, il merito di sdrammatizzare il confronto sui diversi modi di uscire dall'euro. Ecco il link originale. Buona Lettura.


Cari organizzatori della manifestazione del 12 ottobre,
è con entusiasmo che accogliamo il vostro appello per scendere in piazza a difesa della Costituzione. Ci troviamo ad un passaggio decisivo. Sia la tenuta sociale del Paese, sia la sopravvivenza della legalità repubblicana, sono oggi seriamente minacciate. E solo salvando l'una c'è speranza di conservare l'altra. 

La sorte delle istituzioni democratiche è infatti legata a doppio filo a quella dei lavoratori e dei cittadini. Oggi la crisi divora le nostre vite. È giunta l'ora che da chi si propone il nobile compito di difendere la nostra Carta fondamentale giungano soluzioni a questa crisi spaventosa. 
È evidente che la prima origine della crisi che attraversiamo sta nelle politiche di austerità imposte da questa Europa. Queste misure non riducono solo i diritti dei lavoratori e dei cittadini e le probabilità di sopravvivenza delle piccole imprese, ma riducono il PIL, mancando perciò persino l'obiettivo di aggiustare i conti pubblici. Tutte queste misure sono state consigliate, architettate o dichiarate indispensabili dalle attuali istituzioni europee. Esse deprimono la nostra domanda interna, mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle imprese che producono per quella domanda; ma incidono anche sulla domanda estera, perché sono applicate in maniera quasi uniforme in tutta Europa. Venendo meno sia il mercato interno, sia i mercati di sbocco esteri, le imprese muoiono, e i lavoratori si ritrovano nella più nera difficoltà.

Non c'è alcun dubbio che soltanto un rinnovato ruolo dello Stato può porre rimedio a questa drammatica situazione. Il privato da solo non ce la fa. Un rinnovato piano di investimenti pubblici, così come l'inaugurazione di una politica economica espansiva e redistributiva, si rivelano così indispensabili alla salvezza economica del nostro paese.
Tuttavia, qualsiasi manovra di questo tipo cozzerà inevitabilmente con i vincoli dei Trattati europei. 
A questo punto solo due strade si pongono di fronte a noi: o il superamento di quei vincoli, nelle forme alternative della loro violazione unilaterale o della loro concertata modifica; oppure l'abisso della recessione infinita. 

Non ci possono essere dubbi, dovremo imboccare la prima strada. Ma essa prima o poi si dovrà misurare con l'eventualità del crollo dell'euro. Già oggi autorevoli economisti ci mettono in guardia, avvertendo che quel crollo è tutt'altro che scongiurato, e che le ragioni che hanno determinato la crisi dell'euro sono ancora lì, intatte. Quel crollo sarebbe un portato inevitabile della nostra violazione unilaterale dei Trattati. A quel crollo, infine, noi potremmo venire costretti. Senza l'Italia 
infatti non ci può essere l'euro, e l'uscita dall'euro dell'Italia è oggi una possibilità concreta. Essa potrà essere determinata dalle tormente speculative che abitualmente, ormai, si abbattono sulle economie europee; oppure potrebbe essere l'extrema ratio cui potrebbe dover ricorrere un Governo votato alla salvezza dell'economia italiana. Una controparte europea sorda al grido di dolore che proviene dai paesi del sud Europa potrebbe spingerci a quella misura estrema. 

È necessario introiettare il principio che per rimanere nell'euro non siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo. Già molto gli europei hanno dovuto pagare, in termini di tagli al welfare, peggioramento delle condizioni di vita, azzeramento dei diritti dei lavoratori. Tutto in nome della stabilità della moneta unica. 

È ora che gridiamo: no, noi non siamo disposti a morire per Maastricht! 

L'attaccamento alla moneta unica a qualsiasi prezzo non è poi soltanto un'aberrazione in sé; è anche un fattore di annullamento del nostro peso negoziale in Europa. Sapendo che avremmo pagati qualsiasi prezzo pur di rimanere nell'euro, le nostri controparti hanno finito per prenderci in parola, in questi anni! Bisogna porre assolutamente porre freno a questa perversa dinamica.

Essere disposti financo a porre fine all'esperimento monetario europeo pur di difendere i diritti dei cittadini e dei lavoratori implica però un soprassalto di responsabilità. L'uscita dall'euro, sia che avvenga come un accidente frutto della tempesta speculativa, sia che la si debba utilizzare come giusto strumento di pressione in sede europea, deve essere presidiata da alcune misure di salvaguardia. 

Diverse sono le minacce insite in questo evento; e anche se forse non vanno esagerate, sarebbe irresponsabile sottovalutarle. È necessario che il Governo adotti fin d'ora un pacchetto di misure che fungano da “paracadute” dell'economia italiana in caso di uscita. Esse consistono in  regole che consentano, in condizioni di emergenza, al Governo di limitare la fuga di capitali; di impedire l'acquisizione a basso prezzo di imprese nazionali; di garantire comunque il servizio del debito, magari attraverso l'acquisto dei titoli pubblici da parte della nostra Banca Centrale. Ma la più importante misura in questo senso è senz'altro l'indicizzazione dei salari. 

Abolita in maniera troppo avventata una generazione fa, questa misura sarebbe in grado di prevenire il più grande rischio connesso al crollo dell'euro, ossia le ventate inflazionistiche. Noi non possiamo prevedere quanta inflazione deriverà dall'inevitabile svalutazione della valuta che sostituirà l'euro. 
Ma è molto probabile che un tale fenomeno avvenga, con effetti deleteri sulle condizioni di vita e sui risparmi delle famiglie, in particolare dei lavoratori dipendenti. Non possiamo farci cogliere impreparati. Inoltre, non è pensabile di agitare la minaccia dell'uscita dall'euro in sede europea per ottenere rapporti negoziali più equilibrati, se è diffusa la consapevolezza che l'uscita sarebbe dannosa per chi la promuove. L'indicizzazione sarebbe proprio quel “paracadute” di cui hanno bisogno lavoratori italiani. Essa, applicata fin da subito (senza aspettare che avvenga il crollo!), 
consentirebbe inoltre di alleviare le condizioni di vita di chi lavora. E dato che ci sarebbe maggiore potere negoziale in Europa, fungerebbe da premessa per le altre misure utili a dare un impiego a chi non ce l'ha. Essa inoltre non costerebbe nemmeno moltissimo, perché anche ammesso che l'indicizzazione crei inflazione (cosa tutta da dimostrare), in un contesto di deflazione come il nostro comporterebbe aggiustamenti dei salari minimi. Il vero potenziale della misura si dispiegherebbe invece in caso di uscita o di crollo dell'euro.

Ecco perché vi chiediamo di farvi portatori presso chi ci governa di queste misure, in particolare dell'indicizzazione. Esse devono adottarsi subito, senza aspettare l'emergenza. Dalla difesa della Costituzione può sicuramente nascere un grande movimento politico che porti il paese fuori dalle secche dove è arenato. Ma per che ciò avvenga, è necessario dimostrare che dall'area dove dovrebbe nascere tale movimento possono giungere soluzioni responsabili per il bene dell'intera società. 
Siamo convinti che vi dimostrerete all'altezza di questo grande compito. 

giovedì 3 ottobre 2013

Sic Transit Gloria Silvii

Ieri Berlusconi ha rinunciato, probabilmente per sempre, a giocare un ruolo rilevante nell'ambito della scena politica italiana ed europea. A B. era rimasta una sola maschera in grado di mantenerlo sul palco: quella del vendicatore dei piccoli capitalisti italiani, quella del nemico e possibile affossatore dell'euro. L'ha lasciata cadere, ed è scivolato dietro le quinte.
Il Governo di Letta-nipote rimane al centro della scena, invitto. Aveva ragione Giorgio Cremaschi a mettere in guardia dal definirlo un governicchio; si tratta invece della cupola (o delle sezione italiana, dipende dai punti di vista) di un sistema di potere tentacolare e fortissimo. Talmente forte da poter fungere da polo magnetico per quelli che fino a ieri erano servi e sguatteri di B., i vari Alfano Cicchitto Schifani ecc.
La dirigenza del partito di B. si è dunque schierata contro quest'ultimo, posizionandosi sotto le ali della Trojka. B., ottenuta probabilmente una qualche contropartita, ha accettato il proprio pensionamento. Chi sperava, più o meno velatamente, che egli desse vita a un Fronte Nazionale Italiano è servito. Certo, c'è sempre tempo per l'estrema destra di compattarsi attorno al tema dell'uscita dall'euro. La società italiana è una fucina costante di fascisti. Ma l'Alba Radiosa italiana dovrà aspettare ancora qualche mese, o qualche anno.
Il potenziale anti-euro di B. è la migliore chiave di lettura della storia politica di questi anni. L'establishment di questo paese, quello che ha il suo pilastro nel centro-sinistra e che da vent'anni esprime i Presidenti della Repubblica, ha sempre cercato il compromesso (l'inciucio) con B., cercando di porre la tremenda forza di quest'ultimo al servizio dell'Europa, e non contro di essa. Lo scambio ha dato i suoi frutti: B. non ha mai fatto tremare, come pur avrebbe potuto, l'impalcatura comunitaria, e la controparte non ha fatto in modo, come pure avrebbe potuto, di contrastare i suoi interessi e la sua smania di impunità.
Tale patto tra gentiluomini non ha escluso che, a un certo punto, lo stesso establishment cercasse di far fuori B. I vertici della Repubblica e delle istituzioni europee hanno cercato dunque di arrivare a un preciso risultato: liberare la destra italiana dal controllo di B. Non a caso la storia recente di questo paese può essere descritta come una continua battaglia per il dominio del campo destro dello scenario politico. Anni fa ci provarono con Follini e Casini. Poi, più apertamente, con Fini. Infine inviarono Monti a fondare la sezione italiana del Partito Popolare Europeo, scalzando il dominio berlusconiano; ma alle elezioni del febbraio 2013 B. prese il triplo dei voti dell'uomo della Trojka.
Ironia della sorte, Alfano è riuscito dove tutti gli altri fallirono. L'assassino, come sempre, è il maggiordomo. 
Ora che B. è stato addomesticato, dobbiamo prepararci ad un attacco concentrico contro quanto di buono e civile ci rimane. PdL e PD uniti, e più che mai forti nella loro unione, coperti sul fianco destro aggrediranno quello sinistro. L'obiettivo, oltre al proseguimento della macelleria sociale imposta da Bruxelles, sono la Costituzione e l'indipendenza della Magistratura. Se lo ricordino i vari Landini, Rodotà, Zagrebelsky. Ora il collante dell'antiberlusconismo si è esaurito. B. non è più eversore; lo sarà Letta. Saranno le personalità citate all'altezza del momento? Riusciranno a rompere ogni legame col centro-sinistra che vuole rovinare la Costituzione? (C.M.)

mercoledì 26 giugno 2013

28 tesi

Le recenti disavventure del Movimento 5 Stelle indicano con chiarezza, ancora una volta, la questione centrale per il Paese: la creazione di una forza politica alternativa, che sappia efficacemente opporsi alla degradazione nella quale i ceti dirigenti ci trascinano.
In questo documento Bontempelli ed io abbiamo cercato di delineare le idee di fondo di un movimento politico di alternativa. Trattandosi di tesi, l’argomentazione logica ed empirica a loro sostegno è lungi dall’essere completa. Precisazioni ed approfondimenti potranno emergere dalla discussione con le persone interessate. Il documento, che ha già circolato in rete, risale al 2008.
(M.B.)



Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie.
Marino Badiale, Massimo Bontempelli

1. Il modo di produzione capitalistico ha ormai storicamente svelato la sua natura spaventosamente distruttiva su molteplici piani. Esso ha creato ricchezza economica ad un livello mai raggiunto da alcun sistema precedente. Ma la creazione capitalistica di nuova ricchezza ha dimostrato di essere, allo stesso tempo, creazione di nuove povertà, distruzione della socialità degli esseri umani, della loro sanità psichica, dell’ambiente naturale adatto alla loro vita biologica, delle risorse per il loro futuro. Esso è ormai la maledizione del genere umano, che è condannato, per creare e distribuire ricchezza secondo i rapporti di produzione capitalistici, in maniera sufficiente a mantenere un minimo di equilibrio sociale, a vivere in modo sempre più distruttivo nei confronti della natura e di se stesso.

2. La critica più penetrante fino ad ora compiuta del modo di produzione capitalistico è stata quella di Marx. Egli ha indagato la logica dell’accumulazione capitalistica mostrandone il carattere autoreferenziale e illimitato. Marx ha creduto che la logica autoriproduttiva del capitalismo portasse in sé una contraddizione per la quale il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali, in cui ciascuno avrebbe prodotto secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. Il comunismo novecentesco ha assunto questa idea come dogma condiviso. Ma la realtà della storia è stata sotto questo aspetto completamente diversa. Del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche.

3. Marx è stato a tal punto convinto che il comunismo sarebbe dialetticamente scaturito dallo sviluppo contraddittorio del capitalismo da definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose. La definizione è tanto celebre quanto clamorosamente invalidata dalla storia. La storia ci ha insegnato che il movimento che abolisce lo stato presente delle cose non è il comunismo che supera il capitalismo, ma è bensì il capitalismo stesso che nel suo processo di accumulazione allargata del plusvalore trasforma continuamente le condizioni da cui ogni volta muove. Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.

venerdì 14 giugno 2013

Cosa hanno in mente di fare?

Ma li avete visti i saggi scelti da Napolitano per stravolgere la costituzione? Ci sono Violante e Frattini, D'Onofrio (quel D'Onofrio) spacciato per costituzionalista, il nostro amato Angelo Panebianco, la quota Corriere (Michele Ainis) e la quota Repubblica (Nadia Urbinati), gli immarcescibili Onida, Pitruzzella e Barbera, e... Guido Tabellini. Una vecchia conoscenza. Ma Guido Tabellini nemmeno per sbaglio può essere considerato un giurista. E chissà se è l'unico economista fra i 35 (due terzi dei nomi non mi dicono nulla. A voi?). Il che mi fa pensare che non vogliano colpire solo la forma di governo, ma anche la parte relativa ai rapporti economici. Prepariamoci a lottare. (C.M)

mercoledì 17 ottobre 2012

Come lo spread cambia la Costituzione: l'esempio degli Enti Locali

 Claudio Martini

Tutti i nostri lettori conoscono il Fiscal Compact, scalpo giuridico voluto da Angela Merkel per fare agli stati del sud la grazia di sequestrare le loro politiche di bilancio. Sappiamo che la stragrande maggioranza dei nostri valenti parlamentari lo ha votato senza fiatare. Sappiamo che anche il piddino parigino Hollande lo ha fatto approvare dall'Assemblea Nazionale francese, facendo finalmente qualcosa di sinistro.

sabato 6 ottobre 2012

Vedere la proboscide e non l'elefante/4- La resa finale

 Claudio Martini

numero precedente

Abbiamo visto come la nostra Corte Costituzionale nel 1964 negò l'efficacia diretta della normativa UE nell'ordinamento italiano, ponendosi in deciso contrasto con l'indirizzo giurisprudenziale della (allora) Corte di Giustizia delle Comunità Europee. Nove anni dopo la Consulta sarebbe parzialmente tornata sui suoi passi. Vediamo come.

I favolosi anni '70

La cosiddetta Sentenza Frontini tratta di un contenzioso tra una società di import-export di prodotti agricoli e il Ministero della Finanze. La società lamentava una violazione delle norme costituzionali in tema di prestazioni patrimoniali imposte (art 23 Cost), legittime in Italia solo se fondate su una legge. Siccome alcuni regolamenti dell'allora CEE rendevano possibile alle autorità italiane di operare "prelievi agricoli" a danno delle società importatrici, a tutti gli effetti delle "prestazioni patrimoniali imposte", la società commerciale in questione chiedeva l'annullamento della legge di ratifica del Trattato di Roma (1957) che permetteva questa violazione della riserva di legge costituzionale.

giovedì 20 settembre 2012

E adesso ci siamo giocati anche la Corte Costituzionale


di Fabrizio Tringali

Eh già, grazie al peggior presidente della Repubblica della storia d'Italia, sta per ricoprirsi di ridicolo anche l'ultima Istituzione che poteva godere di un qualche rispetto.
Del resto lo avevamo già anticipato: pur sapendo l'ovvio, e cioè che, nella vicenda delle intercettazioni telefoniche della procura di Palermo, Napolitano ha torto marcio, l'Alta Corte troverà il modo di dargli ragione.
In questo modo l'orrendo figuro che occupa il Colle completa la distruzione della Costituzione Italiana. Proprio lui, che dovrebbe esserne custode, ed invece si è reso protagonista di una incredibile serie di attacchi alla Carta che ne hanno sostanzialmente smantellato i fondamenti.

Dapprima Napolitano ha infranto il principio di divisione dei poteri, quando ha svuotato i poteri del Parlamento minacciando più volte lo scioglimento delle Camere nonostante il governo in carica avesse sempre ottenuto la fiducia. Nulla, nemmeno il fatto che in carica vi fosse un esecutivo disgustoso, giustifica la violazione della Carta.

Poi ha consegnato il Paese al commissariamento da parte dei tecnocrati europei, nominando Monti senatore a vita e quindi capo del governo, e dichiarando più volte che l'euro e la UE sono scelte dalle quali non è possibile tornare indietro (un'ovvia menzogna).

Ora costringe la Corte Costituzionale a perdere ogni credibilità (gettando grave discredito anche sulla Magistratura).

Infine proverà, ancora, a fare in modo che venga approvata una legge elettorale tagliata sulle esigenze del ceto dirigente più forte della UE, e che richiede che l'Italia continui ad essere governata da esecutivi di larghe intese, in modo da proseguire l'opera di distruzione delle condizioni di vita della stragrande maggioranza
della popolazione iniziata da Monti, Fornero e Passera, senza che una singola parte politica debba assumersi la responsabilità di dover fare i conti con il malcontento crescente. Del resto ormai, anche qual poco di democrazia che ci era rimasto, era diventato un fastidioso orpello, ostacolo alla realizzazione dei disegni dei governanti. Meglio, per loro, farne a meno. Non so quanto tempo occorrerà, ma prima o poi emergerà con drammatica chiarezza quanto grave sia ciò che sta accadendo.

sabato 15 settembre 2012

Vedere la proboscide ma non l'elefante/2

L'integrazione europea ha dovuto scontare, nel nostro paese più che in altri, le carenze storiche, le rigidità, i ritardi e i problemi strutturali del sistema, come pure la lenta ed esitante maturazione delle forze politiche, economiche e sociali, degli apparati pubblici, della società civile e, diremmo, della coscienza stessa della collettività nazionale. (..) Col tempo, tuttavia, la situazione è progressivamente migliorata (..). Come un fiume carsico che correva al di sotto dei clamori mediatici, quel processo è andato avanti con progressione lenta ma costante, ed ha via via indebolito le resistenze degli organismi nazionali.
(Roberto Adam e Antonio Tizzano, Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea-Giappichelli 2010)

Claudio Martini

Cos'è l'Unione Europea? È uno Stato, una federazione di Stati, una semplice organizzazione internazionale? La dottrina costituzionale si è assestata su una definizione che vede la UE come "un'organizzazione di tipo nuovo", una strana "cosa" che si caratterizza per regolare non solo i rapporti tra gli Stati che ne fanno parte, ma anche tra i cittadini di quegli stati. In altre parole, l'UE è un'organizzazione a cui gli Stati hanno delegato il compito creare diritto; soggetti di quel diritto non sono solo gli Stati, come può capitare nelle organizzazioni internazionali classiche, ma anche i singoli individui (o le loro "formazioni sociali": ad esempio le imprese). Forse per cogliere meglio il carattere sui generis dell'UE è utile richiamarsi alla nozione di Ordinamento, così come definita dal fascista Santi Romano (autore nel 1918 di un'opera chiamata appunto l'Ordinamento giuridico): un'insieme di norme proveniente da una pluralità di fonti, destinate ad una pluralità di soggetti. La concezione ordinamentale del diritto si contrappone a quella statualistico/borghese, dove la fonte è una (la Legge) e il destinatario uno soltanto (il Cittadino). L'UE, in quanto ordinamento, si sovrappone alle (ma si portebbe dire che compenetra le) leggi degli Stati, e mano a mano che si sviluppa il suo diritto si estende a sempre maggiori campi, a sempre più varie situazioni.

mercoledì 23 maggio 2012

Chi odia la Costituzione

di Fabrizio Tringali


Come previsto, il peggior presidente della storia della Repubblica continua a infischiarsi dei limiti ai suoi poteri dettati dalla Carta Fondamentale e del rispetto delle prerogative del Parlamento, ed a spingere perché vangano realizzate modifiche costituzionali ed elettorali capaci di azzerare quel poco di democrazia che ancora conserviamo.
Altro che non sentire il "boom" del Movimento 5 Stelle. 
Napolitano sente bene, e vede ancora abbastanza per leggere i dati elettorali. 
Ha capito perfettamente che la stragrande maggioranza di cittadini non ne può più di lui e dell'intera casta che lui degnamente rappresenta. E se ha un'alternativa esterna ad essa, la vota.
Vogliono cambiare la Costituzione e la legge elettorale per impedirlo, o quantomeno per permettere alla casta di continuare a governare anche senza il consenso dei cittadini.

mercoledì 25 aprile 2012

Le bestemmie di Monti e Napolitano sul 25 aprile

di Fabrizio Tringali


Le frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio e dal Presidente della Repubblica in occasione del 25 Aprile sono delle vere e proprie bestemmie contro la Resistenza, la lotta di Liberazione nazionale e la Costituzione della Repubblica che ne è scaturita.

Mario Monti si produce in un parallelismo fra la liberazione dal nazifascismo e quella che lui considera la necessaria liberazione da “alcuni modi di pensare e di vivere che le hanno finora impedito di pensare al futuro”.
Il capo del governo non si riferisce al malaffare, alle ruberie compiute dagli stessi partiti che lo sostengono, al circolo vizioso generato dall'intreccio fra politica ed affari, alla mostruosa evasione fiscale, al potere delle mafie. No, niente di tutto questo.
Monti se la prende coi lavoratori che si aggrappano al loro diritto di non essere licenziati. A quanti non accettano di piegare la testa di fronte alle esigenze della produzione. A tutti coloro che pensano che il sistema economico debba essere al servizio dei cittadini e non il contrario.

Le parole del premier sono uno sfregio allo spirito della Costituzione Italiana, incentrata sulla supremazia dei valori sociali rispetto a quelli economici (l'impresa privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, e deve essere orientata a fini sociali).

Napolitano, dal canto suo, invita sibillinamente le forze politiche a “confrontandosi fattivamente con il governo fino alla conclusione naturale della legislatura”. E si permette quindi di ostacolarne, per l'ennesima volta, la possibile fine anticipata, invadendo la sovranità del Parlamento.

Questo ceto politico e finanziario maleodorante celebra il 25 Aprile, e finge di onorare la Resistenza, ma sa che la Costituzione è l'ultimo baluardo rimasto in piedi contro i suoi meschini disegni. Per questo la stanno abbattendo.

La follia del pareggio di bilancio, le previste "riforme istituzionali", le proposte di modifica all'articolo 41, rappresentano il definitivo colpo di grazia contro le ultime speranze di impedire lo sgretolamento del tessuto sociale del Paese.

giovedì 5 aprile 2012

Un'analisi sulle riforme Costituzionali e sulla nuova legge elettorale


di Fabrizio Tringali


I dibattiti sulle riforme della Costituzione e sulla nuova legge elettorale sembrano giunti ad uno stadio molto avanzato.
Le bozze di modifica dell'assetto istituzionale in discussione, che godono dell'appoggio dei principali partiti, mirano a ridisegnare i poteri dello Stato, aumentando i poteri del premier, ed in generale rafforzando il ruolo dell'esecutivo a scapito del legislativo.
Analizziamo le proposte sul tappeto, e le loro conseguenze.