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sabato 15 settembre 2012

Vedere la proboscide ma non l'elefante/2

L'integrazione europea ha dovuto scontare, nel nostro paese più che in altri, le carenze storiche, le rigidità, i ritardi e i problemi strutturali del sistema, come pure la lenta ed esitante maturazione delle forze politiche, economiche e sociali, degli apparati pubblici, della società civile e, diremmo, della coscienza stessa della collettività nazionale. (..) Col tempo, tuttavia, la situazione è progressivamente migliorata (..). Come un fiume carsico che correva al di sotto dei clamori mediatici, quel processo è andato avanti con progressione lenta ma costante, ed ha via via indebolito le resistenze degli organismi nazionali.
(Roberto Adam e Antonio Tizzano, Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea-Giappichelli 2010)

Claudio Martini

Cos'è l'Unione Europea? È uno Stato, una federazione di Stati, una semplice organizzazione internazionale? La dottrina costituzionale si è assestata su una definizione che vede la UE come "un'organizzazione di tipo nuovo", una strana "cosa" che si caratterizza per regolare non solo i rapporti tra gli Stati che ne fanno parte, ma anche tra i cittadini di quegli stati. In altre parole, l'UE è un'organizzazione a cui gli Stati hanno delegato il compito creare diritto; soggetti di quel diritto non sono solo gli Stati, come può capitare nelle organizzazioni internazionali classiche, ma anche i singoli individui (o le loro "formazioni sociali": ad esempio le imprese). Forse per cogliere meglio il carattere sui generis dell'UE è utile richiamarsi alla nozione di Ordinamento, così come definita dal fascista Santi Romano (autore nel 1918 di un'opera chiamata appunto l'Ordinamento giuridico): un'insieme di norme proveniente da una pluralità di fonti, destinate ad una pluralità di soggetti. La concezione ordinamentale del diritto si contrappone a quella statualistico/borghese, dove la fonte è una (la Legge) e il destinatario uno soltanto (il Cittadino). L'UE, in quanto ordinamento, si sovrappone alle (ma si portebbe dire che compenetra le) leggi degli Stati, e mano a mano che si sviluppa il suo diritto si estende a sempre maggiori campi, a sempre più varie situazioni.

lunedì 23 luglio 2012

Trattativa Stato-mafia, da Salvo Lima a Napolitano

Invitiamo i lettori ad ascoltare questa lunga ricostruzione delle vicende relative alla trattativa fra Stato e mafia, culminate nel recente conflitto di attribuzioni sollevato da Napolitano contro la procura di Palermo.
Con questo gesto vergognoso, il peggior presidente della Repubblica della storia d'Italia cerca di ottenere la distruzione dei nastri su cui sono state registrate le sue conversazioni con Nicola Mancino.
Unendo i diversi tasselli di questa agghiacciante vicenda, Travaglio mostra lo stato di degenerazione a cui è giunto l'intero ceto politico italiano.
                                                                                                                  (F.T.)

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Quinta e ultima parte




venerdì 20 luglio 2012

Napolitano ha torto, ma sul conflitto di attribuzioni la Consulta gli darà ragione

di Fabrizio Tringali

Il coro del mainstream è quasi unanime: sulla vicenda delle intercettazioni da parte della procura di Palermo, Napolitano ha ragione.
Solo Il Fatto Quotidiano esce dal coro e dice quel che in realtà tutti sanno: il peggior presidente della Repubblica della storia d'Italia ha torto marcio. Il suo gesto è vergognoso, e sconfessa il lavoro di una delle procure più attive contro la mafia, come quella di Palermo, al solo fine di difendere il presidente stesso e lo stuolo di notabili con cui ha avuto a che fare. Evidentemente in quelle intercettazioni c'è qualcosa che noi non dobbiamo sapere. 

Tuttavia non è necessario essere costituzionalisti per sapere che in Italia, almeno formalmente, la legge è uguale per tutti, non "uguale per tutti tranne uno", sia esso Berlusconi o Napolitano.
E che quindi la procura di Palermo si è mossa nel pieno rispetto della legalità.
Così per difendere l'indifendibile peggior presidente della Repubblica della storia d'Italia, il mainstream offre il meglio di sé nel tentativo di mostrare che il terribile gesto di Napolitano sia effettivamente giustificato dalle leggi vigenti.


Il capolavoro lo fa "la stampa", che cita il testo del decreto con cui Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni come se fosse il dettato della legge.
Nell'articolo, infatti, sembra che la frase "le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono invece da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice ladistruzione" sia una citazione della normativa sulle intercettazioni. Invece la legge non dice assolutamente nulla sulle intercettazioni indirette (qui c'è il testo)

Tuttavia, se Napolitano ha fatto questa mossa, probabilmente è perché sa già di avere dalla sua la maggioranza della Corte Costituzionale. Che troverà il modo di dargli ragione, sostenendo che la Costituzione e l'articolo 7 della legge del 1989 sanciscono un divieto assoluto (che quindi ricomprende anche le intercettazioni indirette), e che tale divieto è applicabile in via esclusiva al solo Capo dello Stato, escludendo quindi i parlamentari e i membri del governo, per evitare polemiche con la corte berlusconiana, che in ogni caso si sta già sfregando le mani, visto che il gesto di Napolitano, dal punto di vista politico, apre un'autostrada a coloro che vogliono introdurre limitazioni all'uso delle intercettazioni al fine di privare la magistratura di uno dei pochi efficaci strumenti di lotta alla corruzione.

martedì 10 luglio 2012

Un articolo di Paolo Becchi

Pubblichiamo di seguito un intervento di Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Genova. Ci sembra necessario diffondere il più possibile la consapevolezza del carattere compiutamente negativo, e da contrastare in ogni modo, dell'azione di Giorgio Napolitano.
(M.B.)



 Tutti conoscono o dovrebbero conoscere i nomi di quegli intellettuali, quei professori, quei giornalisti che, a partire dall’entrata in carica del Governo Monti, hanno subìto una vera e propria “mutazione genetica”. Dietro teorie “neutrali” e “scientifiche”, una schiera numerosissima di “chierici” difende strenuamente gli interessi politici del Governo, rispetto al quale si è organicamente “allineata”. Non può essere spiegato altrimenti, del resto, il silenzio terrificante che ha accompagnato l’ inquietante vicenda del coinvolgimento del Presidente della Repubblica nella “trattativa Stato-Mafia”. Alcuni giuristi si sono persino spinti a dichiarare che il Presidente della Repubblica sarebbe il “più alto giudice italiano”, giudice supremo. Prima d’ora, soltanto Carl Schmitt era giunto a tal punto, quando, per giustificare l’epurazione della notte dei lunghi coltelli tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, definì Hitler “giudice supremo” (Oberster Gerichtsherr): «il vero Führer è sempre anche giudice. La giurisdizione fluisce dall’essere-Führer (Führertum)».