Segnaliamo questo breve video-spot contro l'Unione Europea realizzato dagli amici dell'Associazione Riconquistare la Sovranità
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giovedì 4 dicembre 2014
mercoledì 22 ottobre 2014
Analisi sospese nel vuoto
Un sito di sinistra radicale, Militant,
pubblica un breve post sulla questione della “cessione di
sovranità”. L'analisi è ottima, encomiabile per chiarezza,
lucidità e sintesi. Ma credo sia ovvio, almeno per i lettori di questo
blog, rilevare un problema.“Militant” evita accuratamente di trarre le
conseguenze inevitabili della sua analisi: nella situazione
descritta, e date le attuali condizioni storiche, è ovvio che il primo obiettivo politico da porsi è quello della riconquista della sovranità
nazionale. Ma questo non si può dire, a sinistra, e di conseguenza le ottime
analisi di “Militant” restano sospese nel vuoto.
(M.B.)
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martedì 24 giugno 2014
Dialogo a tre sul nostro futuro
Vi proponiamo un dialogo (via mail)
fra i curatori del blog. Senza pretese di grande profondità teorica, crediamo che sia interessante
per i lettori, poiché vengono toccati temi sui quali in molti ci arrovelliamo. Vengono messi a confronto punti di vista e prospettive
diverse, che offriamo alla vostra valutazione.
FT: Voi sapete qualcosa di questa iniziativa? http://www.fiom-cgil.it/web/aree/europa/news/573-lanciata-la-campagna-contro-il-ttip-da-60-associazioni-in-europa
CM: Alcuni movimenti locali seguono la vicenda da un po', mi sembra con scarsi risultati.
FT: Non è strano, più il nemico si allontana, meno è facile costruire opposizione. In fondo è sensato non crederci. Pensa: una trattativa fra UE e USA, che cosa pensi di poterci fare? Davvero dovremmo riuscire a dire che l'unica cosa sensata sarebbe uscire da quest'incubo e tornare in una condizione in cui possiamo pensare di incidere nella realtà.
CM: Io non penserei di poter incidere nemmeno se comandassi un nucleo di Tupamaros armati fino ai denti, figurati. Del resto ve l'ho scritto: l'orizzonte concettuale della mia attività politica concreta è racchiuso nei confini del comune di Genova.
Cosa intendi, in pratica, con la frase “uscire da quest'incubo e tornare in una condizione in cui possiamo pensare di incidere nella realtà.”?
FT: Sei molto ottimista. Dubito che al momento si possa andare oltre la dimensione del condominio...
Uscire dall'incubo significa ricondurre il maggior numero di decisioni politiche in ambiti ove sia possibile la partecipazione democratica. La sovranità dovrebbe tornare alla stato nazionale (in parte c'è già, come spesso hai sostenuto tu, ma in buona parte è stata ceduta).
Poi però la sovranità, che appartiene al popolo, dovrebbe essere esercitata dai cittadini laddove è loro possibile, anche aumentando le competenze e le risorse degli enti locali.
Il punto centrale però è il discorso sulla globalizzazione. Se la si considera un dato di fatto indiscutibile, e non modificabile, allora possiamo anche piantarla lì, tanto non possiamo fare proprio nulla. Né a livello planetario, né a Genova.
CM: Il problema per me è il seguente: noi possiamo anche dichiarare modificabile e discutibile la globalizzazione, non è un problema. Di irreversibile c'è solo la morte. Concettualmente sfondi una porta aperta. Politicamente le cose si complicano. La domanda che mi pongo è: "Come si attua la de-globalizzazione?"
Facciamo un'ipotesi di "fantascienza", e assumiamo di poter disporre, noi, di un notevole potere politico in ambito nazionale. Una volta al potere attuiamo misure de-globalizzatrici. Cominciamo dal blocco dei movimenti di capitale: senza di esso non si fa nulla. Ottimo, abbiamo creato un isola nel sistema finanziario internazionale; essa finirebbe stritolata nel giro di pochi mesi, o meglio ci stritolerebbero prima i cittadini, una volta che si siano accorti che non possono usare le loro carte di credito una volta usciti dai patrii confini (e mille altre limitazioni). Tutta roba già successa agli inizi degli anni '80, quando Mitterand provò a socialistizzare la Francia: bloccò i movimenti di capitale, nazionalizzò le banche, fece anche tante altre cose carine. Durò un anno. Figuratevi adesso.
La de-globalizzazione mi sembra analoga al disarmo: chi disarma per primo? Non credo proprio che sia alcunché di realizzabile per iniziativa unilaterale di uno stato solo (a meno che non si tratti degli Stati Uniti). O si fa in contemporanea tra i principali stati industrializzati, o non ha senso farlo.
L'eventuale de-globalizzazione dovrebbe essere frutto dell'azione coordinata di vasti movimenti internazionali. Allora potrebbe funzionare. Non è più fantascientifico di una nostra presa del potere in ambito nazionale, se ci riflettete.
Va detto infine che se per caso esistessero vasti movimenti internazionali in grado di agire in maniera coordinata tra loro, allora a quel punto si perderebbe la necessità di de-globalizzare: le forze popolari avrebbero la possibilità di gestire in maniera democratica le dinamiche economiche sovra-nazionali, per esempio inibendo la concorrenza tra stati e lavoratori.
La morale della favola è: se tanto è tutto utopico, scegli l'utopia che ti esalta di più (o quella che ti deprime di meno)
FT: Uhm... credo che quel che dici sia molto più fantascientifico di una presa di potere a livello nazionale. Però resta il problema che poni: che te ne fai del potere a livello nazionale, se gli altri sono tutti dentro la globalizzazione? Tuttavia non credo che la questione sia esattamente nei termini che indichi tu, perché probabilmente, in realtà, ci sono paesi che stanno cercando vie alternative. Forse. In Sudamerica per esempio. In ogni caso quel che è certo è che si scatenerebbero guerre terribili, sia in questo scenario, che nel caso della presa di potere da parte di movimenti internazionali (a meno che essi non riescano ad assumere contemporaneamente il comando di tutte, o quasi, le forze armate importanti del Mondo, il che è un tantino improbabile).
CM: Sudamerica? Non credo proprio, guarda il Brasile di oggi...
Sinceramente, non vedo alternative a livello mondiale. I paesi si differenziano per il modo di stare dentro la globalizzazione, ma nessuno la mette in discussione; il primo che lo facesse si autodistruggerebbe. Nessun capitalismo nazionale rinuncerà mai al mercato mondiale (anche perché credo che le classi dirigenti siano abbastanza memori di quel che è successo l'ultima volta...)
Quel che invece può accadere è che il mercato mondiale si segmenti in alcune macro-aree. Il TTIP è un passo verso tale direzione. È possibile che, in risposta all'iniziativa USA di creare tale "NATO economica" anche altri gruppi di stati apparecchino qualcosa (ma non è affatto detto: Giappone, Russia, India e Cina si mandano a quel paese ogni volta che possono).
La creazione di queste macro-aree potrebbe essere interpretato come un gesto di deglobalizzazione. Tuttavia, non sfugge che all'interno di queste aree il principio "liberista" tipico della globalizzazione verrebbe amplificato. Quindi in realtà si tratta di una globalizzazione più intensa, anche se più ristretta dal punto di vista dei soggetti coinvolti.
È probabile che USA e UE, legate da NATO e TTIP, daranno anche vita a qualcosa di simile ad un coordinamento permanente tra governi: qualcosa di più del G-7 e qualcosa di meno dell'attuale Consiglio Europeo, per dire. Magari, chissà, un giorno ci faranno eleggere una pazzesca assemblea parlamentare atlantica...
Al di fuori di questa area i singoli paesi continueranno la loro corsa verso il turbo-capitalismo, Sudamerica in testa.
Può darsi che in questo scenario le comunità locali diano vita a qualche forma di resistenza. Perché questa resistenza abbia forza, credo debbano esserci due condizioni:
1) forte solidarietà trans-nazionale tra le varie comunità e tra i vari movimenti;
2) totale indipendenza dagli organi dello stato nazionale, in particolare dai suoi addentellati partitici/sindacali/elettorali/istituzionali.
PS Poniamo che la presa del potere a
livello nazionale abbia una possibilità su un milione. Ti concedo
che la prospettiva "internazionalista" ne abbia una su tre
milioni. Praticamente, che cambia? Sono entrambe fantascientifiche.
Solo che la prima, a mio avviso, è un vicolo cieco, la seconda no.
FT: Infatti, il punto è che purtroppo sembra che non esista possibilità alcuna di cambiare veramente le cose. In base a qualche elucubrazione, qualcosa può apparire come vicolo cieco oppure no. Ma il punto è che non esiste possibilità alcuna. Il fatto è che, se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che la classe dominante ha saputo unirsi. Nonostante divisioni, lotte intestine etc... ha saputo trovare un terreno comune, intorno al quale costruire un sistema condiviso (il che naturalmente non esclude che esistano fratture, battaglie, guerre).
E quindi, forse correttamente, pensi che l'unica strada sia quella di unire le forze dei dominati, contro i dominanti. Ma dubito che sia un tragitto che si possa realmente percorrere.
Guarda, facciamo un esempio banale: non riescono nemmeno a mettersi insieme le 16/17 squadre di serie A che non contano nulla, contro le 3/4 che contano. E' un caso interessantissimo, purtroppo. Se facessero "cartello", le 16/17 ricaverebbero tutte un grande vantaggio. Ma appena una di loro prova a costruire un po' di consenso su dei cambiamenti, le 3/4 reagiscono, e col loro potere, con concessioni e favori, distruggono l'unità creata.
Cambieremo il Mondo quando il Sassuolo vincerà lo scudetto.
CM: Oh! È proprio la mancanza di questa sincerità che critico in molti autori "anti-sistema"! Mancanza di sincerità accompagnata da wishful-thinking “crollista”. Io credo che fra i pre-requisiti dell'essere "rivoluzionari" sia convincersi del fatto che le classi dominanti la sanno lunga, ma davvero lunga, e che l'ultima cosa che faranno sarà permettere a dei pirla come noi di prevalere.
L'esempio che prendi è perfetto. È una conseguenza dell'effetto band-wagoning: la prima cosa che passa per la testa del debole non è diventare forte unendosi ad altri deboli, ma proteggere la propria debolezza affiliandosi a qualche soggetto forte. Ci sono anche casi più estremi della serie A: 180 stati nel mondo non riescono a coalizzarsi contro uno solo, gli USA...
Detto ciò, io studio la storia e l'attualità del medio oriente. Da questo studio ho tratto la convinzione che i miracoli esistono. Quel che sta accedendo ora in Iraq, per fare un esempio, è semplicemente miracoloso. Faremo miracoli? Probabilmente no. Però conserveremo la soddisfazione di non esserci resi complici di questo schifo di realtà.
FT: Su questo hai ragione: non possiamo essere complici. Il brutto è che poi tendono ad asfaltarti... temo che in Iraq sia questione di tempo...
MB: aggiungo anche il mio illuminato parere, visto che non sono intervenuto finora:
1.Probabile che la fase "neoliberista-globalizzata" del capitalismo sia entrata in una crisi senza uscita, e si stia lentamente, e sulla nostra pelle, elaborando una nuova forma del dominio capitalistico.
2.Probabile che questa nuova forma presenterà "grandi spazi" in competizione (economica, politica e militare).
3.Proprio questa configurazione potrebbe però riaprire spazi all'agire di uno Stato-nazione nel quale le forze antisistemiche siano arrivate al potere. In estrema sintesi, un tale Stato potrebbe giocare sulle rivalità fra i grandi centri di potere in competizione fra loro. L'analogia storica che ho in mente è quella del movimento dei paesi non allineati al tempo della guerra fredda, o del Vietnam che riuscì ad essere equidistante fra Russia e Cina, e a farsi aiutare da entrambi nella lotta contro gli USA, quando Russia e Cina si prendevano a cannonate sull'Ussuri (se ricordo bene).
Utopia per utopia....
CM: quella che tu indichi non è affatto un'utopia, ma la realtà odierna dei rapporti internazionali. Fuori dai grandi blocchi ci sono già oggi stati che praticano la politica dei due forni: un po' con gli USA, un po' con Russia-Cina. È la realtà di Iran, Arabia Saudita, a tratti persino Israele, Pakistan, il Viet Nam di oggi, molti stati africani, il Brasile...
Il punto è che lo "spazio di manovra" garantito dall'equidistanza, oltre a esporre a rischi chi lo pratica, non equivale alla possibilità di praticare politiche anti-capitalistiche. Infatti, nessuno degli stati citati fa un passo in quella direzione: nessuno si azzarda a mettere in discussione il mercato mondiale. Che destreggiarsi tra grandi potenze capitalistiche dia luogo alla possibilità di implementare politiche anti-capitalistiche è tutto da dimostrare.
MB: D'accordo, quindi la proposta di una politica dei due o tre forni non è utopica, anche nella realtà attuale. Il lato utopico sta nell'idea che in uno Stato arrivino al potere forze antisistemiche...
FT: Infatti, il punto è che purtroppo sembra che non esista possibilità alcuna di cambiare veramente le cose. In base a qualche elucubrazione, qualcosa può apparire come vicolo cieco oppure no. Ma il punto è che non esiste possibilità alcuna. Il fatto è che, se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che la classe dominante ha saputo unirsi. Nonostante divisioni, lotte intestine etc... ha saputo trovare un terreno comune, intorno al quale costruire un sistema condiviso (il che naturalmente non esclude che esistano fratture, battaglie, guerre).
E quindi, forse correttamente, pensi che l'unica strada sia quella di unire le forze dei dominati, contro i dominanti. Ma dubito che sia un tragitto che si possa realmente percorrere.
Guarda, facciamo un esempio banale: non riescono nemmeno a mettersi insieme le 16/17 squadre di serie A che non contano nulla, contro le 3/4 che contano. E' un caso interessantissimo, purtroppo. Se facessero "cartello", le 16/17 ricaverebbero tutte un grande vantaggio. Ma appena una di loro prova a costruire un po' di consenso su dei cambiamenti, le 3/4 reagiscono, e col loro potere, con concessioni e favori, distruggono l'unità creata.
Cambieremo il Mondo quando il Sassuolo vincerà lo scudetto.
CM: Oh! È proprio la mancanza di questa sincerità che critico in molti autori "anti-sistema"! Mancanza di sincerità accompagnata da wishful-thinking “crollista”. Io credo che fra i pre-requisiti dell'essere "rivoluzionari" sia convincersi del fatto che le classi dominanti la sanno lunga, ma davvero lunga, e che l'ultima cosa che faranno sarà permettere a dei pirla come noi di prevalere.
L'esempio che prendi è perfetto. È una conseguenza dell'effetto band-wagoning: la prima cosa che passa per la testa del debole non è diventare forte unendosi ad altri deboli, ma proteggere la propria debolezza affiliandosi a qualche soggetto forte. Ci sono anche casi più estremi della serie A: 180 stati nel mondo non riescono a coalizzarsi contro uno solo, gli USA...
Detto ciò, io studio la storia e l'attualità del medio oriente. Da questo studio ho tratto la convinzione che i miracoli esistono. Quel che sta accedendo ora in Iraq, per fare un esempio, è semplicemente miracoloso. Faremo miracoli? Probabilmente no. Però conserveremo la soddisfazione di non esserci resi complici di questo schifo di realtà.
FT: Su questo hai ragione: non possiamo essere complici. Il brutto è che poi tendono ad asfaltarti... temo che in Iraq sia questione di tempo...
MB: aggiungo anche il mio illuminato parere, visto che non sono intervenuto finora:
1.Probabile che la fase "neoliberista-globalizzata" del capitalismo sia entrata in una crisi senza uscita, e si stia lentamente, e sulla nostra pelle, elaborando una nuova forma del dominio capitalistico.
2.Probabile che questa nuova forma presenterà "grandi spazi" in competizione (economica, politica e militare).
3.Proprio questa configurazione potrebbe però riaprire spazi all'agire di uno Stato-nazione nel quale le forze antisistemiche siano arrivate al potere. In estrema sintesi, un tale Stato potrebbe giocare sulle rivalità fra i grandi centri di potere in competizione fra loro. L'analogia storica che ho in mente è quella del movimento dei paesi non allineati al tempo della guerra fredda, o del Vietnam che riuscì ad essere equidistante fra Russia e Cina, e a farsi aiutare da entrambi nella lotta contro gli USA, quando Russia e Cina si prendevano a cannonate sull'Ussuri (se ricordo bene).
Utopia per utopia....
CM: quella che tu indichi non è affatto un'utopia, ma la realtà odierna dei rapporti internazionali. Fuori dai grandi blocchi ci sono già oggi stati che praticano la politica dei due forni: un po' con gli USA, un po' con Russia-Cina. È la realtà di Iran, Arabia Saudita, a tratti persino Israele, Pakistan, il Viet Nam di oggi, molti stati africani, il Brasile...
Il punto è che lo "spazio di manovra" garantito dall'equidistanza, oltre a esporre a rischi chi lo pratica, non equivale alla possibilità di praticare politiche anti-capitalistiche. Infatti, nessuno degli stati citati fa un passo in quella direzione: nessuno si azzarda a mettere in discussione il mercato mondiale. Che destreggiarsi tra grandi potenze capitalistiche dia luogo alla possibilità di implementare politiche anti-capitalistiche è tutto da dimostrare.
MB: D'accordo, quindi la proposta di una politica dei due o tre forni non è utopica, anche nella realtà attuale. Il lato utopico sta nell'idea che in uno Stato arrivino al potere forze antisistemiche...
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domenica 15 settembre 2013
Letta difende la sovranità dell'italia
No non ho bevuto, mi sono limitato a leggere La Stampa. Ma tutti i quotidiani nazionali riportano le ultime dichiarazioni di Letta, che ultimamente si fanno via via più divertenti. Dunque, il fatto è il parlamento italiano (cioè i nostri rappresentanti, cioè tutti noi) non può sfiduciare il governo del Nipote di Suo Zio, perché altrimenti pagheremmo tutti l'IMU. E qui siamo nell'ambito degli squallidi ricattini politici. Nulla di così nefasto, abbiamo visto di peggio. Ma il bello viene dopo. Letta annuncia che ciò che rende davvero inaffondabile il suo governo è la legge di stabilità (la vecchia finanziaria): «se il governo cade la scriveranno a Bruxelles, per un motivo molto semplice, che abbiamo la stessa moneta».
Rileggiamo. Se il parlamento sfiducia il governo non può più formare e approvare la legge di stabilità, che pure è un atto che la costituzione gli riserva; né potrà concorrere a formarla un nuovo governo, o magari nuove camere scauturite dalla fine anticipata della legislatura, nè nulla che assomigli a qualcosa che ha a che fare con il processo democratico. No. Letta è l'unico in Italia che può sovraintendere alla formazione della legge di stabilità; se non c'è lui, subentra Olli Rehn. Tutto perché abbiamo la stessa moneta. Non è perciò assurdo che il giornalista riassuma il discorso di Letta in questi termini: "Mantenere la stabilità politica, insomma, diventa una ricetta per difendere la sovranità, nei limiti delle regole comuni che l’Europa s’è data nel nome dell’euro". Una storia che abbiamo già sentito, ricordate?
Queste dichiarazioni sono interessanti per comprendere quanto sia profondo il pozzo in cui siamo precipitati. Innanzitutto ci chiarisce la totale perdita di sovranità che abbiano subito, visto che non siamo liberi di sostituire un governo con un altro. Gli artefici di tale perdita di sovranità ci dicono poi che bisogna difenderla. Questo nei giorni pari; in quelli dispari ci ricordano che non ne abbiamo ceduta abbastanza.
Tale, demenziale deriva è resa possibile dal fatto che questi soggetti non trovano di fronte a loro un'opposizione vera e propria. In mancanza di questa, si possono permettere di dire quello che vogliono. E dicono quello che vogliono. Sono padroni del campo, e possono prendersi gioco di noi in un clima di assoluta impunità. (C.M.)
Rileggiamo. Se il parlamento sfiducia il governo non può più formare e approvare la legge di stabilità, che pure è un atto che la costituzione gli riserva; né potrà concorrere a formarla un nuovo governo, o magari nuove camere scauturite dalla fine anticipata della legislatura, nè nulla che assomigli a qualcosa che ha a che fare con il processo democratico. No. Letta è l'unico in Italia che può sovraintendere alla formazione della legge di stabilità; se non c'è lui, subentra Olli Rehn. Tutto perché abbiamo la stessa moneta. Non è perciò assurdo che il giornalista riassuma il discorso di Letta in questi termini: "Mantenere la stabilità politica, insomma, diventa una ricetta per difendere la sovranità, nei limiti delle regole comuni che l’Europa s’è data nel nome dell’euro". Una storia che abbiamo già sentito, ricordate?
Queste dichiarazioni sono interessanti per comprendere quanto sia profondo il pozzo in cui siamo precipitati. Innanzitutto ci chiarisce la totale perdita di sovranità che abbiano subito, visto che non siamo liberi di sostituire un governo con un altro. Gli artefici di tale perdita di sovranità ci dicono poi che bisogna difenderla. Questo nei giorni pari; in quelli dispari ci ricordano che non ne abbiamo ceduta abbastanza.
Tale, demenziale deriva è resa possibile dal fatto che questi soggetti non trovano di fronte a loro un'opposizione vera e propria. In mancanza di questa, si possono permettere di dire quello che vogliono. E dicono quello che vogliono. Sono padroni del campo, e possono prendersi gioco di noi in un clima di assoluta impunità. (C.M.)
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domenica 8 settembre 2013
Un nuovo manifesto
Riceviamo e pubblichiamo il manifesto della neonata associazione Bottega Partigiana.
La dignità umana non è
in vendita
I BENI PUBBLICI ED I
DIRITTI NON SONO IN VENDITA
E’ giunta l’ora di
rivendicare con forza e coerenza la nostra libertà di scelta. Noi
vogliamo recuperare in concreto il senso del bene
comune e la consapevolezza
collettiva per cui i beni pubblici ed i diritti non sono, né
dovranno mai più essere negoziabili o vendibili.
Dobbiamo ritrovare il
senso di comunità e di appartenenza, riappropriandoci con orgoglio
del nostro patrimonio collettivo affinché
alcun diritto possa mai
più essere violato.
In nome di interessi che
fanno leva sui dogmi neoliberisti dell’onorabilità del debito e
del “Ce lo chiede l’Europa” ci vengono imposte
misure di austerità
depressiva, con tagli alla spesa pubblica ed elevata pressione
fiscale su famiglie ed imprese.
Una tra le più gravi
forme di servitù politica è la sottomissione degli Stati alle
logiche di mercato, che negano la possibilità di garan-
tire i diritti e le tutele
sociali finalizzate al bene comune.
L’asservimento politico
ha adeguato tutte le azioni e decisioni, quali privatizzazioni,
liberalizzazioni e perdita del ruolo regolatore
dello Stato, all’esclusiva
tutela degli interessi dei grandi gruppi finanziari e delle lobbies
capitalistiche.
NESSUNO CI HA CHIESTO
NULLA
Le attuali oligarchie
politiche e finanziarie hanno utilizzato la retorica dell'Europa dei
Popoli, per creare un'Europa monetaria
funzionale alle esigenze
dell’aristocrazia finanziaria e del grande capitale europeo.
I cittadini non hanno
avuto la possibilità di esprimersi sul reale significato economico e
politico dei trattati firmati con l'Europa, e
quando hanno avuto la
possibilità di farlo, come in occasione del referendum francese del
2005, si sono opposti al progetto.
L’Europa attuale,
essendo stata costruita come un mercato di beni e capitali e come
un’unione monetaria, è un’Europa capital-
finanziaria dove i popoli
europei non contano più nulla né come soggetto politico, né come
soggetto sociale.
E oggi, quando il progetto
è vicino al fallimento, pur di non mettere in discussione i principi
assurdi stipulati dal trattato di
Maastricht in poi, gli
eurocrati di Bruxelles cercano di creare un "doppio euro"
per salvarsi e conservare il loro dominio economico
e politico.
RICONQUISTARE LA
SOVRANITÀ
In Italia e nei paesi che
hanno aderito all'eurozona si sta accentuando la disparità fra i
cittadini e la disoccupazione e la precarietà
sono diventate una vera
emergenza umanitaria.
Perché, per sopperire
alle nostre esigenze, dobbiamo chiedere in prestito denaro ai mercati
di capitali privati? La moneta moderna
non è legata ad una
corrispondenza in oro come avveniva in passato, e potrebbe essere lo
Stato a gestirne l'emissione e la spesa,
in quanto i limiti a cui è
sottoposta sono legati alle reali forze produttive disponibili.
La separazione tra le
banche commerciali e le banche d'affari, la sovranità monetaria e
fiscale, il ritorno all'unione tra Tesoro
e Banca D'Italia, e
l’istituzione di misure protezionistiche che impediscano le attuali
forme di delocalizzazione liberoscambista,
sono i primi passi
necessari per costruire uno Stato che protegga i cittadini
dall'aggressione dei grandi speculatori togliendo
loro il dominio
sull'economia. Per riconquistare la sovranità politica ed economica,
occorre combattere la logica dell'indipendenza
della Banca Centrale
nazionalizzandola, per poterne sottoporne l’operato a un controllo
democratico, che le conferisca una funzio-
ne sociale finalizzata non
all’accumulo di capitale, ma alla promozione dell’occupazione.
Disponendo degli strumenti
e delle risorse per finanziare una ripresa dell'economia, lo Stato
potrebbe quindi assumere il ruolo di
“creatore di
occupazione” sviluppando una finanza che sia davvero funzionale
agli interessi popolari, e che ridimensioni il ruolo
della finanza privata nei
processi produttivi legati all’occupazione.
LO STATO SIAMO NOI
Vogliamo che venga ridato
un futuro ai lavoratori, alle imprese e al ceto medio che, per via
della morsa della ristrettezza del credito
e grazie ad una tassazione
improponibile, sono massacrati dalla crisi e non riescono più a
trovare un lavoro dignitoso per il loro
sostentamento e per quello
della loro famiglia.
Vogliamo una sovranità
politica e monetaria in cui i finanziamenti vengano finalizzati al
bene pubblico e a progetti socialmente utili.
Vogliamo che vengano
creati nuovi servizi al cittadino e vengano migliorati quelli
esistenti. Vogliamo che si crei occupazione.
Non vi può essere vera
libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera
giustizia sociale senza libertà. L'eredità
dei partigiani è
calpestata insieme alla Costituzione.
"Non aspettarti
nessuna risposta, oltre la tua" disse Berthold Brecht.
E' in gioco il futuro di
tutti noi, il futuro dei nostri figli.
Dobbiamo ribellarci adesso
per creare un nuovo paradigma politico e culturale fondato sulla
dignità umana.
Facciamolo. Facciamolo
insieme. Facciamolo adesso.
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lunedì 19 agosto 2013
Dalla Scuola di Francoforte alla Banca di Francoforte
Abbiamo già accennato al dibattito in corso in Germania tra le posizioni di e quelle di Jurgen Habermas. Nel suo ultimo intervento l'illustre filosofo porta alle estreme conseguenze il suo ragionamento, che ha come fine giustificare razionalmente la sopravvivenza e l'espansione dell'Unione Europea. Lo fa criticando il Ministro Wolfgang Schauble, colui che passerà alla storia come l'affamatore della Grecia. Ma non è certo questo l'oggetto della critica. Il punto è che Schauble ha scritto un articolo, dal significativo titolo di Niente Europa Tedesca!, nel quale si sostiene che la Germania è aliena da qualsiasi volontà egemonica, che non vuole ingerirsi negli affari interni degli altri Stati dell'Unione, e che in particolare le politiche di bilancio devono rimanere di responsabilità delle autorità nazionali.
È evidente l'ipocrisia del discorso. Già oggi è di fatto il Bundestag a decidere il contenuto delle manovre di bilancio di Atene. La German Dominance, che l'euro doveva contribuire a prevenire, è ormai uno stato di cose acclarato. E tuttavia non si può non notare una certa coerenza nel ragionamento. Né il Governo tedesco né l'opinione pubblica esprimono una qualche ambizione di dominio sull'Europa. Prevale un sentimento di indifferenza e di "menefreghismo", non una volontà di sopraffazione. Il Governo Merkel ha assunto un atteggiamento severo, ma non autoritario: ha imposto delle condizioni per la permanenza dei PIGS nell'eurozona, ma non ha imposto quella permanenza. La maggior parte dei cittadini tedeschi non è entusiasta della moneta unica, ed è contraria all'istituzione dell'unione politica. Ciò si riflette anche nella giurisprudenze della Corte Costituzionale tedesca.
Nella storica sentenza del 2009, la Corte definiva l'Unione Europea come un mero ente di collegamento tra Stati (Staatenverbund), ossia un organismo priva di sovranità originaria e dipendente dalle scelte degli Stati membri, che rimangono "signori dei Trattati". Ciò fa intravedere una gerarchia tra diritto (costituzionale) nazionale e diritto UE, una gerachia esattamente ribaltata rispetto a quella delineata dalle decisioni della Corte di Giustizia dell'Unione (per la quale il diritto comunitario prevale sempre sul diritto interno).
Tale approccio, evidentemente maggioritario in Germania, è il bersaglio di Habermas. Il (pernicioso) moralismo luterano di Merkel prevede che gli Stati siano responsabili delle proprie azioni, in particolare dei propri debiti; per Habermas tale responsabilità va cancellata, perché gli Stati non devono più avere alcuna prerogativa in campo economico. Il Governo tedesco viene accusato di dissimulare le proprie responsabilità; in altre parole, di non voler assumere il comando dell'eurozona. Il fatto che la Germania non voglia esercitare il proprio dominio sul continente viene interpretato come un segno di pericolosa debolezza. È chiaro lo scopo che si prefigge Habermas: egli vuole l'annessione. Vuole rendere realmente irreversibile la nostra permanenza in euro e UE, sciogliendo anche formalmente i residui di sovranità che ci rimangono, e facendoci diventare dei grossi Länder. Si propone dunque di superare le piccinerie e l'egoismo nazionale predominante in Germania con una politica di aperto imperialismo.
Questa sarebbe l'opzione "di sinistra" per il superamento della crisi. L'ultimo erede della Scuola di Francoforte desidera il dominio incontrastato della Banca di Francoforte, senza che il Governo di Berlino ci metta becco. Ci si chiede, a questo punto, quale sia l'opzione "di destra". (C.M.)
È evidente l'ipocrisia del discorso. Già oggi è di fatto il Bundestag a decidere il contenuto delle manovre di bilancio di Atene. La German Dominance, che l'euro doveva contribuire a prevenire, è ormai uno stato di cose acclarato. E tuttavia non si può non notare una certa coerenza nel ragionamento. Né il Governo tedesco né l'opinione pubblica esprimono una qualche ambizione di dominio sull'Europa. Prevale un sentimento di indifferenza e di "menefreghismo", non una volontà di sopraffazione. Il Governo Merkel ha assunto un atteggiamento severo, ma non autoritario: ha imposto delle condizioni per la permanenza dei PIGS nell'eurozona, ma non ha imposto quella permanenza. La maggior parte dei cittadini tedeschi non è entusiasta della moneta unica, ed è contraria all'istituzione dell'unione politica. Ciò si riflette anche nella giurisprudenze della Corte Costituzionale tedesca.
Nella storica sentenza del 2009, la Corte definiva l'Unione Europea come un mero ente di collegamento tra Stati (Staatenverbund), ossia un organismo priva di sovranità originaria e dipendente dalle scelte degli Stati membri, che rimangono "signori dei Trattati". Ciò fa intravedere una gerarchia tra diritto (costituzionale) nazionale e diritto UE, una gerachia esattamente ribaltata rispetto a quella delineata dalle decisioni della Corte di Giustizia dell'Unione (per la quale il diritto comunitario prevale sempre sul diritto interno).
Tale approccio, evidentemente maggioritario in Germania, è il bersaglio di Habermas. Il (pernicioso) moralismo luterano di Merkel prevede che gli Stati siano responsabili delle proprie azioni, in particolare dei propri debiti; per Habermas tale responsabilità va cancellata, perché gli Stati non devono più avere alcuna prerogativa in campo economico. Il Governo tedesco viene accusato di dissimulare le proprie responsabilità; in altre parole, di non voler assumere il comando dell'eurozona. Il fatto che la Germania non voglia esercitare il proprio dominio sul continente viene interpretato come un segno di pericolosa debolezza. È chiaro lo scopo che si prefigge Habermas: egli vuole l'annessione. Vuole rendere realmente irreversibile la nostra permanenza in euro e UE, sciogliendo anche formalmente i residui di sovranità che ci rimangono, e facendoci diventare dei grossi Länder. Si propone dunque di superare le piccinerie e l'egoismo nazionale predominante in Germania con una politica di aperto imperialismo.
Questa sarebbe l'opzione "di sinistra" per il superamento della crisi. L'ultimo erede della Scuola di Francoforte desidera il dominio incontrastato della Banca di Francoforte, senza che il Governo di Berlino ci metta becco. Ci si chiede, a questo punto, quale sia l'opzione "di destra". (C.M.)
giovedì 25 luglio 2013
Dallo Stato sociale allo Stato penale
Nell'ambito del diritto internazionale si definisce la sovranità come
l'elemento giuridico costitutivo di quell'entità che chiamiamo Stato.
"Sovrano" significa, etimologicamente, "che sta sopra". Per essere precisi, ciò che sta più sopra di tutto. La sovranità è un potere supremo, nel preciso senso che, per definizione, non può riconoscere nulla ad di sopra di sé, pena lo smarrimento della propria natura.
"Sovrano" significa, etimologicamente, "che sta sopra". Per essere precisi, ciò che sta più sopra di tutto. La sovranità è un potere supremo, nel preciso senso che, per definizione, non può riconoscere nulla ad di sopra di sé, pena lo smarrimento della propria natura.
Si usa distinguere tra sovranità interna ed esterna. La prima definisce
la relazione tra il potere supremo di cui sopra e i soggetti radicati in
un territorio: questi devono essere, appunto, soggetti (sub-iecti) a quello, altrimenti non
sussiste sovranità. La seconda invece definisce la relazione tra il
potere supremo e gli altri poteri supremi, le altre sovranità. Tra di
esse deve essere vigente un rapporto di reciproca indipendenza e
autonomia, altrimenti non si può davvero distinguere tra le diverse sovranità.
La manifestazione più evidente della sovranità esterna è la sovranità militare (con la sua propaggine diplomatica). La sovranità interna è più complessa. Si compone della sovranità politica, della sovranità giurisdizionale, della sovranità amministrativa... ma le due modalità di espressione più evidenti della sovranità interna sono quella economica e quella punitiva.
Con la sovranità economica lo Stato interviene nelle questioni economiche, ridistribuendo ricchezze e redditi tra le classi, dando impulso alla produzione, rimuovendo storture e inefficienza, dirigendo e indirizzando lo sviluppo del sistema.
Con la sovranità punitiva (o penale) lo Stato si arroga il diritto di infliggere sanzioni ai consociati, privando loro della libertà personale, dei loro beni, in casi estremi della vita stessa.
Non c'è dubbio che la sovranità punitiva sia quella che ha maggiori probabilità di ferire e traumatizzare i consociati. Essa è una manifestazione di forza, e anche quando non trascende in violenza manifesta il volto duro e temibile dello Stato. È senz'altro una forza da mitigare, una prerogativa statale da limitare il più possibile.
Questo in teoria. In pratica, la sovranità punitiva dello Stato non fa che estendersi da almeno trent'anni, in apparente controtendenza con la crisi della sovranità economica. Per rendersi conto della dimensione del fenomeno basta procurarsi Iperincarcerazione, arricchita dalla prefazione di Patrizio Gonnella. Nelle carceri del mondo occidentale assistiamo ad un movimento speculare a quello del Welfare State: più questo si ritira, più quelle si riempono. Siamo ormai passati dallo Stato Sociale allo Stato Penale. E Loiq Wacquant spiega bene il senso del fenomeno: l'espansione carceraria serve da un lato a contenere l'esuberanza degli esiliati dal Welfare State, e dall'altro a rendere appettibile, con l'alternativa della galera, la prospettiva del lavoro precario e sfruttato ai ceti operai e emarginati delle grandi realtà urbane.
Ovviamente il contesto USA, principale focus dell'opera, ha delle sue specificità introvabili nella situazione europea, non foss'altro per le diverse dimensioni del fenomeno. Ma la tendenza è evidente. Lo sgretolamento della sovranità economica lascia il posto ad un incremento tentacolare della sovranità punitiva. Lo Stato nazionale si lascia svuotare delle sue prerogative in campo economico, ma mantiene saldamente la presa sullo strumento repressivo e carcerario, ponendolo al servizio degli interessi delle élites finanziarie che prosperano su quello svuotamento.
Coloro i quali temono, in buona fede, le manifestazioni più ruvide della sovranità, dovrebbero riflettere su questo fenomeno. La sovranità non viene annientata dalla globalizzazione: cambia solamente di segno. Da strumento della emancipazione dei subalterni diventa mezzo per imprigionarli tra i meccanismi della restaurazione neo-liberale. Riflettano quelli che temono il ritorno sulla scena degli Stati nazionali (come se ne fossero mai usciti): l'alternativa non è tra Stato e non-Stato, ma tra Stato Sociale e Stato Penale. La de-nazionalizzazione porta semplicemente all'esaltazione dell'uno a spese dell'altro.
venerdì 7 giugno 2013
Assemblea Nazionale dell'ARS
Segnaliamo che il prossimo 15 e 16 Giugno si terrà a Pescara l'Assemblea Nazionale dell'ARS (Associazione Riconquistare la Sovranità).
Un evento importante, come importante è sostenere tutte le iniziative di cittadini attivi in difesa della sovranità popolare.
Info e logistica qui
sabato 15 settembre 2012
Vedere la proboscide ma non l'elefante/2
L'integrazione europea ha dovuto scontare, nel nostro paese più che in altri, le carenze storiche, le rigidità, i ritardi e i problemi strutturali del sistema, come pure la lenta ed esitante maturazione delle forze politiche, economiche e sociali, degli apparati pubblici, della società civile e, diremmo, della coscienza stessa della collettività nazionale. (..) Col tempo, tuttavia, la situazione è progressivamente migliorata (..). Come un fiume carsico che correva al di sotto dei clamori mediatici, quel processo è andato avanti con progressione lenta ma costante, ed ha via via indebolito le resistenze degli organismi nazionali.
(Roberto Adam e Antonio Tizzano, Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea-Giappichelli 2010)
Claudio Martini
mercoledì 6 giugno 2012
Un nuovo sito
Segnaliamo la nascita del sito dell'Associazione Riconquistare la Sovranità. L'Associazione propone un'analisi della situazione italiana che ha molti punti di contatto con quella che cerchiamo di sviluppare in questo blog.
(M.B.)
(M.B.)
mercoledì 4 aprile 2012
Esorcismi
di Marino Badiale
È molto istruttiva la lettura dell'editoriale di Marco D'Eramo su “Il Manifesto” del 30 marzo. Ci sembra che esso rappresenti un compendio di tutte le incongruenze della sinistra sui temi dei quali ci occupiamo in questo blog (sovranità nazionale, euro, UE). Per mostrare queste incongruenze, proviamo a sintetizzare alcuni punti del ragionamento di D'Eramo:
È molto istruttiva la lettura dell'editoriale di Marco D'Eramo su “Il Manifesto” del 30 marzo. Ci sembra che esso rappresenti un compendio di tutte le incongruenze della sinistra sui temi dei quali ci occupiamo in questo blog (sovranità nazionale, euro, UE). Per mostrare queste incongruenze, proviamo a sintetizzare alcuni punti del ragionamento di D'Eramo:
martedì 20 marzo 2012
L'Europa è una passione triste
Il testo che segue è una anticipazione di un articolo di Marino Badiale e Fabrizio Tringali attualmente in lavorazione. In queste righe Badiale sottolinea la differenza fra "Europa" ed "Unione Europea", e illustra come spesso, soprattutto nella sinistra italiana, si confonda la prima con la seconda. Il desiderio di "un'altra Europa" o di una "Europa dei popoli" tanto spesso declamato non è altro che uno slogan vuoto, espressione di una cieca passione verso forme politiche del tutto funzionali agli interessi dei ceti dominanti. (F.T.)
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