Abbiamo già accennato al dibattito in corso in Germania tra le posizioni di e quelle di Jurgen Habermas. Nel suo ultimo intervento l'illustre filosofo porta alle estreme conseguenze il suo ragionamento, che ha come fine giustificare razionalmente la sopravvivenza e l'espansione dell'Unione Europea. Lo fa criticando il Ministro Wolfgang Schauble, colui che passerà alla storia come l'affamatore della Grecia. Ma non è certo questo l'oggetto della critica. Il punto è che Schauble ha scritto un articolo, dal significativo titolo di Niente Europa Tedesca!, nel quale si sostiene che la Germania è aliena da qualsiasi volontà egemonica, che non vuole ingerirsi negli affari interni degli altri Stati dell'Unione, e che in particolare le politiche di bilancio devono rimanere di responsabilità delle autorità nazionali.
È evidente l'ipocrisia del discorso. Già oggi è di fatto il Bundestag a decidere il contenuto delle manovre di bilancio di Atene. La German Dominance, che l'euro doveva contribuire a prevenire, è ormai uno stato di cose acclarato. E tuttavia non si può non notare una certa coerenza nel ragionamento. Né il Governo tedesco né l'opinione pubblica esprimono una qualche ambizione di dominio sull'Europa. Prevale un sentimento di indifferenza e di "menefreghismo", non una volontà di sopraffazione. Il Governo Merkel ha assunto un atteggiamento severo, ma non autoritario: ha imposto delle condizioni per la permanenza dei PIGS nell'eurozona, ma non ha imposto quella permanenza. La maggior parte dei cittadini tedeschi non è entusiasta della moneta unica, ed è contraria all'istituzione dell'unione politica. Ciò si riflette anche nella giurisprudenze della Corte Costituzionale tedesca.
Nella storica sentenza del 2009, la Corte definiva l'Unione Europea come un mero ente di collegamento tra Stati (Staatenverbund), ossia un organismo priva di sovranità originaria e dipendente dalle scelte degli Stati membri, che rimangono "signori dei Trattati". Ciò fa intravedere una gerarchia tra diritto (costituzionale) nazionale e diritto UE, una gerachia esattamente ribaltata rispetto a quella delineata dalle decisioni della Corte di Giustizia dell'Unione (per la quale il diritto comunitario prevale sempre sul diritto interno).
Tale approccio, evidentemente maggioritario in Germania, è il bersaglio di Habermas. Il (pernicioso) moralismo luterano di Merkel prevede che gli Stati siano responsabili delle proprie azioni, in particolare dei propri debiti; per Habermas tale responsabilità va cancellata, perché gli Stati non devono più avere alcuna prerogativa in campo economico. Il Governo tedesco viene accusato di dissimulare le proprie responsabilità; in altre parole, di non voler assumere il comando dell'eurozona. Il fatto che la Germania non voglia esercitare il proprio dominio sul continente viene interpretato come un segno di pericolosa debolezza. È chiaro lo scopo che si prefigge Habermas: egli vuole l'annessione. Vuole rendere realmente irreversibile la nostra permanenza in euro e UE, sciogliendo anche formalmente i residui di sovranità che ci rimangono, e facendoci diventare dei grossi Länder. Si propone dunque di superare le piccinerie e l'egoismo nazionale predominante in Germania con una politica di aperto imperialismo.
Questa sarebbe l'opzione "di sinistra" per il superamento della crisi. L'ultimo erede della Scuola di Francoforte desidera il dominio incontrastato della Banca di Francoforte, senza che il Governo di Berlino ci metta becco. Ci si chiede, a questo punto, quale sia l'opzione "di destra". (C.M.)
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lunedì 19 agosto 2013
venerdì 26 luglio 2013
Amici del futuro (e un'appendice su Hayek)
Ne “La lettura”, l'inserto del
Corriere della Sera, di domenica scorsa, un articolo di Maurizio Ferrara
ci informa su un interessante
dibattito, svoltosi recentemente in Germania, fra W. Streeck,
affermato sociologo, e J.Habermas, il celebre filosofo. Il primo ha
scritto un libro nel quale sostiene, fra l'altro, la necessità di "smantellate" l'euro, il secondo lo ha criticato sulla stampa tedesca.
Non leggo il tedesco, quindi non posso discutere le tesi di Habermas.
Per fortuna, invece, il libro di Streeck è stato rapidamente tradotto.
Si tratta di un testo di grande interesse. Streeck riesce infatti a offrire una ricostruzione chiara, sintetica e organica di ciò che è successo nei paesi avanzati a partire dalla crisi del keynesismo negli anni Settanta. Dopo aver ricordato rapidamente gli aspetti fondamentali di tale crisi, Streeck discute le varie fasi della risposta neoliberista ad essa. Egli prende in esame quelli che giudica come tentativi per “guadagnare tempo” da parte dei ceti dominanti, come tentativi cioè di mediare fra la necessità di smantellare le strutture dello Stato sociale, che avevano assicurato la pace sociale nel “trentennio dorato”, e la necessità di conservare un minimo di consenso e di coesione sociali. L'inflazione degli anni Settanta, la crescita del debito pubblico negli anni successivi ed infine la finanziarizzazione dell'economia, che ha permesso un indebitamento di massa capace di sostenere almeno in parte i consumi, sono fasi lette da Streeck nel modo che s'è detto. Nel frattempo però si consolidava l'organizzazione istituzionale neoliberista che a poco a poco distruggeva sia i diritti conquistati dai ceti subalterni, sia la democrazia, che viene vista come una fastidiosa ed erronea intromissione nelle leggi dell'economia.
Una delle cose più interessanti di questo libro è che Streeck non ha il minimo dubbio sul fatto che Unione europea ed euro siano semplicemente le forme concrete con cui si attua in Europa la dinamica neoliberista di distruzione dello Stato sociale e della democrazia, come appare evidente da passaggi come questo
o questo
(per intendere quest'ultima citazione, occorre sapere che per “popolo dello stato” l'autore intende il popolo dei cittadini dello Stato-nazione, contrapposto al “popolo del mercato” che trova il suo piano naturale di azione nella dimensione della finanza globalizzata).
Si tratta di un testo di grande interesse. Streeck riesce infatti a offrire una ricostruzione chiara, sintetica e organica di ciò che è successo nei paesi avanzati a partire dalla crisi del keynesismo negli anni Settanta. Dopo aver ricordato rapidamente gli aspetti fondamentali di tale crisi, Streeck discute le varie fasi della risposta neoliberista ad essa. Egli prende in esame quelli che giudica come tentativi per “guadagnare tempo” da parte dei ceti dominanti, come tentativi cioè di mediare fra la necessità di smantellare le strutture dello Stato sociale, che avevano assicurato la pace sociale nel “trentennio dorato”, e la necessità di conservare un minimo di consenso e di coesione sociali. L'inflazione degli anni Settanta, la crescita del debito pubblico negli anni successivi ed infine la finanziarizzazione dell'economia, che ha permesso un indebitamento di massa capace di sostenere almeno in parte i consumi, sono fasi lette da Streeck nel modo che s'è detto. Nel frattempo però si consolidava l'organizzazione istituzionale neoliberista che a poco a poco distruggeva sia i diritti conquistati dai ceti subalterni, sia la democrazia, che viene vista come una fastidiosa ed erronea intromissione nelle leggi dell'economia.
Una delle cose più interessanti di questo libro è che Streeck non ha il minimo dubbio sul fatto che Unione europea ed euro siano semplicemente le forme concrete con cui si attua in Europa la dinamica neoliberista di distruzione dello Stato sociale e della democrazia, come appare evidente da passaggi come questo
chi rifiuta la “globalizzazione”
perché essa sottomette il mondo a un'unica legge di mercato,
obbligandolo alla convergenza, non può decidere di rimanere ancorato
all'euro dato che impone proprio questo modello all'Europa (pag. 215)
o questo
Chiedere di smantellare l'Unione
monetaria in quanto progetto di modernizzazione tecnocratica
socialmente spericolato, che espropria politicamente e divide
economicamente i popoli dello stato che compongono il vero popolo
europeo, appare una plausibile risposta democratica alla crisi di
legittimazione di cui soffre la politica neoliberista (pag.216)
(per intendere quest'ultima citazione, occorre sapere che per “popolo dello stato” l'autore intende il popolo dei cittadini dello Stato-nazione, contrapposto al “popolo del mercato” che trova il suo piano naturale di azione nella dimensione della finanza globalizzata).
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