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lunedì 23 febbraio 2015

Tsipras non riuscirà a cambiare il "sistema dell'euro". Ecco perché

È chiaro a tutti che quanto sta accadendo in questi giorni fra il governo greco e le oligarchie euriste
potrebbe rappresentare una novità politica capace di produrre cambiamenti cruciali per il futuro dei popoli europei.
Noi restiamo convinti che la natura dell'UE non sia riformabile nel senso indicato nel programma di Tsipras, e che, di conseguenza, siano solo due gli scenari che potranno concretizzarsi: il cedimento di Syriza oppure la fuoriuscita della Grecia dall'euro. Questa seconda ipotesi aprirebbe la strada alla dissoluzione della moneta unica e probabilmente della stessa UE.

Claudio Martini, qualche giorno fa, ha argomentato un'opinione diversa.
Claudio ha criticato le posizioni simili alle nostre in quanto originate dall'idea che le regole su cui si fonda il “sistema dell'euro” siano immodificabili, e che quindi non esista altra via di salvezza che l'abbandono della moneta unica. Un “There is no alternative” in fondo simile a quello di chi sostiene che tali regole vadano rispettate così come sono oggi.
Tuttavia, per quanto ci riguarda, abbiamo spesso sostenuto che esiste certamente la possibilità di modifiche al “sistema dell'euro” o al funzionamento delle istituzioni europee. Ma riteniamo che tali modifiche, se realizzate, renderanno il quadro europeo ancora più cupo di quanto non sia già.
In concreto, non è affatto impossibile che prima o poi si giunga a forme di mutualizzazione dei debiti sovrani e, soprattutto, alla creazione di “stanze di compensazione” fra i surplus del nord e i deficit del sud. Come ormai tutti sanno, infatti, sono queste le modifiche necessarie a tenere in piedi la moneta unica. E non a caso anche le proposte anticrisi del ministro Varoufakis vanno esattamente in questa direzione.
Senza queste modifiche al “sistema dell'euro”, se anche la Grecia riuscisse a ottenere qualche spazio di manovra per politiche espansive, esse finirebbero per riprodurre gli stessi squilibri che hanno portato alla crisi attuale.

Ma a quali costi politici è possibile pensare che tali modifiche possano trovare realizzazione? Il punto è che introdurle significa rivoluzionare l'intero assetto delle istituzioni europee, e garantire loro piena sovranità nella scelta delle politiche economiche e sociali dei paesi membri, a meno che non si pensi che i paesi economicamente forti si facciano carico dei debiti di quelli deboli, accettando di non metter bocca nelle loro scelte di politica economica e sociale. Difficile.
In estrema sintesi, la posizione tedesca, sposata dalla BCE, è “solvibilità in cambio di sovranità”.
Tutto il contrario di quanto promesso da Tsipras, che si è assunto l'impegno di negoziare con l'eurogruppo senza accettare cessioni di sovranità (tenendosi così le mani libere per porre fine all'austerity in Grecia).
Va riconosciuto che aver ottenuto di discutere su riforme proposte da Atene e non dalla Troika, rappresenta una piccola, ma significativa vittoria. 
Siamo convinti che non basterà. 
Vedremo presto cosa proporrà il governo greco, e cosa effettivamente, alla fine, potrà realizzare. I temi da seguire con particolare attenzione saranno quelli legati al lavoro e alle privatizzazioni. 
Le Istituzioni europee vogliono facilità di licenziamento e privatizzazioni. Tsipras ha promesso di opporsi a entrambi, reintroducendo tutele per i lavoratori, e bloccando le cessioni degli asset statali, come i porti.
Misureremo nel concreto se il governo di Atene proverà davvero a invertire la rotta imposta da Bruxelles, e se vi riuscirà, dimostrando di essere l'effettivo titolare della sovranità.
Non a caso, tutte le mosse dell'UE degli ultimi anni (Fiscal Compact, “six pack”, “Fondo Salva Stati”) vanno nella direzione della spoliazione della sovranità degli Stati, in particolare di quelli in deficit.
Se Tsipras realizzasse quanto promesso, farebbe saltare per aria le stesse fondamenta dell'Unione Europea (e ci sarebbe da essergliene molto grati), ma ci sembra davvero impossibile che ci possa riuscire. Non saranno solo i paesi del nord ad impedirlo, ma anche quelli del sud, sorretti da governi che hanno devastato i propri popoli, e che non vogliono porgere il fianco a possibili forze alternative. In questa situazione, per esempio, si trova la Spagna, che andrà ad elezioni nel prossimo dicembre. E' abbastanza prevedibile che una vittoria di Tsipras sulle istituzioni europee spianerebbe la strada a Podemos.
Vedremo. Una volta spiegate le reciproche ragioni, non ci resta che attendere gli eventi, con l'onestà intellettuale di riconoscere quello che la realtà ci dirà.


(Marino Badiale, Fabrizio Tringali)

domenica 22 febbraio 2015

Siamo mainstream

Nella prima pagina del "Sole24ore" di oggi, Luca Ricolfi discute la situazione attuale dell'eurocrisi, argomentando in sostanza in base alle analisi sulle quali da anni insistiamo in questo blog. Insomma, quel tipo di analisi (nostre e di tanti altri) sembra ormai diventato mainstream. E' un dato di fatto sul quale riflettere.
(M.B.)

mercoledì 18 febbraio 2015

Un articolo di Varoufakis

Segnaliamo, sul sito di Sbilanciamoci, la traduzione italiana di un articolo di Varoufakis, comparso sul New York Times del 16 febbraio:


http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Non-e-tempo-di-giochi-28483

domenica 8 febbraio 2015

Cosa ha davvero in mente Varoufakis


Poco dopo l'uscita del nostro libro sull'euro, l'editore ci regalò alcune copie di un recente testo sulla crisi: Y.Varoufakis, Il Minotauro globale, Asterios 2012.
L'autore era un professore greco, proprio colui che oggi è sulle prime pagine di tutti i giornali, in quanto nuovo ministro delle finanze del paese ellenico.
Scoprimmo poi che “Il minotauro globale” è la versione rivista di una parte di un grosso volume che Varoufakis ha scritto assieme a J.Halevi e N.J.Theocarakis: Modern Political Economics, Routledge 2011.
Nella prima parte esso ripercorre criticamente l'intera storia del pensiero economico, cercando di individuare le acquisizioni conoscitive che possono ancora essere utili (e che talvolta gli sviluppi successivi mettono da parte), senza però tacere gli ostacoli e le contraddizioni inevitabili che emergono ogni qual volta si tenti di costringere la complessa dinamica sociale nel letto di Procuste di una sistema formalizzato.
Nella seconda parte, quella che appunto diventerà “Il minotauro globale”, l'impianto analitico sviluppato nella pagine precedenti viene utilizzato come strumento di analisi degli sviluppi socioeconomici delle società occidentali, a partire dal secondo dopoguerra.

La lettura del “Minotauro globale” risultò molto interessante per noi, ma lo è ancora di più risfogliarlo adesso. Per capire cosa potrebbe avere davvero in mente Varoufakis, possiamo esaminare quali soluzioni per l'uscita dalla crisi egli indica nel suo testo.
A pagina 229 l'attuale ministro sostiene che la crisi dell'eurozona potrebbe essere risolta in modo semplice e rapido, in tre mosse:
- La BCE dovrebbe subordinare l'assistenza alle banche alla condizione che queste ultime cancellino una quota consistenti di crediti verso i paesi deficitari
- La BCE dovrebbe emettere propri bond e contestualmente incamerare una quota del debito pubblico di tutti gli Stati, pari al valore nominale del debito consentito dai trattati (cioè fino al 60% del PIL). I bond dovrebbero essere garantiti direttamente dalla BCE e non dai singoli Stati.
- La BEI (Banca Europea degli Investimenti), con l'assistenza della BCE, dovrebbe assumere il ruolo di riequilibratore fra i surplus e i deficit dei vari Stati. La BEI ha buone capacità di finanziare investimenti redditizi, ma le sue potenzialità non sono sfruttate. Il motivo è che per attivare i finanziamenti, gli Stati devono anticiparne una parte, ma non hanno il denaro per farlo (soprattutto quelli che hanno più bisogno dei finanziamenti). L'autore propone che gli Stati possano utilizzare a questo scopo risorse derivate dall'emissione di bond della BCE, la quale, in pratica, rastrellerebbe le eccedenze dei paesi in surplus (dando loro i bond) reinvestendole in quelli in deficit.
In estrema sintesi, quindi, le tre mosse sono: la cancellazione di una parte del debito pubblico; la copertura della BCE su una ampia quota della restante parte (fino al 60% del PIL); l'introduzione di un meccanismo di riequilibro fra le economie, che trasformi le eccedenze dei paesi in surplus in investimenti nei paesi in deficit.

Questi sono, probabilmente, i veri obiettivi del governo greco, i quali vanno ben al di là di una serie di richieste relative al debito o alle riforme. Perché è fin troppo chiaro che un taglio del debito di Atene, o un allentamento dell'austerity in quel paese, di per sè costituirebbero certamente  una boccata di ossigeno per il sofferente popolo ellenico, ma non risolverebbero assolutamente nulla senza una serie di cambiamenti nel "sistema dell'euro", in particolare volti a riequilibrare le diverse economie. Cosa che sul piano economico equivale a chiedere alla Germania di smettere di essere la Germania. Mentre sul piano politico, come lo stesso autore afferma, significherebbe privare la nazione tedesca del suo enorme potere contrattuale nei confronti degli altri membri dell'eurozona.
E' su questo terreno che si gioca la vera partita a livello europeo.
(M.B., F.T.)

lunedì 26 gennaio 2015

Brevissimo

Un  brevissimo commento sulle elezioni in Grecia. La sinistra vittoriosa sta formando a tempo di record un governo con la destra anti-UE, snobbando le altre forze di sinistra presenti in Parlamento. La rapidità con cui si sono concluse le trattative è un indizio del fatto che gli accordi erano presumibilmente già pronti prima delle elezioni. Il governo che, a quanto pare, governerà la Grecia, si profila al momento come una specie di "grande coalizione anti-UE", cioè una realtà finora inedita e molto interessante, da esaminare con attenzione.
Nel frattempo Marine Le Pen e Salvini esultano per la vittoria di Syriza. Tutto questo indica con molta chiarezza, ci sembra, come il discrimine oggi non sia quello fra destra e sinistra ma quello fra adesione o opposizione alla UE.
(M.B.)

lunedì 5 gennaio 2015

Ancora sulla Grecia

Segnalo un articolo di Lucrezia Reichlin sul Corriere di oggi, dove fra l'altro si dice che "probabilmente" sono già in corso trattative con Tsipras. Intanto Berlino smentisce ogni avallo all'uscita della Grecia dall'euro.
(M.B.)

venerdì 17 ottobre 2014

Siamo sempre lì, solo più poveri

Dopo anni in cui le ricette austeritarie della troika hanno prodotto una devastazione economica e sociale quale probabilmente mai si è vista in un popolo europeo moderno in tempo di pace, la Grecia è sempre sull'orlo del disastro, come ci racconta Fubini su Repubblica. E' ovviamente inutile chiedersi se qualcuno pagherà per tutto questo (a parte il popolo greco, s'intende).
(M.B.)

giovedì 20 febbraio 2014

Perché la gente non si ribella?

Se “gente” suona troppo populista alle vostre orecchie, potete tirare in ballo il popolo, le masse, il proletariato, la classe operaia, i ceti subalterni, come meglio vi piace. Comunque sia, il problema è chiaro, ed è fondamentale. Dopo tante analisi sociopoliticoeconomiche, possiamo dire di aver capito, almeno in linea generale, cosa “lorsignori” stanno facendo, e perché. Ma la possibilità di una politica di contrasto ai ceti dominanti è appesa a questa domanda: perché la gente non si ribella?
Non ho risposte, lo dico subito. Mi sembra però di poter argomentare che alcune delle risposte che più comunemente vengono ripetute sono poco convincenti. Proverò allora a spiegare questo punto, nella convinzione che togliere di mezzo le spiegazioni deboli o incomplete possa aiutare ad elaborare spiegazioni migliori.

Risposta n.1: “La gente sta bene, o meglio, non sta ancora abbastanza male”. Il sottinteso di questa risposta è che l'ora della rivolta scocca quando si sta davvero male, quando arriva la fame. Ma questa idea è sbagliata. Se fosse corretta, il lager hitleriano e il gulag staliniano sarebbero stati un ribollire di rivolte, e sappiamo che non è andata così. La miseria non è condizione sufficiente per la rivolta, ma neppure necessaria: gli operai protagonisti di lotte dure, fra gli anni Sessanta e i Settanta del Novecento, non erano ricconi ma nemmeno miserabili ridotti alla fame.

Risposta n.2: “le condizioni non sono ancora peggiorate davvero”. Il sottinteso di questa risposta (che tiene conto delle obiezioni appena viste alla risposta n.1) è che la ribellione scatta non quando si sta male ma quando si sta peggio: quando cioè si esperisce un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita. Tale tesi è facilmente confutata dall'esempio del popolo greco, che da anni vede le sue condizioni di vita peggiorare di continuo senza che questa faccia nascere una autentica rivolta (al più, qualche manifestazione un po' dura).

Risposta n.3: “mancano i gruppi dirigenti”. Qui si vuol dire che i ceti subalterni non hanno ceti dirigenti che li sappiano guidare in una lotta dura e intransigente. Questa risposta coglie ovviamente una parte di verità: è proprio così, mancano le persone capaci di essere leader della lotta. Ma a sua volta questo dato di fatto richiede di essere spiegato. Il punto è che non sempre, nei grandi mutamenti storici, c'è un gruppo dirigente già formato. Ci sono certo persone più capaci di capire e di dirigere, ma difficilmente è già pronto un autentico gruppo dirigente, unito e lucido. In Francia nel 1789, per esempio, un tale gruppo dirigente non c'era. È la lotta rivoluzionaria che lo ha forgiato. In molti casi, anche se non in tutti, i gruppi dirigenti si formano nel fuoco della lotta. Ma se il fuoco non divampa non si possono formare.

Risposta n.4: “la gente è corrotta”. Ovvero, ormai la corruzione, l'illegalità, la prevaricazione hanno contaminato anche i ceti subalterni, che non si ribellano contro l'orrido spettacolo offerto dai ceti dominanti perché lo trovano normale, e al posto loro farebbero lo stesso. Anche qui, si tratta di una risposta che coglie qualche elemento di verità, soprattutto in riferimento all'Italia, ma che mi sembra insufficiente. Non mi pare che nel sentire comune vi sia questa accettazione maggioritaria del farsi gli affari propri, eventualmente in modo illecito e senza guardare in faccia nessuno. Il diffuso disprezzo per i politici testimonia del contrario. È vero che, notoriamente, l'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù, ma se anche si trattasse di ipocrisia questo testimonierebbe del fatto che un tale omaggio è necessario. Neppure in Italia è possibile dire apertis verbis “sono un ladro, siatelo anche voi”, e questo perché evidentemente la cosa non potrebbe reggere, perché non è vero che sono tutti ladri.

Risposta n.5: “siamo diventati tutti individualisti”: qui si  vuol dire che l'ideologia neoliberista è penetrata talmente in profondità che ormai tutti ci comportiamo come l'homo oeconomicus dei libri, calcoliamo freddamente i nostri interessi materiali e non ci facciamo smuovere dalle ideologie. L'obiezione però è semplice: proprio dal punto di vista del freddo interesse materiale appare evidente la necessità della rivolta collettiva. È evidente infatti, come diciamo da tempo in questo blog, che il progetto dei ceti dirigenti italiani e internazionali è la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è pure evidente che il singolo individuo può ben poco. Ma allora la rivolta collettiva dei ceti subalterni appare come l'unica strategia razionale, proprio dal punto di vista dell'interesse personale.

Risposta n.6: “è venuta meno l'idea di una società alternativa” : insomma il crollo del comunismo ha trascinato con sé ogni tipo di rivolta popolare. Il capitalismo attuale viene concepito come l'unica realtà possibile e ciò che succede ai ceti popolari appare come una catastrofe naturale rispetto alla quale la ribellione non ha senso. Anche in questa risposta ci sono elementi di verità ma la spiegazione appare insufficiente: infatti i contadini si sono ribellati infinite volte, in Occidente e altrove, senza nessuna idea di una società nuova e alternativa, ma anzi chiedendo il ripristino dei vecchi rapporti sociali, turbati da innovazioni recenti o dall'arrivo di “nuovi signori”. La grandi rivolte contadine in Cina non hanno mai sovvertito l'ordine socioeconomico ma, quando erano vittoriose, portavano a sostituire una dinastia con un'altra. Qualcosa di simile si può dire delle rivolte di schiavi, che quasi mai mettevano in questione l'ordine sociale basato sulla schiavitù. Insomma, la  rivolta può esserci anche senza basarsi sull'idea di una società futura alternativa.

Risposta n.7: “non ci sono più i legami comunitari”, ovvero siamo tutti individui isolati che in quanto tali non riescono a lottare. Anche qui, c'è una verità ma è parziale. Se è vero che le lotte contadine sopra ricordate erano basate su legami comunitari, è anche vero che in altri casi dei legami comunitari si può dire quanto detto sopra a proposito dei gruppi dirigenti: ovvero che essi si formano nel fuoco della lotta. Le lotte operaie della fine degli anni Sessanta in Italia mettevano assieme operai immigrati da varie regioni del sud e operai del nord che magari chiamavano i primi “terroni”: i legami non erano dati a priori, si sono formati sulla base della condivisione degli stessi problemi e sull'individuazione degli stessi nemici.

Risposta n.8: “la gente non capisce, sono argomenti difficili”, o più brutalmente, “la gente è stupida”: ovvero la gente (il popolo, la classe ecc.) non capisce i suoi propri interessi, non capisce come essi siano messi in pericolo dagli attuali ceti dirigenti. L'argomento “la gente non capisce” è facilmente confutato dal fatto che i contadini cinesi o francesi in rivolta non erano necessariamente degli esperti di politica o di economia. Insomma per ribellarsi non è necessario avere le idee chiare sulle dinamiche socioeconomiche. Quanto alla tesi più brutale “la gente è stupida” si tratta di una tesi che è difficile da discutere, per la sua indeterminatezza (cos'è la stupidità? Come si misura?).
In ogni caso, anche ammettendo questa “stupidità” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) essa non sarebbe una spiegazione ma a sua volta un problema da risolvere. Perché la gente è diventata stupida, ammesso che lo sia? Sembra poi strano dire che la stragrande maggioranza della popolazione, formata da tutti coloro che hanno da rimetterci dalle attuali dinamiche sociali ed economiche (casalinghe e operai, pensionati e professori universitari, scrittori e droghieri) sia diventata stupida nella sua totalità. Se si va al fondo e si cerca di capire cosa si intenda con questa “stupidità”, si vede alla fine che, per chi dice che “la gente è stupida”, la motivazione principale è appunto il fatto che non si ribella. Ma allora dire che la gente non si ribella perché è stupida vuol dire che non si ribella perché non si ribella, e abbiamo una tautologia, non una spiegazione.

Questo è quanto mi sembra di poter dire. Come ho detto sopra, non ho risposte da dare. Ciascuna delle risposte indicate contiene qualche elemento di verità, ma nessuna mi sembra cogliere davvero il problema, e anche mettendole assieme non mi pare si guadagni molto. Chiudo suggerendo  che forse abbiamo bisogno di altri strumenti, diversi da quelli della politica e dell'economia, abituali per me e per gli altri autori di questo blog (e, probabilmente, per la maggioranza dei nostri lettori). Altri strumenti che possono essere: filosofia, antropologia, psicologia. Si accettano suggerimenti, anche e soprattutto di lettura.
(M.B.)

domenica 10 novembre 2013

Avevamo ragione noi...

...ovviamente.

Certo, se ne erano accorti anche altri. E del resto, sarebbe stato del tutto impossibile. L'Unione Europea non ha competenze in campo penale. O meglio: secondo l'art. 4, par. 2, lettera j), TFUE, all'Unione è affidata la competenza (non esclusiva) "spazio di libertà, sicurezza e giustizia". Tale competenza si articola in una serie di norme, contenute nel Titolo V del Trattato, che si occupano principalemente di questioni di giurisdizione e di reciproco riconoscimento delle sentenza. Vediamo le norme che potrebbero interessarci:

Art 75: (...) per quanto riguarda la prevenzione e la lotta contro il terrorismo e le attività connesse, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando mediante regolamenti secondo la procedura legislativa ordinaria, definiscono un insieme di misure amministrative concernenti i movimenti di capitali e i pagamenti, quali il congelamento deicapitali, dei beni finanziari o dei proventi economici appartenenti, posseduti o detenuti da persone fisiche o giuridiche, da gruppi o da entità non statali.
 non era quanto vi dicevo? E questo non c'entra, e non può c'entrare, coi reati d'opinione.

Art 83: Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando mediante direttive secondo la procedura legislativa ordinaria, possono stabilire norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in sfere di criminalità particolarmente grave che presentano una dimensione transnazionale derivante dal carattere o dalle implicazioni di tali reati o da una particolare necessità di combatterli su basi comuni. Dette sfere di criminalità sono le seguenti: terrorismo, tratta degli esseri umani e sfruttamento sessuale delle donne e dei minori, traffico illecito di armi, riciclaggio di denaro, corruzione, contraffazione di mezzi di pagamento, criminalità informatica e criminalità organizzata.
 Emanare direttive che concernono "norme minime relative alla definizione dei reati" non significa introdurre nuove fattispecie incriminatrici, ma fornire indicazioni sul modo migliore di "descrivere" delle condotte che sono GIÀ punite negli ordinamenti nazionali. Il Consiglio europeo può individuare altre sfere di criminalità, oltre a quelle su nominate (distanti anni luce dai reati d'opinione), ma l'eventualità che lo faccia è remotissima, perché dovrebbe deliberare all'unanimità.

È dunque evidente che l'ambito a cui fa riferimento la legge greca non può essere quello della cooperazione giudiziaria; infatti è quello della cooperazione internazionale. Il testo incriminato rimanda alle "misure restrittive" decise in ambito UE. E guardate un po':

TITOLO IV: MISURE RESTRITTIVE
  Articolo 215 (ex articolo 301 del TCE)

1. Quando una decisione adottata conformemente al capo 2 del titolo V del trattato sull'Unione europea prevede l'interruzione o la riduzione, totale o parziale, delle relazioni economiche e finanziarie con uno o più paesi terzi, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta congiunta dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e della Commissione, adotta le misure necessarie. Esso ne informa il Parlamento europeo.

2. Quando una decisione adottata conformemente al capo 2 del titolo V del trattato sull'Unione europea lo prevede, il Consiglio può adottare, secondo la procedura di cui al paragrafo 1, misure restrittive nei confronti di persone fisiche o giuridiche, di gruppi o di entità non statali.
 Dove sembra evidente che tali "persone" debbano comunque essere cittadini di paesi terzi. Come è facile vedere, la legge greca non fa altro che iterare il disposto del Trattato. 

E se anche, per un qualche fantascientifico caso, venisse approvata una norma UE che riguarda i reati d'opinione, essa non costituirebbe solo una violazione del riparto di competenza Stati-UE, ma persino una violazione della sostanza del diritto dei Trattati; di questi fa parte integrante anche la Carta di Nizza, la quale statuisce, negli articoli 10-11-12-13, la libertà di professare il proprio pensiero e la propria opinione, di propagandarlo, di ricevere qualsiasi informazione, di riunirsi ed associarsi, senza limiti di alcun genere; anche la Libertà Accademica è rispettata (il che potrebbe creare dei problemi all'inaccorto legislatore italiano). Del resto la stessa UE è firmataria della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, che all'art. 9-10-11 contiene disposizioni molto simili (anche se meno garantiste). La Corte di Giustizia della UE è competente ad annullare ogni atto europeo che contrasti i Trattati. Sarebbe fin troppo facile per un qualsiasi avvocato impallinare una norma simile a quella alcuni bloggers italiani hanno immaginato.



Il caso dunque è chiuso. Bufala era, bufala rimane. Né vale il principio che, interpretando estensivamente, si potrebbe far ricadere nelle previsioni della legge greca anche l'espressione di opinioni, perché in Grecia, come in tutta Europa, il diritto penale non ammette l'analogia. (C.M.)




(Già che ci siamo, precisiamo una cosa. Il link contenuto nell'articolo di Bagnai non porta ad un qualche atto legislativo europeo. Che l'Europa avesse messo fuori legge il comunismo era una bufalina già circolata in rete qualche tempo fa, senza però generare grande clamore. Il testo linkato è un elaborato di un'associazione privata, e quel testo ha lo stesso valore giuridico dei post che trovate su questo blog. È stato inviato al Parlamento Europeo, come tantissimi altri documenti sugli argomenti più disparati; non c'è alcuna possibilità che venga approvato, visto che il Parlamento non ha il potere di iniziativa legislativa. Il perseguimento delle opinioni politiche comuniste o "totalitariste" è un problema reale, da anni, in Europa Orientale. Ma questa vicenda, con tutta probabilità, non troverà un esito a livello europeo.)

mercoledì 30 ottobre 2013

Servizio anti-bufala

È praticamente certo che la notizia relativa alla criminalizzazione del dissenso anti-UE in Grecia costituisca una grossa bufala.

Questa "notizia" è circolata su vari siti a partire da qualche settimana fa, quando alcune voci, che spesso si rifacevano a Panagiotis Grigoriu, giornalista greco, cominciarono a metterci in guardia dell'imminente introduzione, da parte del parlamento greco, di una nuova fattispecie incriminatrice, destinata appunto a colpire chi esprimesse opinioni anti-UE. Una successiva ricerca chiariva come, di tali notizie, sulla web-sfera in inglese non risultasse la minima traccia; molto singolare, vista l'enormità dell'innovazione legislativa.

Passa un po' di tempo, e sul sito Teste Libere, riconducibile a Per il Bene Comune, compare un post che risulta pubblicato da Monia Benini, in cui si dà conto dell'avvenuta entrata in vigore (a partire dal 24 ottobre) della nuova norma contro l'euroscetticismo. Chi non è d'accordo con le politiche UE, si dice, rischia fino a due anni di carcere. Il post viene ripreso da molti blog e piccole testate web (a mo' di esempio: qui e qui). La fonte è un post di Giorgos Delastik sul sito greco PRIN, che in effetti commenta una modifica del codice penale greco. Solo che la modifica ha come oggetto una cosa diversa da quanto affermato dalla Benini.

La mozione votata dalla maggioranza di "larghe intese" greca inserisce un nuovo comma all'art 458 del locale codice penale, che già conteneva la previsione di una pena pecuniaria per chi trasgredisse provvedimenti amministrativi. Con tale modifica si sancisce che chiunque violi intenzionalmente le misure sanzionatorie e restrittive decise dalla UE o dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU a carico di Stati, organizzazioni, persone fisiche e giuridiche, è punito fino a due anni*.

Vedete che siamo in un ambito completamente diverso (e lontano) sia dai reati d'opinione, sia dall'implementazione delle politiche di matrice UE nei confronti dei cittadini greci. Il vero ambito materiale della nuova norma è la politica estera. Se l'UE o l'ONU designano come "terrorista" un'organizzazione o una persona fisica, oppure qualificano come responsabile di crimini internazionali uno Stato, e vi comminano delle sanzioni, allora la violazione delle misure amministrative comprese in queste sanzioni diviene una fattispecie penalmente perseguibile. Es: un membro di una giunta militare africana è destinatario di una limitazione di espatrio? Se io gli faccio arrivare dei documenti che gli consentano i viaggi internazionali, o comunque lo aiuto nella trasgressione della misura, sono punito. Finanzio un'organizzazione politica/militare che la UE ha designato come terrorista? Sono punito. Commercio con un paese sottoposto a embargo? Sono punito. E così via.

A riprova di quanto affermato, basta leggere la reazione del commentatore; il quale è sì polemico nei confronti dell'innovazione legislativa, ma non certo perché limiti la libertà di opinione. "Ogni greco che sostenga organizzazioni come Hezbollah e il PKK potrà essere imprigionato!" si lamenta il commentatore, dove alla voce "sostegno" mi sembra chiaro che non si possa comprendere una mera solidarietà ideale**. Addirittura, ironizza Delastik, "con questa norma, ai tempi dell'aggressione NATO della Serbia, si sarebbe dovuto chiudere in carcere l'intera Grecia, visto che il 97% dei cittadini greci era contrario!"


È chiaro dunque che non si sta parlando di reati d'opinione, e che l'euro e la politica UE nei confronti della Grecia non c'entrano assolutamente nulla. Siamo nell'ambito della politica estera, e più precisamente della cooperazione internazionale. L'intero equivoco è da far risalire alla "traduzione" dal greco di Monia Benini, o di chi per lei, che è del tutto interessata e fuorviante.

Di questo tipo di disinformazione è necessario liberarsi al più presto. Non si combatte il mainstream producendo bufale. La menzogna rende sciatti, e la manipolazione corrompe. Dovremmo abituarci ai più alti standard di verifica delle fonti, per non incappare in simili cantonate. (C.M.)


 Valga il vero: Όποιος µε πρόθεση παραβιάζει κυρώσεις ή περιοριστικά µέτρα που έχουν επιβληθεί σε βάρος κρατών ή οντοτήτων ή οργανισµών ή φυσικών ή νοµικών προσώπων µε αποφάσεις του Συµβουλίου Ασφαλείας του ΟΗΕ ή µε κανονισµούς της ΕΕ τιµωρείται µε φυλάκιση τουλάχιστον έξι µηνών, εκτός αν από άλλη διάταξη προβλέπεται βαρύτερη ποινή. Οι διατάξεις του προηγούµενου εδαφίου εφαρµόζονται και όταν οι προβλεπόµενες σε αυτό πράξεις δεν είναι αξιόποινες κατά τους νόµους της χώρας στην οποία τελέστηκαν. Questa è la versione originale del nuovo comma: nel corso del dibattito parlamentare il limite è stato portato a due anni.

** I greci sono tendenzialmente teste calde. L'idea di "sostegno" per loro è assai concreta. Centinaia di volontari greci si recarono in Bosnia e Kosovo per sostenere lo sforzo militare dei serbi, negli anni '90. I più in seguito sono confluiti in Alba Dorata. Si vocifera che, oggi, elementi greci combattano a fianco delle milizie di Assad in Siria.


ADDENDUM: e dai, un po' di senso dell'umorismo! Qualcuno ha protestato perché ho definito i greci delle notorie teste calde. A parte che è vero (e in genere lo ammettono), non si tratta di un insulto e volevo semplicemente fare dell'ironia. La prossima volta ci metto una faccina... (C.M.)

domenica 27 ottobre 2013

Il sacco di Atene- e di Zagabria?

Il sito Sollevazione ha commentato una notizia, diffusa da La Repubblica, ripresa da vari siti, sull'impoverimento subito dai greci negli ultimi anni di permanenza nell'euro. L'analisi ha il merito di illustrare quale sia l'alternativa al diniego totale di rimettere in discussione la moneta unica. Non stanchiamoci di ripeterlo: è fallace discutere sui danni (ma anche sui benefici) che un'uscita dall'euro potrebbe provocare, senza compararli con quelli che sicuramente la permanenza produce. Come diceva un saggio: invecchiare è spiacevole, ma certamente è meglio dell'alternativa.

Un'altra notizia che ha percorso molti siti di "controinformazione" negli ultimi giorni è quella relativa all'improvvisa crisi che starebbe vivendo l'economia croata, all'indomani dell'adesione all'Unione Europea. Essendo questa avvenuta il 1° luglio, è forse troppo presto per valutare con cognizione di causa gli effetti dell'adesione sull'economia del paese balcanico. Di certo nell'estate la bilancia commerciale croata ha visto un tracollo, presto recuperato:


Nei mesi precedenti all'adesione, quando era chiaro che la Croazia era saldamente all'interno della prospettiva UE, si è verificato un deciso aumento del debito estero:


Vedremo meglio nel prossimo anno. Di sicuro, la dinamica che fin qui si è verificata nell'ambito dei paesi aderenti alla UE (non parliamo poi di quelli entrati nell'eurozona) è stata quella del peggioramento delle partite correnti e dell'afflusso di capitali esteri. Fondato è il timore che i croati dovranno presto giudicare avventata la loro scelta di entrare a far parte di questo folle sistema. (C.M.)

mercoledì 4 settembre 2013

Siamo ai saldi

Letta annuncia che in autunno partono le privatizzazioni, e che ad esse seguirà un "Road Show". L'espressione dovrebbe significare che il nostro Premier andrà in giro per le capitali del mondo facendo, da buon piazzista, pubblicità per le nostre imprese in vendita. Quindi il piano non è soltanto di azzerrare la presenza dello Stato nell'economia, ma di svendere quest'ultima agli investimenti esteri. Non si pensa di vendere all'esangue capitale nazionale, come avvenne negli anni '90; si cede direttamente ai capitali internazionali.

Quasi in contemporanea giunge notizia della possibile privatizzazione dell'ente pubblico greco che sovrintende alle privatizzazioni. In termini più seri: siccome il Taiped (questo il nome dell'ente) non riesce a privatizzare o a porre sul mercato abbastanza beni pubblici nei tempi richiesti dai funzionari della Troika (UE, FMI e BCE), gli stessi funzionari della Troika potrebbero essere messi a dirigere l'ente. In questa maniera avremmo funzionari stranieri che vendono beni greci a investitori stranieri per recuperare i soldi necessari a ripagare debiti contratti con creditori stranieri. Un processo completamente e limpidamente greek-free, visto l'animo levantino e inaffidabile che connota quel popolo (almeno agli occhi dei tedeschi).

Il Taiped è autorizzato alla "valorizzazione" del patrimonio immobiliare greco, in cui sono comprese anche alcune isole dell'Egeo. Gradualmente fuoriesce dal mondo dell'ironia e della satira, per entrare in quello della triste realtà, la proposta finlandese di utilizzare il Partenone come garanzia reale per i debiti contratti da Atene. (C.M.)

giovedì 2 maggio 2013

Civiltà occidentale?

Pare che in Grecia si stia discutendo di arrestare chi non paga i debiti con lo Stato. Con l'età la mia memoria peggiora, ma mi sembrava di ricordare che l'abolizione della prigione per debiti fosse una delle grandi conquiste dell'Illuminismo, o della Civiltà Occidentale, o della Democrazia. Ma sicuramente mi sbaglio.

(M.B.)

martedì 5 febbraio 2013

Buona domanda

In un bell'articolo sul Corriere, Galli della Loggia si chiede che razza di Europa sia quella che assiste indifferente alla devastazione che il popolo greco sta subendo. E' in effetti una buona domanda, che giriamo volentieri a chi si trastulla con "più Europa" o con "altre Europe".  Per parte nostra, una risposta l'abbiamo data.

(M.B.)

sabato 12 gennaio 2013

Suggerimenti di lettura per il fine settimana

Costas Lapavitsas è un economista della SOAS (School of Oriental and African Studies) dell'Università di Londra. E' autore, assieme ad altri, di "Crisis in the eurozone", un saggio sulla crisi dell'euro pubblicato l'anno scorso dalle edizioni Verso, di cui è appena uscita una traduzione italiana parziale. Segnaliamo questo articolo comparso sul Guardian, nel quale l'autore risponde a 10 domande sulla crisi greca. I lettori di questo blog non saranno sorpresi da passaggi come questo:

The Greek path to ruin was determined by eurozone membership, similarly to other peripheral countries – Portugal, Ireland and Spain. The periphery adopted the euro hoping that it would lead to convergence with the more developed core. But the monetary union has structural flaws. Within its rigid framework, and faced with frozen German wages, peripheral countries lost competitiveness. Huge external deficits resulted, which were financed by borrowing from the banks of the core. Peripheral banks also took advantage of easy credit to expand domestic lending. By 2009 the peripheral economies were laden with vast debts – domestic and foreign, private and public – making them effectively insolvent

o questo

the current predicament of Greece is not the result of structural weaknesses that have been with us for a long time. The country is on the brink of ruin because it chose to join a flawed monetary union. The euro has brought Greek defects into sharp relief, as it has done for other countries


Suggeriamo anche la lettura di questo articolo di J.Stiglitz che fa alcune considerazioni generali sull'attuale situazione. Segnaliamo in particolare questo passaggio:

Before the 2008 crisis, there was much talk of global imbalances, and the need for the trade-surplus countries, like Germany and China, to increase their consumption. That issue has not gone away; indeed, Germany’s failure to address its chronic external surplus is part and parcel of the euro crisis

(M.B.)



sabato 24 novembre 2012

Letture per il fine settimana

Segnaliamo in primo luogo due articoli dal "Manifesto" di giovedì scorso. Il primo di essi spiega con chiarezza le ragioni dei contrasti fra FMI e Commissione europea. Il problema di fondo, come dice il titolo dell'articolo, è lo scontro su chi paga, su "chi dovrà sostenere le perdite per l'ineludibile cancellazione di parte del debito" (della Grecia). Il secondo articolo è invece un bilancio del primo anno del governo Monti. Esso mostra, dati alla mano, come l'azione del governo Monti non sia solo nefasta sul piano della democrazia e dei diritti, ma sia anche un fallimento sul piano strettamente economico ("tecnico", se vogliamo). Sono interessanti le conclusioni dell'autore. Di fronte alle prospettive che ci sono di fronte, catastrofiche per il nostro paese, le uniche alternative possibili sembrano essere da una parte il tentativo di contrattare un ammorbidimento del Fiscal Compact, dall'altra la richiesta ufficiale di "aiuti". Ma la prima possibilità appare poco realistica e comunque poco capace di cambiare la situazione (si tratterebbe di una morte un po' più lenta invece di una morte un po' più veloce), mentre la richiesta di "aiuti" è la perdita definitiva di sovranità e democrazia (non a caso la Spagna continua a rimandare tale richiesta). L'articolista del "Manifesto" non prende minimamente in considerazione l'alternativa dell'uscita dall'euro. Si vede qui, nell'analisi di una persona seria come è evidentemente l'autore, che, al netto di tutte le chiacchiere "alternative", "trasgressive" e "attiviste" di cui abbonda la sinistra chic, la situazione è chiara e netta: se non si prende in considerazione l'ipotesi di uscita dall'euro la macellaria sociale è assicurata.
Segnaliamo infine questo articolo di J.Sapir. Oggi si fa un gran parlare del "più Europa" come soluzione all'attuale crisi. L'articolo di Sapir prova a fare un po' di conti per capire se una soluzione di tipo federale potrebbe davvero essere di aiuto. Il risultato è che uno Stato federale, con trasferimenti dalle zone forti alle zone deboli per permettere a queste ultime di recuperare, si tradurrebbe in pratica in un salasso di Germania (soprattutto), Austria, Olanda, Finlandia a vantaggio dei paesi più deboli. E non c'è ovviamente la minima possibilità di far accettare un simile trasferimento di ricchezza ai popoli del Nord. In sostanza, come dice la curatrice del sito "Voci dall'estero" in un commento, nell'articolo di Sapir si comincia "a metter in evidenza con dati concreti come questa idea dell'unione fiscale con trasferimenti compensativi sia quanto meno campata per aria, infattibile, e l'unica realtà che può venir fuori (e si vuole ottenere) da un "più europa" è un commissariamento politico e una svendita".
(M.B.)

mercoledì 4 luglio 2012

L'euro sopravviverebbe all'uscita della Grecia?

di Fabrizio Tringali
Si moltiplicano le voci e gli interventi che descrivono come inevitabile l'uscita della Grecia dall'euro. In Germania (e non solo) non sono in pochi a pensarlo.
Chi affronta questo argomento solitamente si concentra sui "rischi di contagio" e sui contraccolpi che gli altri Paesi subirebbero. 
Ma tutti sembrano dare per scontato che la moneta unica potrebbe sopravvivere anche se Atene lasciasse l'eurozona. 
Certamente gli effetti dell'uscita della Grecia non sembrano paragonabili a quelli relativi all'abbandono della moneta unica da parte di Paesi più grandi, come il Portogallo o la Spagna, o addirittura l'Italia, tuttavia esiste un problema che è indipendente dalle dimensioni del Paese "in uscita": la credibilità.
Ormai è chiaro al Mondo intero che l'architettura dell'euro è fragile, e che gli squilibri interni fra le economie dei Paesi membri sono notevoli. Probabilmente quindi, ciò che tiene ancora (affannosamente) in vita la moneta unica europea è il fatto che essa viene descritta come una scelta "irreversibile", e come tale la considerano i mercati.
Ecco perché i governanti nostrani ed europei continuano a ripetere che non si può tornare indietro: se un Paese qualsiasi, compresa la Grecia, lasciasse l'eurozona, a tutto il Mondo sarebbe chiaro che l'euro non è affatto "irreversibile", e che è assolutamente possibile tornare alle monete nazionali. 
A quel punto chi acquisterebbe più i titoli spagnoli o italiani denominati in euro, ben sapendo che questi Paesi convivono con una moneta che non si addice alle loro economie, e che hanno la possibilità di liberarsene? 
E' molto probabile, quindi, che la moneta unica non sopravviva all'abbandono da parte di un qualsiasi Paese, indipendentemente dalle sue dimensioni, ed è anche per questo che ci auguriamo un'uscita della Grecia dall'euro.

mercoledì 27 giugno 2012

Un po' di lucidità

Segnaliamo questo lucido articolo di Emiliano Brancaccio sulle elezioni greche e in particolare sulle contraddizioni di Syriza. Le considerazioni di Brancaccio sono rilevanti per tutti i paesi PIGS, come è ovvio: le forze progressiste e antisistemiche di questi paesi, che vogliono opporsi alle misure di austerità imposte dalle oligarchie europee, e contemporaneamente rimanere nell'euro, cadono nelle stesse contraddizioni che Brancaccio rileva in Syriza.
(M.B.)