Una settimana fa Mario Draghi ha chiarito ciò che già Emiliano Brancaccio ci aveva spiegato: e cioè che l'Unione Bancaria porterà alla chiusura delle banche deboli, cioè quelle del Sud Europa. La centralizzazione in capo alla BCE dei poteri di vigilanza e controllo ora nelle mani delle BC nazionali favorirà un processo di centralizzazione dei capitali, portando così al completo predominio delle grandi banche del nord.
Dato che la classe dirigente italiana queste cose le sa, ed ha a disposizione "ingegneri contabili" di grande livello, a Roma hanno pensato immediatamente alla contromisura: la rivalutazione delle quote di partecipazione in Bankitalia.
Questa mossa dimostra come il ceto politico (e tecnocratico) italiano non abbia alcuna intenzione di "subire" il grande gioco europeo: esso anzi vede l'Unione Europea come un terreno di espansione del proprio dominio e del proprio prestigio. Non può dunque rinunciare alla prospettiva del "piùeuropa", compresa l'Unione Bancaria, ma non può nemmeno accettare di farsi espropriare del tutto dai capitali del nord. E quindi ricorre ai trucchi contabili, per il cui approfondimento sono caldamente consigliate queste letture.
Non sappiamo se questo disegno avrà successo; di sicuro rischia di non partire nemmeno, grazie alla feroce opposizione del Movimento 5 Stelle.
La linea del contrasto alla "regalia" alle banche non è sbagliata, ma rischia di risultare un po' miope. Andrebbe ricollegata ad un giudizio sulle strategie del capitale italiano per sopravvivere e ritagliarsi la leadership europea, nonché alla possibilità concreta che, impedendo che la rivalutazione abbia luogo, le banche italiane si ritrovino in una posizione di debolezza tale da favorire la loro fagocitazione da parte degli istituti del Nord Europa.
Non si tratta di rinunciare alla lotta, né tantomeno di cedere alle lusinghe di Matteo Renzi. Si tratta di porre in primo piano l'opzione della nazionalizzazione degli istituti di credito, l'unico modo che permetta di impedire la colonizzazione finanziaria del nostro paese senza regalare nulla a nessun banchiere. Anzi. (C.M.)
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mercoledì 29 gennaio 2014
sabato 22 settembre 2012
Vedere la proboscide ma non l'elefante/3. Il caso ENEL
Claudio Martini
numero precedente
Ragguaglio introduttivo
Quando parliamo dell'Unione Europea, parliamo innanzitutto di due cose assai concrete, e cioè del Trattato sull'unione Europea (TUE) e del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE). Nella loro forma attuale i due Trattati sono "rifacimenti" di alcuni trattati precedenti, e cioè, rispettivamente, il Trattato di Maastricht del 1992 e il Trattato di Roma del 1957. Quest'ultimo ha cambiato nome per ben due volte: nato come Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE), nel 1992 è diventato il Trattato che istituisce la Comunità Europea (TCE), per poi assumere la forma attuale nel 2008, grazie al Trattato di Lisbona. Non si tratta di questioni puramente nominalistiche. Ad ogni passaggio, il Trattato di Roma ha visto crescere la propria importanza e arricchire le proprie disposizioni. Oggi questo testo fondamentale ci dà la base normativa essenziale del quadro istituzionale dell'UE, le regole per il funzionamento di quelle istituzioni, e moltissime norme di carattere economico e amministrativo che riguardano da vicino la vita delle imprese e dei cittadini europei. Dal canto suo il TUE, testo molto più breve, definisce in via generale l'identità e gli scopi dell'Unione Europea.
Le varie tappe della bollitura
L'ultima volta ci siamo lasciati annunciando un excursus storico sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale in tema di rapporti tra il diritto UE il diritto interno. Cominciamo dal principio, con un caso emblematico.
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