Marino Badiale ha illustrato la
consistenza logica di un classico argomento “eurista” con una metafora assai calzante, è il caso di dirlo. Il giornalista di
Repubblica Federico Fubini non si capacita che l'euro possa avere qualche
responsabilità nel declino economico del nostro paese, visto che è
la stessa moneta di paesi che crescono (si fa per dire).
Il nostro non ha ben riflettuto su quale sia il contenuto del
principio di eguaglianza: non si tratta solo di far parti eguali tra
eguali, ma soprattutto di NON fare parti eguali tra diseguali. Perciò
è perfettamente possibile che una condizione eguale a più soggetti
sia causa di disparità tra gli stessi soggetti; proprio peché
questi NON sono eguali. Ma c'è di più. Spesso far parti eguali fra
diseguali non solo crea disagio per i soggetti coinvolti, ma dà vita
a fenomeni di retroazione positiva. Questa è una qualità dei
sistemi dinamici nei quali i risultati del sistema vanno ad
amplificare il funzionamento del sistema stesso. Può essere presa ad
esempio l'agire della forza centrifuga, o anche il c.d. Effetto
domino. Mettere economie diverse nello stesso mercato produce, in
primo luogo, una polarizzazione tra le diverse economie, che si
aggrava sempre di più: i ricchi diventano sempre più ricchi, i
poveri sempre più poveri. Ecco perché l'eguaglianza non è il
principio giusto per fondare la pretesa dell'unificazione europea. Il
principio giusto è quello di eguagliamento. Prendiamo la
Costituzione, all'art. 3. Questo è il princio di eguaglianza:
Questo è quello di eguagliamento:
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
In termini fisici, l'eguagliamento
equivale ad una retroazione negativa: i risultati del sistema tendono
a equilibrare il sistema stesso. Una buona metafora è quella della
boa: la boa può scendere sotto il pelo dell'acqua, ma ritorna
inesorabilmente a galla ripristinando la condizione originaria. In
Europa una simile dinamica potrebbe essere rappresentata da una
robusta stagione di politiche industriali e redistributive, dal Nord
al Sud, che riavvicinino le condizioni economiche dei diversi paesi.
Ecco, a mio avviso, il principale capo
di imputazione che pende sui responsabili del processo di
integrazione (?) europea: non aver avvicinato tra loro le condizioni
di benessere dei vari paesi, ma anzi l'averle divaricate in maniera
forse irreparabile.
Tuttavia, il discorso non può
chiudersi qui. Dobbiamo sforzarci di intendere quello che Fubini
voleva dirci col suo linguaggio maldestro. Si tratta di un messaggio
molto importante: potremmo definirlo il cuore stesso dell'ideologia
dell'adesione italiana dell'euro.
Noi facciamo bene a mettere in luce che
la scarpa euro non può andare bene per tutti i piedi europei, poiché
questi sono diversi tra loro. Chiediamoci, giunti a questo punto: ma
perché mai quei piedi sono così diversi?
Qui il discorso deve farsi più
circoscritto. È abbastanza facile intuire cosa distingue l'economia
tedesca da quella greca o portoghese. Tuttavia la retroazione
positiva, la diseguaglianza come prodotto dell'eguaglianza, non
coinvolge solo piccole economie marginali, ma paesi del calibro della
Francia o dell'Italia. Concentriamoci sul nostro paese. Abbiamo
capito che non dovremmo avere la stessa moneta della Germania; ma
perché la nostra moneta, per garantirci competitività, deve essere
strutturalmente più debole di quella tedesca?
È necessario ammettere che il ritorno
alla lira sarebbe, da parte dell'Italia, equivalente al ricorso ad
una serie di misure protezionistiche. Si protegge ciò che è debole
da ciò che è più forte. Cosa rende la Germania così forte?
La risposta standard in genere è: il
taglio (o la mancata crescita) dei salari tedeschi. Ne abbiamo
parlato infinite volte; ma questa spiegazione può (forse)
spiegare il differenziale di produttività con la Francia. Non ci
dice molto, invece, sullo svantaggio competitivo del nostro paese, un
paese che ha vissuto una deflazione salariale ancora più radicale di
quella tedesca.
Dovremmo cominciare ad ammettere che il
capitalismo tedesco è più grande, forte e moderno del “nostro”;
e che con tutta probabilità tra le ragioni di questa maggior forza
un ruolo non secondario hanno tutti quei fattori che gli anti-euro
derubricano a “Propaganda PUDE”: la corruzione, l'evasione
fiscale, l'illegalità di massa, i differenti livelli di
scolarizzazione, la dimensione relativa delle imprese, gli
investimenti in ricerca e sviluppo...
Riepilogando: far parti eguali tra
diseguali è disastroso, ma le radici della diseguaglianza tra noi e
la Germania sono in massima parte endogene, e uscire dall'euro, in
sé, non ci aiuterà a risolverle. Ecco il senso di quel che voleva
dire lo sventurato Fubini.
Vero è che l'uscita dall'euro potrebbe
darsi come condizione necessaria di un generale “risveglio”
dell'economia italiana. Dal punto di vista meccanico-economico la
cosa appare sensata. Dal punto di vista politico (che poi è quello
che conta) non sarei così ottimista. Spiego.
L'errore strategico degli “euristi”
è stato quello di pensare, contro ogni logica economica ed
esperienza storica, che il mercato unico europeo avrebbe generato una
retroazione negativa tra i paesi europei; che per il solo fatto di
non poter contare sulle svalutazioni le imprese italiane sarebbero
divenute più competitive: che per insegnare a nuotare a qualcuno il
modo migliore sia gettarlo, di soppiatto, in acqua. Et de hoc
satis: abbiamo visto cos'è accaduto.
Il guaio di molti anti-euro, invece, è
il tener in nessun conto le ragioni strutturali e endogene della
debolezza italiana. Sembra che propongano di tenerci stretti evasione
fiscale, scarso dimensionamento delle imprese, scarsi investimenti di
alto livello ecc, però riparati dietro lo scudo della lira
svalutata. Sembra che propongano, in sintesi, di proteggere le
debolezze del capitalismo italiano. Tale posizione politica, che non
mi pare esagerato ascrivere alle forze che su quelle debolezze hanno
costruito il loro successo, come la Lega, Forza Italia e fascisteria
varia, è sicuramente perdente e retrograda. Il bipolarismo tra
pro-euro e anti-euro sopra descritti condurrà questo paese lungo la
china di un irreversibile declino.
Quel che sorprende è vedere che
nessuno, nell'ambito della classe dominante di questo paese, ha uno
straccio di idea di come affrontare il problema principale: la
rimozione degli elementi che ci impediscono di assomigliare a una
grande potenza capitalistica. Sono tutti presi a discettare del
vincolo esterno, vuoi rafforzandolo (piddini) vuoi indebolendolo
(leghisti), senza proporre nulla che possa incidere sulle ragioni
endogene del nostro declino.
Lungi da me suggerirgliele. Tali
diatribe dovrebbero essere perlopiù estranee a chi coltiva una una
prospettiva di superamento del capitalismo. Il capitale italiano
soffre, da sempre, di una debolezza cronica e inemendabile. Solo il
suo rovesciamento potrà salvare questo paese dallo sfacelo. Ma in
fondo, a ben guardare, questo vale per tutti i popoli allo stesso
modo. (C.M.)