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mercoledì 23 aprile 2014

Piedi storti


Marino Badiale ha illustrato la consistenza logica di un classico argomento “eurista” con una metafora assai calzante, è il caso di dirlo. Il giornalista di Repubblica Federico Fubini non si capacita che l'euro possa avere qualche responsabilità nel declino economico del nostro paese, visto che è la stessa moneta di paesi che crescono (si fa per dire). Il nostro non ha ben riflettuto su quale sia il contenuto del principio di eguaglianza: non si tratta solo di far parti eguali tra eguali, ma soprattutto di NON fare parti eguali tra diseguali. Perciò è perfettamente possibile che una condizione eguale a più soggetti sia causa di disparità tra gli stessi soggetti; proprio peché questi NON sono eguali. Ma c'è di più. Spesso far parti eguali fra diseguali non solo crea disagio per i soggetti coinvolti, ma dà vita a fenomeni di retroazione positiva. Questa è una qualità dei sistemi dinamici nei quali i risultati del sistema vanno ad amplificare il funzionamento del sistema stesso. Può essere presa ad esempio l'agire della forza centrifuga, o anche il c.d. Effetto domino. Mettere economie diverse nello stesso mercato produce, in primo luogo, una polarizzazione tra le diverse economie, che si aggrava sempre di più: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Ecco perché l'eguaglianza non è il principio giusto per fondare la pretesa dell'unificazione europea. Il principio giusto è quello di eguagliamento. Prendiamo la Costituzione, all'art. 3. Questo è il princio di eguaglianza:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Questo è quello di eguagliamento:
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
In termini fisici, l'eguagliamento equivale ad una retroazione negativa: i risultati del sistema tendono a equilibrare il sistema stesso. Una buona metafora è quella della boa: la boa può scendere sotto il pelo dell'acqua, ma ritorna inesorabilmente a galla ripristinando la condizione originaria. In Europa una simile dinamica potrebbe essere rappresentata da una robusta stagione di politiche industriali e redistributive, dal Nord al Sud, che riavvicinino le condizioni economiche dei diversi paesi.
Ecco, a mio avviso, il principale capo di imputazione che pende sui responsabili del processo di integrazione (?) europea: non aver avvicinato tra loro le condizioni di benessere dei vari paesi, ma anzi l'averle divaricate in maniera forse irreparabile.
Tuttavia, il discorso non può chiudersi qui. Dobbiamo sforzarci di intendere quello che Fubini voleva dirci col suo linguaggio maldestro. Si tratta di un messaggio molto importante: potremmo definirlo il cuore stesso dell'ideologia dell'adesione italiana dell'euro.
Noi facciamo bene a mettere in luce che la scarpa euro non può andare bene per tutti i piedi europei, poiché questi sono diversi tra loro. Chiediamoci, giunti a questo punto: ma perché mai quei piedi sono così diversi?
Qui il discorso deve farsi più circoscritto. È abbastanza facile intuire cosa distingue l'economia tedesca da quella greca o portoghese. Tuttavia la retroazione positiva, la diseguaglianza come prodotto dell'eguaglianza, non coinvolge solo piccole economie marginali, ma paesi del calibro della Francia o dell'Italia. Concentriamoci sul nostro paese. Abbiamo capito che non dovremmo avere la stessa moneta della Germania; ma perché la nostra moneta, per garantirci competitività, deve essere strutturalmente più debole di quella tedesca?
È necessario ammettere che il ritorno alla lira sarebbe, da parte dell'Italia, equivalente al ricorso ad una serie di misure protezionistiche. Si protegge ciò che è debole da ciò che è più forte. Cosa rende la Germania così forte?
La risposta standard in genere è: il taglio (o la mancata crescita) dei salari tedeschi. Ne abbiamo parlato infinite volte; ma questa spiegazione può (forse) spiegare il differenziale di produttività con la Francia. Non ci dice molto, invece, sullo svantaggio competitivo del nostro paese, un paese che ha vissuto una deflazione salariale ancora più radicale di quella tedesca.
Dovremmo cominciare ad ammettere che il capitalismo tedesco è più grande, forte e moderno del “nostro”; e che con tutta probabilità tra le ragioni di questa maggior forza un ruolo non secondario hanno tutti quei fattori che gli anti-euro derubricano a “Propaganda PUDE”: la corruzione, l'evasione fiscale, l'illegalità di massa, i differenti livelli di scolarizzazione, la dimensione relativa delle imprese, gli investimenti in ricerca e sviluppo...
Riepilogando: far parti eguali tra diseguali è disastroso, ma le radici della diseguaglianza tra noi e la Germania sono in massima parte endogene, e uscire dall'euro, in sé, non ci aiuterà a risolverle. Ecco il senso di quel che voleva dire lo sventurato Fubini.
Vero è che l'uscita dall'euro potrebbe darsi come condizione necessaria di un generale “risveglio” dell'economia italiana. Dal punto di vista meccanico-economico la cosa appare sensata. Dal punto di vista politico (che poi è quello che conta) non sarei così ottimista. Spiego.
L'errore strategico degli “euristi” è stato quello di pensare, contro ogni logica economica ed esperienza storica, che il mercato unico europeo avrebbe generato una retroazione negativa tra i paesi europei; che per il solo fatto di non poter contare sulle svalutazioni le imprese italiane sarebbero divenute più competitive: che per insegnare a nuotare a qualcuno il modo migliore sia gettarlo, di soppiatto, in acqua. Et de hoc satis: abbiamo visto cos'è accaduto.
Il guaio di molti anti-euro, invece, è il tener in nessun conto le ragioni strutturali e endogene della debolezza italiana. Sembra che propongano di tenerci stretti evasione fiscale, scarso dimensionamento delle imprese, scarsi investimenti di alto livello ecc, però riparati dietro lo scudo della lira svalutata. Sembra che propongano, in sintesi, di proteggere le debolezze del capitalismo italiano. Tale posizione politica, che non mi pare esagerato ascrivere alle forze che su quelle debolezze hanno costruito il loro successo, come la Lega, Forza Italia e fascisteria varia, è sicuramente perdente e retrograda. Il bipolarismo tra pro-euro e anti-euro sopra descritti condurrà questo paese lungo la china di un irreversibile declino.
Quel che sorprende è vedere che nessuno, nell'ambito della classe dominante di questo paese, ha uno straccio di idea di come affrontare il problema principale: la rimozione degli elementi che ci impediscono di assomigliare a una grande potenza capitalistica. Sono tutti presi a discettare del vincolo esterno, vuoi rafforzandolo (piddini) vuoi indebolendolo (leghisti), senza proporre nulla che possa incidere sulle ragioni endogene del nostro declino.
Lungi da me suggerirgliele. Tali diatribe dovrebbero essere perlopiù estranee a chi coltiva una una prospettiva di superamento del capitalismo. Il capitale italiano soffre, da sempre, di una debolezza cronica e inemendabile. Solo il suo rovesciamento potrà salvare questo paese dallo sfacelo. Ma in fondo, a ben guardare, questo vale per tutti i popoli allo stesso modo. (C.M.)

venerdì 5 luglio 2013

La sinistra rivelata/4

Continuo la pubblicazione del capitolo 2 de "La sinistra rivelata".
(M.B.)


Alla parte precedente                                                                      Alla parte seguente


Sinistra e competitività.
Su “La Repubblica” del 16 marzo 2005 è  comparsa una vignetta di Bucchi in cui si vede un uomo che prega il suo dio e che conclude la sua preghiera dicendo “e rendi competitivi me e la mia famiglia”. C’è più verità in questa sola vignetta che in tanti degli articoli che compaiono quotidianamente sulla stampa. La verità che essa manifesta è che la competitività universale come principio regolativo della vita sociale è oggi il postulato comunemente condiviso di ogni giudizio e di ogni interpretazione delle vicende del nostro tempo. Sindacati operai e organizzazioni padronali concordano nella richiesta di “più competitività del sistema”, destra e sinistra si rimproverano reciprocamente di non promuovere abbastanza la competitività. Nessuna epoca ha avuto un postulato o un mito insieme così poco intelligente e così dannoso. La competitività, infatti, può effettivamente migliorare le prestazioni in qualche campo particolare [1], ma in tutti gli altri risulta generatrice di inefficienza, di danno sociale, di corruzione morale, di umiliazione del merito vero, di ascesa degli incapaci ai posti di comando, e anche di ridicolo. L’accecamento mentale prodotto dall’ideologia neoliberista rende sorprendenti queste ovvietà, perché un ossessivo imbonimento dei cervelli fa credere che la logica della competizione faccia emergere i più capaci, selezioni le competenze, promuova l’efficienza. E’ facile rendersi conto che queste affermazioni sono false: l’agricoltura competitiva è quella che droga e avvelena i suoli con fertilizzanti chimici e pesticidi; l’allevamento competitivo è quello che produce carni gonfiate, prive di sapore, piene di antibiotici; i trasporti competitivi sono quelli che riducono il personale, la manutenzione e quindi la sicurezza del servizio; le banche competitive sono quelle che licenziano impiegati e rifilano titoli spazzatura ai propri clienti; la medicina competitiva è quella che rifiuta di far arrivare i farmaci salvavita agli ammalati dei paesi poveri; le scuole competitive sono quelle dove si moltiplicano le attività di pura immagine e non si insegna più nulla di organico.

sabato 1 giugno 2013

Un accordo storico? Una storica disgrazia


Si parla di accordo storico. La Confindustria e la Triplice sindacale hanno operato una sensibile riforma del diritto del lavoro in Italia, in attesa che i partiti che di queste forze sono la rappresentazione politica (Pd e PdL) operino una sensibile riforma della Costituzione. In un caso come nell'altro si sono fatte le larghe intese. L'accordo appare davvero come il sigillo di un'allenza sindacati maggiori-industriali che ha come obiettivo eliminare la possibilità che i lavoratori si organizzino autonomamente contro le misure per rendere "competitiva" l'impresa italiana. In quanto tale è segno di un nuovo "autoritarismo sindacale" dei confederali contro chiunque esprima dissenso (e ne avevamo già avuto inquietanti avvisaglie).
In particolare, i sindacati minori e più radicali vengono di fatto taglliati fuori. E tutto questo, purtroppo, con il pieno assenso della FIOM.
A livello delle parti sociali dunque l'impianto dell'euro ha già vinto. Il valore fondamentale è la concorrenza: tra i lavoratori tra loro, tra le imprese, tra gli Stati.
Chiunque abbia intenzione di provare a ricostruire quanto è andato distrutto in questi anni deve sapere che troverà, come primi avversari, i sindacati maggiori. (C.M.)

giovedì 1 novembre 2012

Il problema non è il debito pubblico. Ecco perché.

di Fabrizio Tringali

Ripropongo qui l'articolo pubblicato domenica scorsa su byoblu.com
Attenzione: non è la trascrizione della video-intervista uscita il 16 Ottobre. E' un nuovo articolo, scritto sulla base dei dati ufficiali della Commissione Europea, che riprende alcuni dei temi principali del dibattito che il video ha suscitato in rete

[F.T.]

Internet è uno strumento fantastico. Consente di accedere a molte fonti ufficiali di informazione, senza sorbirsi le mediazioni e le distorsioni del cosiddetto mainstream. Le fonti ufficiali sono costituite, per esempio, dalle analisi, i grafici e le statistiche costruite dagli uffici di enti ed istituzioni quali l'Istat, la Corte dei Conti, le Camere, e così via. Prima di internet, queste fonti erano raggiungibili quasi esclusivamente dagli operatori del mainstream. E quando raccontavano balle, i cittadini non avevano molti mezzi per accorgersene. E' anche per questo che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio ai blog indipendenti. Perché grazie ai dati ufficiali possiamo svelare l'enormità delle balle che ci propinano: ovvero che per uscire dalla crisi dobbiamo “fare sacrifici”, diminuire il debito pubblico e realizzare “riforme” simili a quelle della “virtuosa” Germania.