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giovedì 5 dicembre 2013

Diritto di replica

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, la risposta di Fabio Sabatini a questo articolo.

Cari redattori di Mainstream,

vi ringrazio per l'interesse che avete mostrato per il pezzo pubblicato su MicroMega.

Mi permetto di scrivervi per fornire alcuni chiarimenti non richiesti, e per fare delle piccole precisazioni. Senza alcuna preghiera di rettifica, beninteso: il mio intento è solo fare chiarezza.

- Riconosco pienamente la validità di alcuni dei problemi che sollevate sul mio tentativo di ricognizione. Spero di averne dato, almeno in parte, conto nel post che ho pubblicato successivamente su MicroMega: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/27/fabio-sabatini-alcuni-commenti-su-economisti-dappertutto/

- Nel vostro post viene avanzato il sospetto che il tentativo di ricognizione sia stato concepito "a favore" degli economisti liberisti, coloro che a vario titolo gravitano intorno a Fermare il declino per intenderci.
E' un sospetto che con mia sorpresa è stato condiviso da molti, "a sinistra".

Ed è del tutto paradossale, per una serie di ragioni. La prima è che, per certi versi, io stesso sono un ricercatore in Economia politica "eterodosso". Mi rendo conto che dall'esterno della disciplina certe distinzioni possono sembrare - e forse lo sono - anacronistiche, ma tutta la mia attività pubblicistica (su Il Fatto Quotidiano e su MicroMega) va in quella direzione. Penso che ogni fermatore del declino inorridirebbe nel leggere i pezzi che firmo, in cui molto spesso critico gli approcci di politica economica di stampo liberista, nonché il modo in cui si va sviluppando l'Unione Monetaria (basti pensare ai miei pezzi sugli accordi fiscali) o più in generale il processo di integrazione europea. 

Nella mia attività di ricerca poi sono forse ancora meno "allineato", visto che mi occupo di temi un po' particolari, al confine dell'economia con la sociologia e le scienze politiche (il mio profilo di ricerca è consultabile qui: http://www.socialcapitalgateway.org/editor).

Come non bastasse, non ho mai fatto mistero della mia distanza da Fid, pur nel rispetto dei colleghi che apprezzano quel partito. All'epoca di Giannino scrissi un pezzo su Il Fatto Quotidiano che per un po' di tempo mi ha attirato parecchi insulti da parte dei fan di Fid (ma temo che sia un problema generalizzato per chiunque scriva su quella testata). 

Inoltre ho conseguito il mio dottorato in Economia politica presso la Sapienza dove, almeno ai miei tempi, l'insegnamento dell'eterodossia aveva un ruolo di primo piano nella nostra formazione. Ho avuto il privilegio di conoscere Pierangelo Garegnani e di seguire i suoi corsi, e quelli di diversi suoi allievi. Successivamente, ho lavorato con Sergio Cesaratto, per quattro anni mio supervisor all'Università di Siena, che a mio modestissimo parere è in questo momento il più autorevole esponente delle varie scuole eterodosse in Italia. 

Poi, può anche darsi che alcuni economisti (di quale "scuola" non so) mi abbiano preso in antipatia per via del mio impegno civile sulla trasparenza nei concorsi (si veda per esempio il servizio di Report sulla mia iniziativa: http://www.youtube.com/watch?v=bK_TTQMoF38 e i diversi pezzi che ho scritto in proposito). Impegno che, invece, credo sia stato apprezzato dalle persone che scrivono o commentano su noiseFromAmerika. Ma questo proprio non dipende da me.

In generale, penso che distinguere chi ha una competenza da economista formata attraverso decenni di ricerca scientifica da chi ha esperienze professionali certo preziose, ma diverse, sia utile a tutti e non solo a una parte, e soprattutto che possa costituire un elemento di chiarezza per i lettori. Poi, concordo sul fatto che la mia impostazione sia fallace e possa essere migliorata in tanti modi.

- Nel vostro post scrivete anche che Alberto Bisin avrebbe contribuito alla redazione della tabella. Ciò è falso. Credo che Bisin abbia appreso del mio pezzo da Facebook (dove siamo amici. Per inciso non ci siamo mai incontrati personalmente, come spesso succede agli amici di Facebook). Certo ho letto il post che Bisin ha pubblicato su nFA tempo fa, ma da qui a ipotizzare una "collaborazione" ne passa. 

- Scrivete infine che è evidente che la mia iniziativa sia legata a doppio filo al dibattito sull'euro. Secondo me non èevidente, e tale questione è del tutto incidentale e, credo, dovuta al fatto che alcuni economisti che non rientrano nella mia (opinabilissima) definizione è proprio all'Unione Monetaria che dedicano gran parte della loro attività di divulgazione. Da qui l'equivoco.

In realtà il mio intento, passato in secondo o terzo piano agli occhi dei lettori, è indagare come, nel dibattito sui media, sono rappresentati diversi punti di vista degli economisti su temi sensibili di politica economica. Che potrebbe essere un modo per verificare chi ha maggiore influenza nel dibattito (per esempio: sono più influenti i liberisti o i non liberisti? Possono raggiungere un pubblico più ampio i sostenitori della spesa pubblica o quelli dei tagli alla spesa pubblica? E così via). 

Questo è un obiettivo che dovrebbe suscitare l'interesse e l'empatia di coloro che accusano i mezzi di informazione di essere sbilanciati a favore di posizioni liberiste. Essi infatti potrebbero, in caso di risultati "favorevoli", utilizzare la mia piccola ricognizione come evidenza per sostenere la loro tesi (che l'informazione è sbilanciata, appunto). In estrema sincerità, mi ha sorpreso molto vedere che tale opportunità - esplicitamente messa in evidenza nel mio pezzo - sia invece completamente sfuggita ai più. 

- Dette tutte queste cose, non posso che ringraziarvi per avermi definito "giovane" economista!

Cordiali saluti,
Fabio Sabatini

giovedì 28 novembre 2013

La critica all'Euro è alla portata di tutti

Una lettura istruttiva quella dell'articolo di Fabio Sabatini, nel quale il giovane ricercatore di economia presso la Sapienza di Roma propone una precisa tassonomia di chi, sui media di ogni tipo, discute di materie economiche. Le due classi principali nelle quali si articola tale tassonomia sono quella degli economisti e quella degli economisti-che-non-lo-sono. In essenza, è economista chi si occupa professionalmente, in un'università o in un un ente analogo, di ricerca (e di didattica) economica, e che riesce a far pubblicare con una certa costanza i risultati dei suoi lavori su riviste scientifiche accreditate. La seconda classe è composta da tutti coloro che, pur non soddisfacendo i requisiti appena esposti, si presentano sulla scena del dibattito politico-culturale con l'etichetta di economista. Il che non significa che siano necessariamente dei cialtroni (in questo Sabatini è chiaro), né che non abbiano alcun titolo a discettare di materie economiche; solo, dovrebbero essere più rigorosi nel presentare il proprio curriculum.

Una simile classificazione può essere utile ai fini di una maggiore trasparenza nel dibattito pubblico. I cittadini hanno diritto di conoscere esattamente, e senza ambiguità, il pedigree scientifico di chiunque prenda la parola con fare da esperto. L'economia è una scienza, con le sue regole e anche con le sue liturgie. Quindi, ben venga l'invito a una definzione (e ad una auto-rappresentazione) più rigorosa della qualifica di economista.

Certo, il criterio proposto non può andare del tutto esente da critiche. In primo luogo esso non coincide con quello offerto dall'Enciclopedia. Ma questo si spiega col fatto che quella di Sabatini è una tipica definizione stipulativa. In secondo luogo, il criterio pare un po' troppo esigente, e porta a risultati largamente contro-intuitivi come quello di considerare un soggetto laureato in economia, che ha ricoperto posizioni di vertice in una istituzione economica, e che insegna materie economiche in un ateneo, come Claudio Borghi, un economista-che-non-lo-è. In terzo luogo, il criterio proposto non tiene conto dell'eventualità che l'accesso al mondo accademico sia fortemente condizionato dalla Doxa dominante nella comunità degli studiosi, e che potrebbe portare ad escludere e ad emarginare le posizioni critiche ed eterodosse. In quarto luogo, stimola qualche dubbio il fatto che la tabella sia stata formata con il contributo di Alberto Bisin, uno che fino all'altro ieri credeva alle lauree di Oscar Giannino. Infine, proprio la presenza di quest'ultimo economista (Bisin, non Giannino) procura inevitabilmente il sospetto che questa classificazione sia, almeno in parte, strumentale alla polemica tra gli economisti vicini a Bisin e buona parte di quelli che vengono definiti non-economisti. Dato che i primi non riescono a prevalere nettamente sui secondi, si ricorre alla squalificazione tassonomistica.

Al di là di questi aspetti critici, il criterio di Sabatini può essere accolto favorevolmente; tuttavia, è proprio la severità di tale criterio che ci illumina su una realtà molto interessante.

Gli autori di questo blog non sono economisti, non hanno mai affermato di esserlo, e non hanno mai corso il rischio di apparire come tali. E tuttavia sono riusciti a sostenere diversi confronti con economisti (in senso stretto), confronti che vertevano su complesse questioni di economia monetaria e macroeconomia. Mi riferisco, ovviamente, all'opera di divulgazione svolta da Badiale e Tringali con la loro Trappola dell'Euro. Nei vari incontri dedicati all'approfondimento e alla promozione di tale libro, diversi docenti di materie economiche hanno avuto modo di poter esprimere il loro parere. Non uno ha abbracciato in toto la strategia politica proposta dal libro; non uno ne ha messo in discussione la fondatezza economica. E così i nostri due autori, assolutamente non economisti, sono riusciti a sostenere un dibattito con vari discussants molto qualificati, su posizioni di parità.

E qui arriviamo al cuore del problema. È evidente che l'iniziativa di Sabatini è legata a doppio filo al dibattito sull'Euro. La proliferazione di "economisti" è legata all'esplodere della crisi dell'Euro. Le criticità tecniche di questa moneta non sono concettualmente difficili; comprendere le origini e la dinamica della crisi è alla portata di chiunque sia dotato della buona volontà di studiare. Perché la questione, in fin dei conti, è semplice. L'inadeguetezza e le contraddizioni del meccanismo che ci sovrasta sono talmente enormi e palesi da poter essere colte da tutti.

Ecco perché sembra di assistere ad una moltiplicazione degli economisti. Non ci vuole un dottorato di ricerca per dire cose molto sensate sull'Euro. Il corollario di queste considerazioni è che, alla fine, sugli estremi dell'analisi della crisi sono tutti d'accordo. Ci si divide dopo, sulle strategie da approntare per affrontarla.

Su questo sarebbe utile che si impegnassero i ricercatori come Sabatini. Se la grande maggioranza della comunità scientifica è d'accordo sulle cause della crisi dell'Euro, o meglio della crisi che l'Euro ci procura, viene da chiedersi perché così pochi (almeno in Italia) non ne traggano le debite conseguenze. Mancanza di coraggio, di interesse? Eccesso di prudenza? Ignavia? Ecco un bel tema di ricerca. (C.M.)

Aggiornamento: nel frattempo il nome di Borghi è stato preso di peso dalla lista degli "economisti-che-non-lo-sono" e spostato nella lista degli economisti tout court. Il criterio di Sabatini è severo, ma Borghi di più!

giovedì 24 maggio 2012

Legere Aude!


Segnaliamo questo breve quanto efficace paper degli economisti greci Theodore Mariolise Apostolis Katsinos. Lo abbiamo scovato tra i commenti dell'ottimo blog di Alberto Bagnai, e ci sembrava il caso di porlo in maggiore evidenza. Sappiamo ormai che il catastrofismo sulle sorti dell'Italia dopo l'ingresso nella Lira (suona meglio di uscita dall'Euro, no?) non ha alcun fondamento pratico e teorico, e costituisce pura propaganda di guerra (quella che combattono contro di noi). Ma a molti lo stesso catastrofismo appare giustificato, solo se all'Italia si sostituisce la Grecia. In fondo quest'ultima è una piccola e marginale contrada, si dice, che importa quasi tutto ed è priva di una propria base industriale. Una valuta che rispecchiasse i poveri fondamentali economici della Grecia, si conclude, getterebbe i suoi cittadini nella miseria. Eppure i due economisti, al termine della loro ricerca, scrivono:

Utilizzando semplici modelli di prezzo input-output , è stato stimato che una svalutazione del 50% della dracma
non implica, direttamente o indirettamente, grandi "pressioni" inflazionistiche,
come comunemente si crede, e che in effetti potrebbe aumentare la
competitività internazionale dell'economia di circa il 37% e ridurre il deficit
del saldo di beni e servizi di circa l' 89%.



Forse sarebbe il caso di mantenere la calma e fermarsi a riflettere, prima di arrendersi ad un panico immotivato. Conoscere un po' meglio la scienza economica, ed i contenuti di lavori come questo ci aiuta a dissipare le sciocchezze e il terrorismo dei ceti dominanti e dei loro media. (Claudio Martini)