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sabato 20 dicembre 2014

A volte sono strani

Intendo i giornalisti. Leggete per esempio qui: si parla di un sondaggio nel quale viene chiesto chi si desidererebbe come prossimo Presidente della Repubblica fra Napolitano, Bonino, Prodi, Draghi, Padoan, Veltroni. La maggioranza relativa (39%) risponde che non lo sa. Fra chi esprime una preferenza, il più "votato" è Napolitano, che raggiunge il 19%. Se questo sondaggio esprime correttamente le opinioni degli italiani, ciò vuol dire che circa un italiano su cinque desidera Napolitano come nuovo (si fa per dire) Presidente, mentre la maggioranza relativa degli italiani non si riconosce in nessuno dei nomi proposti. Bene, l'articolo riporta questa notizia scrivendo "Gli italiani, qualora potessero scegliere, al Colle vorrebbero ancora Giorgio Napolitano". A volte i giornalisti sono davvero strani.
(M.B.)

giovedì 15 maggio 2014

Il tracollo

Segnaliamo i risultati di un importante sondaggio della Pew Research. È una ricerca sul rapporto tra i cittadini europei e le istituzioni comunitari, nonché con alcuni temi di interesse generale. Alcuni dati non soprendono: oltre due terzi dei cittadini UE intervistati critica l'Unione in quanto impermeabile alle istanze democratiche, e ha scarsa fiducia nel parlamento europeo. Altri sono più inaspettati: si scopre che l'appartenenza ideologica, nel determinare il giudizio sull'Europa, non gioca lo stesso ruolo in tutti i paesi. Da noi, come è noto, chi è di sinistra mediamente riserva un giudizio migliore di chi è di destra; pare che sia così anche in Germania e nel Regno Unito. Le posizioni sono meno divaricate in Francia; ma in alcuni paesi, tra cui Spagna e Grecia, il sostegno di destra all'Unione è molto più forte di quello che viene da sinistra.

Molti dati interessanti, dunque. Ma ciò su cui vorrei richiamare l'attenzione è questa immagine. 


Non a caso il titolo della ricerca può essere tradotto come "il rimbalzo del consenso alla UE".  Vediamo che, dopo gli anni horribiles  2012-2013, tale consenso tenda a tornare a livelli "normali" tra il 2013 e il 2014. La crescita media è del 6%. Notiamo come si verifichi una vera e propria rinascita dell'europeismo in Francia, e come persino nel Regno Unito il consenso alla UE superi la soglia psicologica del 50%; cresce persino in Grecia e Spagna.
Qual è l'unico paese in controtendenza?
Già.
Diamo per scontato, per amore di ragionamento, che questi dati corrispondano a qualcosa di autentico. Sinceramente non riesco a immaginare cosa possa aver generato un aumento dei favori verso le istituzioni comunitarie in Francia e in Regno Unito. Il tracollo che si è verificato in Italia è invece più plausibile, in teoria: in pratica è sorprendente, perché è in controtendenza con i dati degli altri paesi, e soprattutto con quelli riferibili a nazioni che hanno sofferto la crisi più di noi, ossia Grecie e Spagna. 
Si possono fare varie ipotesi. In primo luogo è lecito supporre che il malcontento italiano sia dovuto alle scarse performance dell'economia nazionale, rispetto ai "miglioramenti" che vivono gli altri PIGS. C'è anche l'ipotesi Via Crucis: dato che ci troviamo alcune stazioni indietro rispetto al percorso di martirio intrapreso da paesi come la Grecia, stiamo vivendo oggi ciò che loro hanno vissuto tra il 2011 e il 2012; e mentre loro provano un relativo sollievo al termine della tortura, noi ancora non riusciamo a vederne la fine. 
Può darsi. Ma proviamo a prendere in considerazione altri dati.

Se si lascia il terreno economico per spostarsi su quello prettamente politico, ciò che distingue l'Italia da TUTTI gli altri paesi europei è la presenza di una forza come il M5S. Non esiste nulla di paragonabile in nessun altro contesto nazionale. Ora, il tratto pregnante dei 5 stelle non è costituito tanto dal profilo sostanziale dei contenuti programmatici: dopotutto non si tratta di proposte così dissimili da quelle, che so, dei Verdi. Ciò che caratterizza questo Movimento è un dato di ordine formale: la sua proposta fondamentale è la riforma della democrazia rappresentativa mediante l'abolizione del ceto politico.Quel che viene avanzata dunque è un'ipotesi di diversa selezione della classe dirigente, prima che la soluzione a determinati problemi pratici.
Lasciamo da parte il problema se il Movimento abbia qualche possibilità di realizzare tale programma, e se davvero incarni con coerenza i profili di una vera democrazia. Resta il fatto che i 5 stelle hanno avuto un grande successo. Tale successo non è stato determinato tanto da meriti propri, quanto dai demeriti del nostro orrendo ceto politico. È la rivolta contro questo ceto che caratterizza e distingue la politica italiana sulla scena europea.
E qui veniamo al punto: è molto probabile il disgusto per la classe politica, che in Italia ha raggiunto picchi inusitati, abbia trascinato con sé anche l'atteggiamento nei confronti dell'Europa. Gli italiani, giustamente, percepiscono come facenti parte di uno medesimo blocco di potere sia le istituzioni europee, sia il ceto politico; e del resto è proprio il ceto politico che ci ha messo alla mercé delle istituzioni europee  (come argomentato qui e qui). 
Negli altri paesi il discredito per la classe politica non ha ancora superato i livelli di guardia: il sistema ancora "tiene". Conseguentemente, "tengono", presso l'opinione pubblica, tutte le componenti del blocco dominante, istitutuzioni europee incluse. 

Va da sé che si tratta di mere ipotesi. Tuttavia, se si dimostrassero veritiere, lo scenario che si aprirebbe davanti a noi sarebbe molto interessante; vorrebbe dire che, attualmente, il vero punto debole dell'Unione Europea è il ceto politico italiano, che esso è l'unica autentica falla che sembra essersi aperta in quella che altrimenti appare come una fortissima corazzata. (C.M.)

mercoledì 12 marzo 2014

L'Europa si fonda sulla paura

Segnaliamo una ricerca condotta dal Centro Studi Ilvo Diamanti per il quotidiano La Repubblica. Nel sondaggio, 71% degli intervistati ha affermato di non avere alcuna fiducia nell'Unione Europea, a fronte di un 29% di fiduciosi (beati loro). Alla domanda "ma allora bisogna uscire dall'euro?" le proporzioni si invertono: il 32% è favorevole al ritorno alla lira o cose del genere, il 68% vuole rimanere nella moneta unica. 
Il pregio della ricerca di Diamanti sta nell'andare oltre questa superficie contraddittoria (e persino un po' paradossale); lo fa combinando i due risultati, arrivando così a disegnare una "mappa tipologica" degli atteggiamenti degli italiani verso l'Europa.
Dalla combinazione così elaborata, risulta che mentre la metà abbondante (56%) degli italiani ha opinioni molto nette verso euro e UE, dividendosi in favorevoli e contrari in termini radicali, un notevole 44% è critico nei confronti delle istituzioni europee; o, se preferiamo, esprime un favore condizionato. Diamanti li definisce senza giri di parole "euroscettici"; coloro che "sopportano" l'Europa, ma non la amano (né la combattono). Ma cosa tiene separati il gruppo degli anti-euro e quello degli euro-scettici? 
La risposta, a mio avviso, si può trovare in una conclusione di Diamanti:

Gli italiani accettano l’Europa dell’euro per forza. E per paura. Temono, cioè, che uscirne sarebbe pericoloso.
Si può dedurre da questo quadro che ciò divide gli eurocritici dagli anti-euro  è proprio la paura. Molti degli euroscettici saranno anche favorevoli ad un cambiamento delle istituzioni europee (Più Europa, Europa dei Popoli, e via vendolando), ma molto probabilmente attendono questo cambiamento come una specie di miracolo, come il prodotto di una congiunzione astrale; non si rappresentano, cioè, come possibile parte attiva di tale cambiamento. E siccome sono troppo terrorizzati dal muoversi decisamente contro l'Europa, preferiscono l'inazione, l'inerzia. E il quadro politico resta bloccato.
Nella sfida tra pro-euro e anti-euro, questi ultimi vinceranno solo se saranno capaci di liberare la gran massa dei cittadini italiani dalla paura e dal disfattismo. Ecco perché, forse, non sono molto efficaci messaggi come "la fine dell'euro è inevitabile", "dall'euro usciremo comunque", "se non usciamo dall'euro moriremo tutti". Sono tutti messaggi che muovono dal terrore e dall'assunzione che cambiare le cose è impossibile; sono messaggi, se ci fate caso, perfettamente speculari a quelli degli europeisti: uscendo dall'euro si muore, uscire dall'euro è impossibile. Forse sarebbe il caso, invece, di indicare una proposta di futuro possibile. Qualcosa che scaldi i cuori. Qualcosa in cui poter avere, una volta tanto, fiducia. (C.M.)



domenica 22 settembre 2013

Re Giorgio ha perso la fiducia dei suoi "sudditi"

L'ultimo sondaggio dell'istituto SWG, commissionato dalla trasmissione di RAI 3 "Agorà", disponibile in questo elenco (la data è del 20 settembre), mette in luce due dati interessanti. Il primo è che la sfiducia (la somma di chi esprime "poca" o "nessuna" fiducia) nel governo Letta ha raggiunto la quota del 75% del totale degli intervistati. La seconda, ancora più significativa, è che lo stesso Giorgio Napolitano viene retribuito per le sue ultime mosse politiche con un tasso di sfiducia del 53%.
Per chi frequenta gli istituti di sondaggi, questo dato è clamoroso, se confrontato con quelli risalenti a due anni fa: all'epoca Re Giorgio viaggiava su livelli di fiducia attorno all'80%. Ma allora veniva percepito come una figura super-partes, di garanzia. Da tempo egli ha deciso di comportarsi come un vero attore politico, usando in maniera del tutto strumentale e irrituale i poteri a sua disposizione. La sua azione ha avuto una tale efficacia che si può affermare che l'attuale quadro politico, nonché la situazione disastrosa dell'economia, siano frutto dell'attuazione dei disegni strategici di Napolitano. Ogni uomo politico deve misurarsi con il problema della responsabilità delle sue scelte. Oggi gli italiani sono piuttosto stanchi. (C.M.)