Nell'inserto economico del "Fatto quotidiano" di mercoledì 22 ottobre è comparso un articolo di Marco Bertorello, critico nei confronti delle prese di posizione anti-euro di Grillo. Ci è sembrato valesse la pena discuterne, così Tringali ed io abbiamo scritto un breve intervento di risposta e l'abbiamo mandato al "Fatto" con preghiera di pubblicazione. Ma il Fatto non lo ha fatto (o almeno, se lo ha fatto, non ce lo ha detto), quindi lo pubblichiamo qui.
(M.B.)
Nel criticare la presa di posizione di Grillo contro l'euro (“Caro Grillo, più che l'euro attacca i trattati”, Il Fatto quotidiano del 22-10), Marco Bertorello afferma che l'euro si è rivelato una moneta che regge la crescita ma non la crisi, che la rincorsa all'abbassamento del costo del lavoro e la finanziarizzazione dell'economia sono fenomeni globali, non limitati all'eurozona, e che occorre attaccare il quadro di regole che li determinano, a partire dalla denuncia dei trattati UE.
Si tratta di posizioni condivisibili. Tuttavia quando esse vengono unite ad un atteggiamento di sufficienza, per non dire di fastidio, verso chi lancia concrete battaglie contro la moneta unica, finiscono per ottenere un unico scopo, quello di mantenere chi le assume in un comodo quanto inutile cantuccio, ben distante da qualunque forma di azione politica concreta che possa mettere i bastoni fra le ruote ai decisori nostrani ed europei, che ci stanno portando verso la catastrofe (e che non a caso, all'euro tengono molto).
Infatti, come è ovvio che “no” è la risposta alla domanda cruciale che pone Bertorello: “siamo sicuri che sia praticabile il recupero della sovranità monetaria e dello Stato se non cambiano i meccanismi di fondo dell'economia?”, è altrettanto lampante che la stessa risposta va data alla domanda: “è possibile un cambiamento radicale dell'economia rimanendo nell'euro?”.
Dunque, il punto non è discutere se l'euro sia o meno “il problema centrale”, bensì prendere atto che, in ogni caso, l'uscita dall'euro è condizione necessaria, seppur non sufficiente, per impostare politiche in difesa dei ceti subalterni e di fuoriuscita da un capitalismo sempre più vorace e distruttivo.
Mentre si stenta a capire chi e come potrebbe, concretamente, oggi, costruire “alleanze internazionali tra paesi periferici e tra segmenti di società per sottrarsi alle regole dell'Unione europea”, si comprende perfettamente che la battaglia per l'uscita dall'euro è realizzabile, anzi è già iniziata, e il M5S ha il pregio di aver definito il quadro giuridico in cui praticarla, nel rispetto della Costituzione. Vincerla significherebbe abbattere uno dei pilastri dell'impalcatura liberista europea che sorregge il mercato unico (presto allargato anche agli USA tramite il trattato “TTIP”).
A noi piacerebbe che la stessa battaglia venisse combattuta direttamente contro la UE, ma non si può non riconoscere che oggi l'euro rappresenta il grimaldello politico sul quale costruire un movimento di pensiero e di azione che metta in discussione lo stato esistente delle cose.
Chiunque voglia fare politica e incidere davvero sulla realtà, deve porsi il problema di capire, in ogni determinata situazione storica, quali sono i temi sui quali è possibile agire concretamente, e con qualche speranza di successo. L'euro è uno di questi.
(Marino Badiale, Fabrizio Tringali)