domenica 7 settembre 2014

Tutti odiano tutti

Cominciamo da un semplice esempio, fra tanti possibili. Il Corriere della Sera pubblica l'intervista a uno statale che si lamenta del blocco degli stipendi. Ad oggi ci sono 610 commenti. Ovviamente non li ho nemmeno scorsi tutti, ma da un campionamento casuale sembra che la grande maggioranza (non tutti, per fortuna) sia aspramente critica verso l'intervistato. Spesso, i commentatori sono anche offensivi e aggressivi. La mia impressione è che succeda più o meno lo stesso quando si indicano i problemi di ogni particolare categoria: se si parla della scuola tutti infuriati ad azzannare i docenti, se si parla dei lavoratori autonomi questi vengono attaccati in quanto evasori, e così via. Per tornare allo statale dell'intervista, ai suoi critici, che indubbiamente in molti casi stanno peggio di lui, si devono ricordare due cose. In primo luogo c'è sempre qualcuno che sta peggio di te: se il precario italiano sta peggio dello statale, l'africano disperato che muore nel tentativo di venire a farsi sfruttare in nero in Italia sta sicuramente peggio del precario. Con ciò si vuol dire che replicare, a chi segnala un problema, “comunque stai meglio di altri”, non è un argomento risolutivo, perché su questo pianeta quasi chiunque sta meglio di qualcun altro. Ma non è questa l'osservazione più importante, che è invece la seguente: se è vero che lo statale sta ancora relativamente bene, è certo che la sua situazione è peggiorata come è peggiorata quella di tutti. È questa la cosa fondamentale che bisogna capire da interviste come quella sopra indicata, e dalle tante altre notizie che si potrebbero citare: stiamo sempre peggio, tutti, ci stiamo impoverendo, tutti. Chi stava piuttosto bene ancora se la cava, chi era appena al limite della povertà ora è alla disperazione. Ma è questo movimento di peggioramento comune che bisogna saper vedere, per capire che la linea dell'evoluzione delle nostre società è chiara, ed è quella della distruzione del ceto medio e dell'immiserimento generalizzato. Sono cose dette e ridette, cito solo, giusto per dare un'idea, un breve intervento di Carlo Formenti, oppure il bel libro di Mario Pianta.
E invece di vedere tutto questo e di lottare contro il nemico comune, coloro che stanno perdendo tutto si sbranano fra di loro.  Ma questo serve solo a far vincere i nostri nemici, i ceti dirigenti dei paesi occidentali, nessuno escluso. Nemici nostri, nemici di tutti, perché hanno rinnegato il patto sociale che ha retto le società occidentali nel trentennio '45-'75, e ci hanno dichiarato guerra. Una guerra che stiamo perdendo appunto perché chi sta male odia chi pensa stia un po' meno male (vero o falso che sia), invece di capire che solo lottando uniti possiamo sperare di vincere.
Forse si potrebbe obiettare che dedurre un'analisi generale dai commenti on line ad un articolo è un po' azzardato. La critica è corretta, ma mi pare che sia un dato oggettivo la mancanza di solidarietà fra le varie categorie dei ceti subalterni colpite dalla crisi e dalle politiche di austerità. Poiché questa mancanza di solidarietà non favorisce certo gli interessi collettivi di tali ceti (lottando uniti qualcosa si potrebbe ottenere), mi pare sensato ipotizzare che ci siano forti spinte psicologiche anti-solidaristiche, e che l'aggressività diffusa che si nota nei più diversi ambiti sia una espressione di tali spinte psicologiche.
Sarebbe davvero utile che qualcuno ci aiutasse a capire il perché di tutto questo. Perché “tutti odiano tutti”, e nessuno riesce a vedere il comune nemico. Credo dipenda da mutamenti profondi nella nostra “psiche occidentale”, che dovremmo tentare di indagare. Ci torneremo, spero.
Non posso che concludere su una nota di pessimismo. Il punto dolente di questa situazione, in cui tutti odiano tutti, è che un ulteriore peggioramento economico non porterà la “sollevazione” tanto attesa da alcuni nostri amici. Porterà ad un ulteriore imbarbarimento, ad una violenza diffusa. Il fatto di stare peggio non porta automaticamente alla rivolta, può portare a sbranarti col tuo vicino.
E quest'ultimo mi sembra l'esito più probabile, data l'attuale situazione della coscienza collettiva.
Sarei naturalmente lieto se i lettori riuscissero a convincermi che il mio pessimismo è infondato.
(M.B.)

venerdì 5 settembre 2014

Citazioni/3

"Abbiamo già accennato nel capitolo I come, a partire dall'astensione comunista al governo Andreotti, l'attacco al programma riformista si manifesti essenzialmente in una netta dissociazione tra una manovra di inclusione politica del Pci nell'area della maggioranza ed una decisa penalizzazione, sul terreno economico-sociale, della sua base elettorale. La filosofia espressa dall'intervento di Modigliani al convegno Cespe della primavera del 1976 - che fa derivare la necessità di una partecipazione comunista al governo dalla intensità del rigore indispensabile nella terapia della crisi - è destinata a incontrare uno stuolo consistente di seguaci, senza che sia dato ritrovare, ripercorrendo il dibattito di allora, nessuna sua contestazione specifica da parte comunista.
Sono proprio coloro che più si distinguono per la insistenza sulla necessaria accettazione delle compatibilità del sistema economico - da Carli a La Malfa - che, nello stesso tempo, più esplicitamente - all'interno dell'area centrista - sponsorizzano una collaborazione di governo con il Pci riformulando per proprio conto la prospettiva dell'austerità. In definitiva, nonostante tutti i distinguo e le diversità delle intenzioni recondite, è proprio questa combinazione di rigorismo economico e permissivismo politico che costituisce la base della convergenza Moro-Berlinguer."
(L.Paggi, M.D'Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo, Einaudi 1986, pagg.61-62).


Si sta parlando degli anni Settanta, dei governi di solidarietà nazionale con la partecipazione del Pci alla maggioranza e della parola d'ordine dell'austerità, lanciata da Berlinguer. La citazione è interessante perché dimostra che il ruolo della sinistra, di mediatore del consenso popolare a politiche antipopolari, risale a molto tempo fa, ed era chiaro già dalla metà degli anni Ottanta. Tutto il libro è fortemente critico verso le politiche del Pci di quegli anni, e dopo la santificazione berlingueriana di questo trentennale non è male vedere come si discutesse francamente, subito dopo la morte di Berlinguer, del fallimento della sua politica. Ringrazio Arturo per la segnalazione del libro.
(M.B.)

lunedì 1 settembre 2014

Le alleanze necessarie

Molti l'avranno già visto, perché è stato ripreso da vari siti, ma vale comunque la pena di segnalare un bell'intervento di Mimmo Porcaro:


http://sinistranoeuro.wordpress.com/2014/08/


(M.B.)



domenica 24 agosto 2014

Citazioni/2

"Ma vi è un'altra ragione per la quale l'idea di nazione non svolse un ruolo decisivo nella Germania imperiale. L'enfasi posta sull'idea di sovranità della nazione in quanto tale eguaglia tutte le nazioni e costituisce una barriera contro l'affermazione della superiorità nazionale. Se la nazione si fonda sulla libera volontà di uomini liberi, nessuna nazione è superiore a un'altra. L'idea di sovranità nazionale è di impaccio all'espansione imperialista. Anzi, ogniqualvolta gli stati democratici perseguono una tale politica espansionista, quasi invariabilmente abbandonano il concetto di nazione ed esaltano i tratti razziali e ideologici che li renderebbero superiori ai popoli conquistati"
Franz Neumann, Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Bruno Mondadori 1999, pag.117 (l'edizione originale è del 1942).

sabato 23 agosto 2014

Stranezze

Adesso possiamo davvero dire di aver visto di tutto: anche un sito di estrema sinistra nel quale appare un articolo che invoca l'arrivo della troika, ovviamente come male minore. Le argomentazioni di Riccardo Achilli non sono in fondo molto diverse da quelle di Scalfari, il cui articolo di qualche tempo fa ha fatto abbastanza discutere: la situazione economica è disastrosa, il ceto politico italiano pure, la perdita di sovranità nazionale, in un modo o nell'altro, è inevitabile, meglio che succeda subito quando abbiamo ancora un po' di forza contrattuale. Inoltre, oggi la troika è un po' meno cattiva, meno “deflattiva” e più attenta allo sviluppo (anche in questo caso, forte consonanza con Scalfari). Quindi inutile ribellarsi, meglio cercare di strappare il più possibile, in termini di livelli economici, diritti e democrazia, dall'inevitabile “commissariamento”.
Fin qui Achilli. Le lacune del suo ragionamento mi sembrano evidenti:

1. Achilli sostiene da una parte che per i ceti popolari non si può fare più nulla nel contesto politico attuale, e dall'altra parte che sarebbe possibile strappare qualcosa per essi nel contesto di un commissariamento da parte della troika. Cioè,  Achilli afferma che non si può fare nulla quando i ceti popolari mantengono ancora un minimo di potere di pressione tramite le istituzioni democratiche nazionali, e si può invece ottenere qualcosa quando quel minimo di potere viene consegnato ai funzionari delle oligarchie internazionali. Ma come è possibile? Se non si può fare nulla nel momento in cui il contesto nazionale, l'unico nel quale i ceti popolari e i loro rappresentanti politici siano in grado di agire, ha ancora un minimo di potere, come si può pensare di fare qualcosa quando questo potere viene sottratto e consegnato a burocrazie che non rispondono in nessun modo, neanche molto indiretto, ai ceti popolari? Questa mi sembra una contraddizione insostenibile.
2. L'atteggiamento di Achilli è evidentemente del tipo “ha da passà 'a nuttata”: bisogna fare sacrifici per far ripartire l'economia, poi finalmente ci sarà la possibilità di riottenere qualcosa. Il retropensiero è che l'impoverimento diffuso, la perdita dei diritti, la restrizione della democrazia, siano solo incidenti, contingenze, qualcosa che passerà se si riesce a far “ripartire l'economia”. Mi sembra invece che tutto indichi il contrario: quello che succede ai paesi della “periferia sud” dell'eurozona è semplicemente l'instaurazione della nuova forma che si sta dando il capitalismo contemporaneo per far fronte alla crisi. La distruzione del ceto medio, l'impoverimento dei ceti popolari, l'annullamento della democrazia non sono dolorose necessità che verranno presto superate, ma semplicemente i pilastri del capitalismo dei prossimi decenni. Se le cose stanno così, dare il benvenuto alla troika vuol dire semplicemente accelerare quei processi.
3. Achilli sembra inoltre dimenticare che una delle componenti della realtà del capitalismo è lo scontro fra capitalismi. Ora, è abbastanza evidente che la crisi dell'eurozona è anche un regolamento di conti fra oligarchie, con i paesi forti del nord che stanno riducendo quelli del sud al ruolo di periferia da sfruttare. Anche in questo caso, l'arrivo della troika sarebbe semplicemente un modo per accelerare questi processi, dai quali i popoli dei paesi del sud hanno solo da rimetterci.


Come è possibile che un commentatore intelligente come Achilli non veda queste macroscopiche lacune del suo ragionamento? Saltando molti passaggi, credo che qui sia in azione uno degli errori di fondo del marxismo: l'idea che lo sviluppo capitalistico sia l'unico orizzonte della lotta per migliori condizioni di vita dei ceti popolari, e per il superamento del capitalismo stesso. In larga parte del marxismo storicamente esistito è presente, implicita od esplicita, l'idea che lo sviluppo capitalistico debba andare fino in fondo, per poter strappare qualcosa in favore dei ceti popolari e per poter pensare al superamento del capitalismo stesso. Una versione particolare di tale assunto è la tesi dell'Italia come paese arretrato che va modernizzato, della quale ho parlato in un post di qualche giorno fa. Quello che succede è che, con tale assunzione implicita, si assume in realtà la logica del capitale, e l'anticapitalismo si riduce a una decorazione. Achilli alla fine è d'accordo con Scalfari perché entrambi sono d'accordo sulla necessità della crescita dell'economia e della modernizzazione dell'Italia, e di fronte a questo accordo il colore delle bandiere non ha nessuna importanza.
(M.B.)

venerdì 22 agosto 2014

Regressione di un paese

La crisi di civiltà di un paese non è un concetto astratto ma significa cose molto concrete, come mostra questa inchiesta su "l'Espresso".
Anni fa avevo pubblicato, su un libretto che ho più volte citato in questo blog, una favoletta di politica futuribile nella quale fra l'altro parlavo della reintroduzione della schiavitù in Italia, datandola al 2010. A quanto pare, da quel che ci dice l'Espresso, non avevo sbagliato di molto.
Lo so, quella di cui parla l'inchiesta non è vera schiavitù, e l'Espresso esagera come sempre. Ma fa lo stesso una certa impressione, mi pare.
(M.B.)