mercoledì 30 aprile 2014

Una proposta sospesa

Uno dei temi di fondo delle discussioni sulla crisi attuale riguarda la possibilità di riproporre nel contesto attuale le politiche riformiste e keynesiane tipiche del trentennio seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ne abbiamo parlato in vari post, per esempio qui. Discutendo con vari amici si era pensato di organizzare un convegno su questi temi. Per vari motivi non siamo riusciti a concretizzare l'idea, che è quindi rimasta sospesa. Nel frattempo avevo scritto una breve presentazione della proposta di convegno, e ve la propongo adesso. Magari qualcuno dei lettori è più bravo di me a mettere insieme gli ingredienti necessari a concretizzare l'idea.
(Marino Badiale)




Per un convegno sulla crisi degli anni 70.
La crisi economica iniziata nel 2007/08 non è ancora stata superata, nonostante le assicurazioni sul fatto che “il peggio è passato” diffuse periodicamente dalle autorità economiche e politiche. La domanda fondamentale è naturalmente, ancora una volta, “che fare?”. Quale può essere la strategia, quali le scelte politiche ed economiche che possono portarci fuori da una crisi che sta impoverendo massicciamente intere popolazioni?
Il mainstream economico e politico ha, ovviamente, la risposta pronta: si tratta di continuare nelle politiche di liberismo economico, approfondendole e generalizzandole. Occorre cioè distruggere tutto ciò che i ceti popolari hanno conquistato nei decenni del dopoguerra, e tornare ad un capitalismo di tipo ottocentesco, ferocemente disegualitario. Senza nemmeno nessuna garanzia che queste politiche facciano davvero ripartire l'economia, visto che si tratta proprio delle stesse linee di pensiero e di azione che ci hanno portato alla crisi attuale.
Se vogliamo salvare quel poco che resta di civiltà nel nostro paese, occorre contrapporsi in maniera ferma alla coazione a ripetere di un neoliberismo che sembra davvero aver toccato, con questa crisi, i suoi limiti. Il vero problema, per le forze antagoniste, è quale tipo di proposte di politica economica contrapporre alle politiche neoliberiste. Se guardiamo al panorama dei dibattiti attuali fra gli economisti, appare evidente che le uniche posizioni che possano seriamente insidiare l'egemonia del “pensiero unico” neoliberista sono quelle che possiamo definire “keynesiane”, prendendo questo termine in senso molto lato. Si tratta cioè di quelle posizioni teoriche e pratiche che in vario modo ripropongono politiche di pieno impiego, di redistribuzione del reddito, di sostegno alla domanda, di forte intervento statale nell'economia, di forte regolamentazione e limitazione dei movimenti di capitale e in generale della sfera delle finanza.
Se vogliamo che un movimento antagonista abbia delle possibilità effettive di incidere sulla realtà politica, occorre porsi il problema se queste proposte di tipo keynesiano siano realistiche, se cioè sia oggi davvero possibile, nei paesi occidentali, il rilancio di una stagione riformista paragonabile a quella del “trentennio dorato” del secondo dopoguerra. Ora, la risposta a questa domanda non può eludere l'analisi del nodo storico degli anni Settanta del Novecento, cioè degli anni in cui, appunto, entra in crisi il modello “keynesiano-fordista”, che affonda nelle sabbie della “stagflazione”, e viene lentamente elaborato il capitalismo “neoliberista-globalizzato” che si imporrà negli anni Ottanta a partire dagli USA di Reagan e dall'Inghilterra della Thatcher, e che continuerà a celebrare i propri fasti  fino alla crisi attuale. La domanda cruciale da porsi è quella relativa al perché in quegli anni entri in crisi il keynesismo. Le risposte possibili ci sembrano essenzialmente di due tipi: un primo punto di vista è quello di chi ritiene che la crisi del keynesismo sia dovuta a fattori contingenti, a particolari situazioni storiche (per fare un solo esempio, i due shock petroliferi del '73 e del '79), sulle quali si  innesta una offensiva ideologica che i think tanks conservatori andavano preparando da decenni. Un diverso punto di vista è quello di chi ritiene che la fase di forte crescita del “trentennio dorato”, che ha permesso le politiche di Welfare State, di piena occupazione e di redistribuzione del reddito, fosse legata a particolari condizioni storiche, esaurite le quali le politiche di tipo keynesiano erano destinate a scontrarsi con i propri limiti, dimostrandosi incapaci, nella nuova situazione, di sostenere l'accumulazione capitalistica. Per fare un esempio, le particolari condizioni storiche che hanno permesso il forte sviluppo negli anni del secondo dopoguerra potrebbero essere rappresentate, fra l'altro, dalla presenza di ampi mercati per i beni durevoli di massa (automobili, elettrodomestici) prodotti dalle nuove fabbriche “fordiste”, e la saturazione di tali mercati potrebbe aver rappresentato uno degli elementi di crisi del modello keynesiano-fordista.
La risposta che si dà a queste domande condiziona in modo decisivo la strategia politica delle forze antagoniste. Infatti, se si ritiene che la crisi del keynesismo negli anni Settanta sia dovuta a motivi contingenti, è ragionevole pensare che tali motivi possano essere rimossi e che sia dunque possibile pensare ad una nuova fase di politiche economiche di tipo “riformista” e appunto “keynesiano”. In tal caso, sarebbe ragionevole la ricerca di un nuovo tipo di “borghesia progressista” con la quale cercare di ripetere le tipiche politiche novecentesche di alleanza fra forze riformiste e forze radicali. Importanti economisti progressisti come Krugman, Stiglitz o Fitoussi potrebbero allora essere visti come l'avanguardia intellettuale di una tale borghesia.
Se invece la crisi del keynesismo è dovuta all'esaurimento delle condizioni strutturali che ne avevano permesso i successi nel trentennio 1945-1975, e se oggi non c'è indicazione del riemergere di condizioni analoghe, allora la conclusione politica dovrebbe essere, necessariamente, quella dell'improponibilità delle politiche keynesiane come risposta alla crisi attuale. Questo non significa che un movimento antagonista debba rifiutare in blocco tali politiche, ma piuttosto che esso dovrebbe pensare ad una nuova strategia complessiva di tipo politico-economico, diversa da quella “classica “ del keynesismo-fordismo, all'interno della quale inserire, eventualmente, anche politiche di tipo keynesiano. Questa nuova strategia non potrebbe ripetere le classiche politiche della sinistra del Novecento e dovrebbe cercare strade nuove e nuove alleanze.
Da queste considerazioni discende la nostra proposta di un convegno dedicato all'analisi della crisi del keynesismo-fordismo degli anni Settanta. Si tratterebbe, come appare chiaro da quanto fin qui detto, non tanto dell'approfondimento scientifico di un problema storico (in ogni caso meritevole di attenzione) ma di un tentativo di collegare l'analisi storica ed economica alle pressanti domande sopra indicate. Si tratta naturalmente di un argomento ben delimitato, come è necessario sia per permettere una indagine scientifica. Ma l'argomento proposto permette di aprire l'analisi a molti altri aspetti della realtà attuale (la finanziarizzazione dell'economia, il debito pubblico, l'assenza di un soggetto politico antagonistico, l'egemonia del pensiero unico), perché essi sono il risultato di una dinamica storica le cui radici stanno appunto negli anni Settanta e nella crisi del “keynesismo-fordismo”. L'organizzazione del convegno dovrebbe cercare di mettere assieme studiosi critici del liberismo di diverse impostazioni teoriche (per dare un'idea: keynesiani e critici “radicali” sia del keynesismo sia del neoliberismo). La richiesta agli studiosi coinvolti dovrebbe essere quella di collegare l'analisi scientifica alle questioni politiche sopra delineate, con l'ambizione di tentare una sintesi delle varie interpretazioni per consentirci un passo in avanti nei confronti sia dei problemi del presente sia delle prospettive future.



sabato 26 aprile 2014

L'Altra Europa, presa sul serio

Non c'è nulla di male nel coltivare utopie (anche se qualcuno non è d'accordo). Essere velleitari però è un'altra cosa. Una generale velleità sembra permeare i punti più importanti del programma della (nota ai meno) Lista Tsipras.
Tale programma si può riassumere in una frase: fare l'Europa unita. Laddove hanno fallito Napoleone, Hitler e Jean Monnet dovrebbe riuscire Alexis Tsipras. Dato che questi non dispone né di demi-brigades e carri armati, né del sostegno degli USA e dei grandi gruppi industriali, dovrà fare ricorso al metodo democratico. L'Europa costruita dai cittadini: un programma che più bello non si può.
Tuttavia, se non si ha una chiara idea dello stato attuale delle cose si rischia seriamente di prendere sonore cantonate. Il punto di partenza delle analisi degli tsiprioti è totalmente sbagliato; curiosamente, si tratta di un errore condiviso da molti anti-euro.
"Non possiamo ritornare agli Stati nazionali sovrani", questa la parola d'ordine. È facile notare come sia speculare alla proposta anti-euro: questi infatti esclamano che tale ritorno è possibile e necessario. Gli uni e gli altri non considerano che noi NON ci troviamo in una situazione di superamento degli Stati nazionali. In particolare, l'Unione Europea non ha dissolto le sovranità dei singoli Stati. L'UE- rubo l'espressione a Joseph Halevi- non è altro che il ring dove si confrontano gli Stati. Non è che i pugili hanno deciso di smettere di tirarsi pugni; hanno semplicemente concordato di usare certi guantoni e non altri, e di non tirare colpi sotto la cintura. Si tratta però sempre delle stesse persone, che in qualsiasi momento potrebbero decidere di uscire dal ring.
Noi dunque abbiamo a che fare con le politiche di Stati nazionali; e solo con esse. La parola d'ordine degli tsiprioti dovrebbe essere, in realtà, togliamo sovranità agli Stati, e conferiamola ad uno Stato europeo.

(parentesi per i vetero-marxisti. Gran parte degli animatori della Lista Tsipras provengono da formazioni politiche più o meno comuniste. Il programma originario del movimento comunista era l'abolizione dello Stato. Questi invece vanno in solluchero all'idea di costruire un ennesimo, GRANDE Stato. Se ci si riflette non sono i primi comunisti a vivere un simile sbandamento: qualcosa di simile lo ha voluto anche Stalin. Da questo punto di vista, gli tsiprioti rappresentano una sorprendente variante stalinista, una variante particolarmente rosé)

Dunque non si tratta di proseguire lungo la strada dell'integrazione europea; si tratta proprio di cominciarla. Andiamo a vedere quali sarebbero i requisiti minimi per battere tale percorso.

- sostituzione dell'euro con una moneta comune; in alternativa costruzione di un bilancio federale europeo in grado di compensare con efficacia i disequilibri economici tra le diverse aree dell'Unione.
- creazione di un esercito unico europeo; in alternativa, disarmo generalizzato. Questo tra l'altro era uno dei punti cardine del Manifesto di Ventotene. È curioso che una lista di sinistra non spenda una parola sul fatto che gli Stati europei mantengano alcuni tra i più grandi eserciti del mondo, senza contare gli arsenali nucleari. Naturali corollari di questo punto sono l'unificazione della politica estera e di difesa, e rinuncia da parte dei singoli Stati dei loro seggi presso le istituzioni ONU, come il Consiglio di Sicurezza.
- accentramento dei poteri in capo al parlamento europeo. Tutte le istituzioni UE diverse dal parlamento rappresentano le singole sovranità nazionali; ma nella prospettiva dell'unificazione queste non possono sopravvivere. Quindi non più poteri al parlamento, ma tutti i poteri al parlamento. In particolare, soltanto al parlamento dovrebbe essere riconosciuto il potere di rivedere i Trattati istitutivi dell'Unione.

In un Europa unita, le istituzioni europee dovrebbero potere, ad esempio:

 -annullare le riforme Hartz attuate in Germania;
-ordinare ai paesi in surplus commerciale politiche espansive che riequilibrino tali sbilanci;
-prendere le risorse dal contribuente olandese e usarle per costruire infrastrutture in Portogallo;
-emanare una legge, generale e vincolante per tutti, che unifica il trattamento fiscale delle transazioni finanziarie, a Cipro come a Londra;
- emanare una legge, generale e vincolante per tutti, che unifica il trattamento sanzionatorio dei reati contro la pubblica amministrazione, a Palermo come a Copenaghen;
-decidere la politica comune da adottare con Putin, o con riguardo alla Siria;
-gestire l'arsenale atomico francese, che ovviamente non può rimanere nelle mani di un solo Stato membro;
e così via.
Ovviamente questi interventi, e altri più di dettaglio, non possono essere stabiliti a tavolino in un cenacolo di intellettuali; dovrebbero essere decisi da una Assemblea Costituente Europea, eletta col mandato di scrivere una vera e propria Costituzione, essa sì capace di sottrarre per sempre sovranità ai singoli Stati.

Ammettiamo che tutto ciò sia realizzabile, oltre che immaginabile. E poniamo che sia realizzabile senza passare attraverso guerre mondiali o civili, com'è tipico dei grandi processi costituenti. Quali soggetti sociali dovrebbero inaugurare una simile impresa? Con quali forze? In quanto tempo? O meglio, in quante generazioni?
Naturalmente nulla vieta di coltivare una simile prospettiva, almeno a livello ideale. Un conto però è la prospettiva ideale, un altro l'agenda politica immediata. Nella Lista Tsipras i due ambiti si sovrappongono, e si finisce per proporre, come programma per l'oggi, ciò che è forse realizzabile dopodomani. Da qui il rischio concreto di non poter essere presi sul serio.
L'impressione che se ne trae è che il mondo intellettuale che sta dietro all'operazione Tsipras, perduta qualsiasi speranza di contare in Italia, cerchi di sublimare la propria impotenza fantasticando di un'altra Europa; ignorando, in ciò, qualunque  analisi di plausibilità politica, e senza darsi conto di rappresentare qualche istanza reale dei cittadini e dei lavoratori di questo paese. (C.M.)

venerdì 25 aprile 2014

Ancora sul TTIP

Per fortuna sta crescendo la percezione del pericolo rappresentato dalle trattative per il TTIP, il "Trattato Transatlantico". Lo avevamo segnalato qui, ma nel frattempo si sono moltiplicati gli interventi, per esempio questo. Esiste anche un sito espressamente dedicato.
Mi permetto solo un'osservazione: in un articolo sul "Fatto Quotidiano" di mercoledì scorso (che non ho trovato in rete), Stefano Feltri spiega che il progetto di un'area di libero scambio fra USA e UE "metterebbe l'Occidente nelle condizioni di sopravvivere all'ascesa della Cina e alla minaccia geopolitica della Russia". La logica è quella stessa, da noi più volte sottolineata, che sottintende alla creazione di UE e euro: occorre approntare "grandi spazi" geopolitici ed economici sottomessi alla disciplina del capitale "neoliberista" per competere e vincere nello scontro globale per l'egemonia; ridotto in pillole, è la logica dell'imperialismo del XXI secolo. Il TTIP appare come lo sviluppo consequenziale di euro e UE, e per questo appare davvero strana la posizione di chi si mobilita contro il TTIP ma elude il nodo dell'uscita da euro e UE.
(M.B.)

mercoledì 23 aprile 2014

Piedi storti


Marino Badiale ha illustrato la consistenza logica di un classico argomento “eurista” con una metafora assai calzante, è il caso di dirlo. Il giornalista di Repubblica Federico Fubini non si capacita che l'euro possa avere qualche responsabilità nel declino economico del nostro paese, visto che è la stessa moneta di paesi che crescono (si fa per dire). Il nostro non ha ben riflettuto su quale sia il contenuto del principio di eguaglianza: non si tratta solo di far parti eguali tra eguali, ma soprattutto di NON fare parti eguali tra diseguali. Perciò è perfettamente possibile che una condizione eguale a più soggetti sia causa di disparità tra gli stessi soggetti; proprio peché questi NON sono eguali. Ma c'è di più. Spesso far parti eguali fra diseguali non solo crea disagio per i soggetti coinvolti, ma dà vita a fenomeni di retroazione positiva. Questa è una qualità dei sistemi dinamici nei quali i risultati del sistema vanno ad amplificare il funzionamento del sistema stesso. Può essere presa ad esempio l'agire della forza centrifuga, o anche il c.d. Effetto domino. Mettere economie diverse nello stesso mercato produce, in primo luogo, una polarizzazione tra le diverse economie, che si aggrava sempre di più: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Ecco perché l'eguaglianza non è il principio giusto per fondare la pretesa dell'unificazione europea. Il principio giusto è quello di eguagliamento. Prendiamo la Costituzione, all'art. 3. Questo è il princio di eguaglianza:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Questo è quello di eguagliamento:
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
In termini fisici, l'eguagliamento equivale ad una retroazione negativa: i risultati del sistema tendono a equilibrare il sistema stesso. Una buona metafora è quella della boa: la boa può scendere sotto il pelo dell'acqua, ma ritorna inesorabilmente a galla ripristinando la condizione originaria. In Europa una simile dinamica potrebbe essere rappresentata da una robusta stagione di politiche industriali e redistributive, dal Nord al Sud, che riavvicinino le condizioni economiche dei diversi paesi.
Ecco, a mio avviso, il principale capo di imputazione che pende sui responsabili del processo di integrazione (?) europea: non aver avvicinato tra loro le condizioni di benessere dei vari paesi, ma anzi l'averle divaricate in maniera forse irreparabile.
Tuttavia, il discorso non può chiudersi qui. Dobbiamo sforzarci di intendere quello che Fubini voleva dirci col suo linguaggio maldestro. Si tratta di un messaggio molto importante: potremmo definirlo il cuore stesso dell'ideologia dell'adesione italiana dell'euro.
Noi facciamo bene a mettere in luce che la scarpa euro non può andare bene per tutti i piedi europei, poiché questi sono diversi tra loro. Chiediamoci, giunti a questo punto: ma perché mai quei piedi sono così diversi?
Qui il discorso deve farsi più circoscritto. È abbastanza facile intuire cosa distingue l'economia tedesca da quella greca o portoghese. Tuttavia la retroazione positiva, la diseguaglianza come prodotto dell'eguaglianza, non coinvolge solo piccole economie marginali, ma paesi del calibro della Francia o dell'Italia. Concentriamoci sul nostro paese. Abbiamo capito che non dovremmo avere la stessa moneta della Germania; ma perché la nostra moneta, per garantirci competitività, deve essere strutturalmente più debole di quella tedesca?
È necessario ammettere che il ritorno alla lira sarebbe, da parte dell'Italia, equivalente al ricorso ad una serie di misure protezionistiche. Si protegge ciò che è debole da ciò che è più forte. Cosa rende la Germania così forte?
La risposta standard in genere è: il taglio (o la mancata crescita) dei salari tedeschi. Ne abbiamo parlato infinite volte; ma questa spiegazione può (forse) spiegare il differenziale di produttività con la Francia. Non ci dice molto, invece, sullo svantaggio competitivo del nostro paese, un paese che ha vissuto una deflazione salariale ancora più radicale di quella tedesca.
Dovremmo cominciare ad ammettere che il capitalismo tedesco è più grande, forte e moderno del “nostro”; e che con tutta probabilità tra le ragioni di questa maggior forza un ruolo non secondario hanno tutti quei fattori che gli anti-euro derubricano a “Propaganda PUDE”: la corruzione, l'evasione fiscale, l'illegalità di massa, i differenti livelli di scolarizzazione, la dimensione relativa delle imprese, gli investimenti in ricerca e sviluppo...
Riepilogando: far parti eguali tra diseguali è disastroso, ma le radici della diseguaglianza tra noi e la Germania sono in massima parte endogene, e uscire dall'euro, in sé, non ci aiuterà a risolverle. Ecco il senso di quel che voleva dire lo sventurato Fubini.
Vero è che l'uscita dall'euro potrebbe darsi come condizione necessaria di un generale “risveglio” dell'economia italiana. Dal punto di vista meccanico-economico la cosa appare sensata. Dal punto di vista politico (che poi è quello che conta) non sarei così ottimista. Spiego.
L'errore strategico degli “euristi” è stato quello di pensare, contro ogni logica economica ed esperienza storica, che il mercato unico europeo avrebbe generato una retroazione negativa tra i paesi europei; che per il solo fatto di non poter contare sulle svalutazioni le imprese italiane sarebbero divenute più competitive: che per insegnare a nuotare a qualcuno il modo migliore sia gettarlo, di soppiatto, in acqua. Et de hoc satis: abbiamo visto cos'è accaduto.
Il guaio di molti anti-euro, invece, è il tener in nessun conto le ragioni strutturali e endogene della debolezza italiana. Sembra che propongano di tenerci stretti evasione fiscale, scarso dimensionamento delle imprese, scarsi investimenti di alto livello ecc, però riparati dietro lo scudo della lira svalutata. Sembra che propongano, in sintesi, di proteggere le debolezze del capitalismo italiano. Tale posizione politica, che non mi pare esagerato ascrivere alle forze che su quelle debolezze hanno costruito il loro successo, come la Lega, Forza Italia e fascisteria varia, è sicuramente perdente e retrograda. Il bipolarismo tra pro-euro e anti-euro sopra descritti condurrà questo paese lungo la china di un irreversibile declino.
Quel che sorprende è vedere che nessuno, nell'ambito della classe dominante di questo paese, ha uno straccio di idea di come affrontare il problema principale: la rimozione degli elementi che ci impediscono di assomigliare a una grande potenza capitalistica. Sono tutti presi a discettare del vincolo esterno, vuoi rafforzandolo (piddini) vuoi indebolendolo (leghisti), senza proporre nulla che possa incidere sulle ragioni endogene del nostro declino.
Lungi da me suggerirgliele. Tali diatribe dovrebbero essere perlopiù estranee a chi coltiva una una prospettiva di superamento del capitalismo. Il capitale italiano soffre, da sempre, di una debolezza cronica e inemendabile. Solo il suo rovesciamento potrà salvare questo paese dallo sfacelo. Ma in fondo, a ben guardare, questo vale per tutti i popoli allo stesso modo. (C.M.)

sabato 19 aprile 2014

La colpa è dei tuoi piedi


Il risvolto di copertina dell'ultimo libro di Federico Fubini ci spiega che

“Da quando l'euro è iniziato siamo andati peggio degli altri. Non può dunque essere colpa della moneta unica e delle sue regole, una condizione uguale per tutti, ma di una differenza italiana.”

Siano di fronte a una fallacia logica davvero notevole. Facciamo un esempio per capirci. Si prende un gruppo di una ventina di persone: uomini e donne, bambini, adulti e vecchi, alti e bassi, grassi e magri, e si comunica loro la bella idea che, per rendere più pratico e facile l'acquisto delle scarpe, dovranno tutti portare scarpe dello stesso numero, diciamo il 41. Cosa succederà? Che chi ha il piede della misura giusta si troverà bene, tutti gli altri si lamenteranno delle scarpe troppo piccole o troppo grandi. Ma arriva Fubini a mettere a posto questi criticoni: dov'è il problema? Se abbiamo adottato “una condizione uguale per tutti”, e voi state male e gli altri no, la colpa evidentemente è vostra! Tagliatevi i piedi!

A Fubini non passa neppure per la mente l'idea che il problema è appunto quello di avere adottato “una condizione uguale per tutti”, per paesi ed economie diverse fra loro. Comunque, se questo è il livello degli argomenti del mainstream pro-euro, viene davvero da dare ragione a Bagnai, quando dice che abbiamo già vinto. Almeno sul piano delle idee.
(M.B.)









giovedì 17 aprile 2014

La lettera di Padoan, e la risposta della Commissione

Ecco il testo tradotto dello scambio di lettere tra il Ministro Padoan e il Vice-Presidente della Commissione Europea Sim Kallas. Qui gli originali. 
 Con questo documento il Governo ufficializza di voler derogare agli obiettivi di bilancio stabiliti dagli accordi europei. Valuti il lettore se ciò rappresenta o meno una conferma di quanto previsto da questo blog.

Dear Sim,
Sono lieto di poterti inviare, allegato a questa lettera, il Documento di Economia e Finanza italiano per il 2014, al cui interno vi sono i Programmi di Stabilità e Riforma Nazionale.
Questo documento costituisce la risposta del Governo italiano agli effetti della dura recessione che ha colpito il paese tra il 2012 e il 2013, contemplando misure concrete per aumentare il potenziale di crescita nel medio termine e implementare importanti riforme strutturali.
Il Governo italiano, al fine di reagire agli effetti della recessione, e in armonia con la clausola delle "circostanze eccezionali" di cui alla Legge sull'Equilibrio di Bilancio (L. 243/2012, art. 6), ha deciso di accellerare il pagamento degli arretrati dei debiti della Pubblica Amministrazione con le imprese nella misura di ulteriori 13 miliardi di euro nel 2014, il che provocherà un aumento del rapporto debito/PIL riferito allo stesso anno.
La clausola richiamata stabilisce che il Governo può, informata la Commissione e riferito al Parlamento, deviare temporaneamente dagli obiettivi di bilancio, qualora ciò sia ritenuto necessario per affrontare"circostanze eccezionali".
Al capitolo 3 del Programma di Stabilità è descritto in dettaglio il piano di riallineamento dei conti pubblici. Esso prevede un rallentamento della convergenza al MTO* nel 2014 (con una riduzione del deficit dello 0,2% del PIL), una forte convergenza nel 2015 (con una riduzione dello o,5), e una piena convergenza nel 2016, con il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio. Tale manovra fiscale sarà inoltre accompagnata da un esteso piano di privatizzazioni, per un valore pari allo 0,7% del PIL all'anno, finalizzato al ridimensionamento della dinamica del debito pubblico. Questo piano assicurerà un pieno rispetto delle regole di bilancio europee.
Nella parte rimanente del 2014, il Governo utilizzerà i risparmi derivanti dal processo di revisione della spesa per finanziare ambiziosi programmi di alleggerimento fiscale e di rafforzamento del potenziale di crescita italiano nel medio e breve periodo.
Yours Sincerely,
P.C.P.

Dear Mr. Padoan,
è mio piacere ringraziarti, anche a nome del Vice-Presidente Kallas, della lettera inviataci in data 16 aprile. La Commissione prende atto dell'annunciata deviazione temporanea dagli obiettivi di bilancio e del rinvio al 2016 del raggiungimento del pareggio strutturale. La Commissione, nell'ambito del Semestre Europeo, giudicherà il percorso di aggiustamento finalizzato al MTO nel contesto della valutazione dei Programmi di Stabilità e Riforme, la quale verrà pubblicata in data 2 giugno.
Yours Sincerely,
Marco Buti

*Medium Term Objective, obiettivo di medio termine. Si riferisce alla soglia del 3% del rapporto deficit/PIL.

martedì 15 aprile 2014

Lieto di correggermi...

Sapevo di essere un po' impreciso, dicendo qualche giorno fa che "i comunisti buoni sono sempre quelli degli altri". Sono lieto di correggermi e di segnalare questo intervento di Domenico Moro, che mi sembra molto chiaro e lucido. Con Domenico Moro avevo avuto una polemica non gradevole, anni fa, a proposito della decrescita. Ma, a differenza dei comunisti, io non porto rancore...
(M.B.)