Claudio Martini
Nella scorsa settimana sono accaduti due fatti interessanti, i quali coinvolgono diverse categorie del diritto e costituiscono allo stesso tempo dirimenti questioni politiche. Si tratta del caso dei due fucilieri che avrebbero dovuto essere processati in india, e non lo saranno, e della manifestazione al tribunale di Milano dei deputati PdL a difesa del loro capo.
Il primo caso consiste una una complessa controversia internazionale, di cui non è evidente la necessaria disciplina giuridica. Chi scrive, pur studente di giurisprudenza, ammette la sua ignoranza. L'unica cosa che mi viene in mente è il patto di Londra del 51, che consente ai militari NATO di essere processati, per i delitti commessi in territorio italiano, soltanto da corti militari dei paesi d'appartenenza. È ben possibile che che la giurisdizione sia contendibile tra più stati, quando un delitto è commesso in territorio neutro; e può darsi che il personale militare all'estero goda di una qualche forma di immunità. Restano i seguenti fatti: l'Italia si è resa colpevole di un grave sgarbo diplomatico; due pescatori indiani sono stati assassinati.
Rispetto al primo fatto c'è poco da dire: da un lato dimostriamo,ancora una volta, di non essere un paese granché affidabile, dato che i due militari ci erano stati riconsegnati dietro "promessa di restituzione"; dall'altro sembra abbastanza evidente che dietro alla mancata riconsegna ci sia una qualche forma di accordo con le autorità indiane. Almeno, questa è l'opinione dei cittadini del Kerala che protestano dando alle fiamme la foto del premier indiano Manmohan Singh.