sabato 12 aprile 2014
Lo dice la Bocconi!
Segnaliamo questa lettura. Il "segreto" del mercantilismo tedesco e dell'euro ormai non è più tale per nessuno. Stupisce che ci siano voluti 10 anni per comprenderlo...
giovedì 10 aprile 2014
L'europeismo è un aborto dell'imperialismo
Qualcuno si ricorderà di cosa pensasse degli Stati Uniti d'Europa un fine intellettuale di inizio novecento. Stavolta parliamo delle opinioni di un altro celebre autore, Rosa Luxemburg, in un suo scritto.
Lo Scalfari di fine ottocento affermava:
Lo Scalfari di fine ottocento affermava:
Per ottenere una pace duratura, che bandisca per sempre il fantasma
della guerra, c’è solo una cosa oggi da fare: l’unione degli stati della
civiltà europea in una federazione con una politica commerciale comune,
un parlamento, un governo e un esercito confederali - ossia la
formazione degli Stati Uniti d’Europa. Qualora si riuscisse in questa
impresa, un grandioso passo potrebbe dirsi compiuto.
Non è uguale?
Altri esponenti della sinistra del tempo rincaravano la dose:
Noi esigiamo l’unione economica e politica degli stati europei. Io sono
fermamente convinto che gli Stati Uniti d’Europa, non solo si
realizzeranno sicuramente durante l’era del socialismo, ma potrebbero
realizzarsi anche prima che giunga quel tempo, per far fronte alla
concorrenza commerciale degli Stati Uniti d’America. In conclusione noi
chiediamo che la società capitalista, che i capi di stato capitalisti,
nell’interesse dello sviluppo capitalista dell’Europa stessa, al fine di
evitare che l’Europa venga completamente sommersa della competizione
mondiale, si preparino a questa unificazione dell’Europa negli Stati
Uniti d’Europa.
Siamo nel 1911. Non sembra il 2011?
Che rispondeva la Luxemburg?
L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a
prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento
non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione
della socialdemocrazia. (...) noi
abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre
strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia
creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria,
ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento
economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei?
l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo
capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte
concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno
dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando
questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli
stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi
non europei. (...) Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e
dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità
economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. L’Europa non
rappresenta una speciale unità economica all’interno dell’economia
mondiale più di quanto non la rappresenti l’Asia o l’America.
Che significa? Luxemburg ci ricorda una cosa molto simile: la regola del capitalismo è quella della competizione, della competizione feroce e continua. Gli stati, e i loro eserciti, sono strumento della competizione tra i soggetti principali della competizione inter-capitalistica. Dunque è illusorio immaginare che possa esistere la pace nel capitalismo, a prescidere dalle forme che assumono gli Stati in quell'ambito. Considerate che l'autrice scriveva nel 1911...
Dopo l'apocalisse dei due conflitti mondiali, in Europa sembra tramontata l'era dei conflitti armati; ma l'Unione Europea è l'arena ideale della guerra economica tra gli stati membri, come vediamo ogni giorno. Perché vi sia questa guerra economica c'è bisogno della frammentazione e dell'assenza di solidarietà tra i cittadini europei; eppure per aversi un popolo europeo, fondamento ineludibile di un vero Stato europeo, occorrerebbero proprio solidarietà e identità di vedute tra i diversi cittadini europei. Ne segue che è del tutto implausibile che l'Unione evolva negli Stati Uniti: proprio perché l'una si fonda sull'assenza di quegli elementi che sarebbero indispensabili per avere gli altri.
L'altro motivo per cui Luxembourg escludeva che gli Stati Uniti potessero essere una parola d'ordine dei rivoluzionari attiene al fatto che essa rimanda ad un certo qual "nazionalismo europeo": gli europei si unirebbero, sostanzialmente, contro gli altri popoli del mondo. In altre parole, l'europeismo non è il coronamento, ma il contrario esatto dell'internazionalismo. E infatti:
Possiamo dire che Rosa Louxemburg è stata profetica! (C.M.)
Dopo l'apocalisse dei due conflitti mondiali, in Europa sembra tramontata l'era dei conflitti armati; ma l'Unione Europea è l'arena ideale della guerra economica tra gli stati membri, come vediamo ogni giorno. Perché vi sia questa guerra economica c'è bisogno della frammentazione e dell'assenza di solidarietà tra i cittadini europei; eppure per aversi un popolo europeo, fondamento ineludibile di un vero Stato europeo, occorrerebbero proprio solidarietà e identità di vedute tra i diversi cittadini europei. Ne segue che è del tutto implausibile che l'Unione evolva negli Stati Uniti: proprio perché l'una si fonda sull'assenza di quegli elementi che sarebbero indispensabili per avere gli altri.
L'altro motivo per cui Luxembourg escludeva che gli Stati Uniti potessero essere una parola d'ordine dei rivoluzionari attiene al fatto che essa rimanda ad un certo qual "nazionalismo europeo": gli europei si unirebbero, sostanzialmente, contro gli altri popoli del mondo. In altre parole, l'europeismo non è il coronamento, ma il contrario esatto dell'internazionalismo. E infatti:
Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa
fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte
le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli
“Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno
sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei,
l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il
“pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche
parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.
Possiamo dire che Rosa Louxemburg è stata profetica! (C.M.)
mercoledì 9 aprile 2014
Due mosse da maestro
Da qualche parte nel Movimento 5 Stelle ci dev'essere uno stratega. Chiunque sia, a lui vanno i miei complimenti. In pochi giorni il Movimento ha messo a segno due colpi da alta scuola politica. In primo luogo Grillo e Casaleggio hanno firmato l'appello di Libertà e Giustizia. Così facendo, hanno creato un cortocircuito molto simile a quello occorso un anno fa, quando il Movimento scelse Rodotà come candidato Presidente della Repubblica. Il mondo della grande intellettualità progressista e democratica viene così strappato dall'abbraccio soffocante dei piddini, e riportato ad una dimensione più respirabile. I club dell'intellighenzia italiana hanno uno storico difettuccio: somigliano a circoli di generali senza truppe. Elaborano progetti meravigliosi, incarnano quelle qualità e competenze che potrebbero salvare questo paese; e tuttavia mancano di quel sostegno popolare senza il quale non si fa politica, ma si chiacchiera. Dall'altra parte il Movimento dispone di una capacità di consenso e mobilitazione invidiabile, ma difetta di valide risorse intellettuali. Insomma, si tratta di gruppi complementari, anche se apparentemente distanti (che c'azzeccano Micromega e il Vaffanculo?). Faccio notare che, fino a due settimane fa, Libertà e Giustizia era impegnata a tempo pieno nell'insulto al Movimento.
Non contento, lo stratega 5 stelle ha pensato bene di balcanizzare (forse definitivamente) il PD. Com'è noto, la "sinistra" interna di quel partito ha proposto un disegno di legge costituzionale alternativo all'aborto di Renzi. È bastato che il capogruppo 5 stelle al Senato esprimesse un pubblico apprezzamento per il testo per scatenare la guerra civile dentro al PD. Notare: il c.d. Testo Chiti ha ora l'appoggio di 22 senatori del PD, 40 5stelle, 7 arci-probabili di Sel e anche 15 dei "grillini dissidenti" (se ancora frequentano il Senato). Fa 84; una cifra da non sottovalutare.
Avremo tempo di analizzare il Testo Chiti; e già che ci siamo proporremo la lettura di un altro DDL costituzionale, avanzato anni fa, tra gli altri, da Rodotà. Al di là del merito della questione, in termini tattici il Movimento ha fatto diversi passi avanti; e soprattutto appare in grado di mettere in crisi Renzi e il PD. (C.M.)
Non contento, lo stratega 5 stelle ha pensato bene di balcanizzare (forse definitivamente) il PD. Com'è noto, la "sinistra" interna di quel partito ha proposto un disegno di legge costituzionale alternativo all'aborto di Renzi. È bastato che il capogruppo 5 stelle al Senato esprimesse un pubblico apprezzamento per il testo per scatenare la guerra civile dentro al PD. Notare: il c.d. Testo Chiti ha ora l'appoggio di 22 senatori del PD, 40 5stelle, 7 arci-probabili di Sel e anche 15 dei "grillini dissidenti" (se ancora frequentano il Senato). Fa 84; una cifra da non sottovalutare.
Avremo tempo di analizzare il Testo Chiti; e già che ci siamo proporremo la lettura di un altro DDL costituzionale, avanzato anni fa, tra gli altri, da Rodotà. Al di là del merito della questione, in termini tattici il Movimento ha fatto diversi passi avanti; e soprattutto appare in grado di mettere in crisi Renzi e il PD. (C.M.)
martedì 8 aprile 2014
Ah, ecco come ci pagano gli 80 euro
Ma naturalmente è solo l'antipasto. Nei prossimi tre anni ci venderemo altri 30 miliardi di aziende pubbliche. A beneficio di chi ha i soldi, ossia i capitali esteri.
E le misure non risparmieranno, a quanto pare, nemmeno le ex-municipalizzate, cioè le società che erogano i servizi pubblici locali. Come a Firenze, tipo.
E noi che facciamo? Non reagiamo? Alle europee, tipo? (C.M.)
lunedì 7 aprile 2014
Fatti nuovi, tutti assieme
Mettiamo in fila alcuni fatti, praticamente tutti arcinoti; tuttavia è importante cercare di coglierli nel loro significato. Tutti insieme sembrano dare un certo segnale. Vediamo:
-Sappiamo che Renzi vuole aumentare il rapporto defict/pil del nostro paese. Il Premier dice che rispetterà i parametri di Maastricht, ossia il limite del 3%; ma i nostri lettori sanno che il Fiscal Compact impone di non superare lo 0,2. Tanto è vero che ci si chiede se Renzi sappia quali siano gli effettivi contenuti dei patti europei. Ma a ben guardare è una questione irrilevante: la nuova dirigenza PD, nelle parole del responsabile economico del partito, vuole rimettere in discussione proprio i termini dei trattati. E uno.
-Il nuovo ministro dell'economia francese- nominato a seguito della grande sberla- annuncia che anche il suo governo metterà in discussione i vincoli di bilancio. E due.
-In Germania il governo di grande coalizione sta per introdurre un salario minimo legale che dovrebbe aiutare i salari reali, diminuire la precarietà e sostenere la domanda interna. E tre.
-Mario Draghi annuncia misure non convenzionali per sostenere la crescita europea e rendere, di fatto, più facile ripagare i debiti degli Stati e dei privati dell'Europa meridionale. In pratica, si tratta di una monetizzazione generalizzata dei debiti europei. Un intervento non privo di contraddizioni, ovviamente. Un intervento che conserva la sua importanza, tuttavia. E quattro.
Che impressione si trae tenendo nel nostro campo visivo questi fatti nuovi, tutti assieme? Vi invito a dire la vostra. A me danno l'impressione di una conferma di un sentore che ho già espresso qui e qui. Le classi dirigenti europee, dopo la normalizzazione neoliberista dell'intero continente, si apprestano a smantellare-gradualmente- il dispositivo dell'austerità. Il che, fra le altre cose, sortirà l'effetto di impedire che l'euro crolli sotto il peso delle sue contraddizioni. (C.M.)
-Sappiamo che Renzi vuole aumentare il rapporto defict/pil del nostro paese. Il Premier dice che rispetterà i parametri di Maastricht, ossia il limite del 3%; ma i nostri lettori sanno che il Fiscal Compact impone di non superare lo 0,2. Tanto è vero che ci si chiede se Renzi sappia quali siano gli effettivi contenuti dei patti europei. Ma a ben guardare è una questione irrilevante: la nuova dirigenza PD, nelle parole del responsabile economico del partito, vuole rimettere in discussione proprio i termini dei trattati. E uno.
-Il nuovo ministro dell'economia francese- nominato a seguito della grande sberla- annuncia che anche il suo governo metterà in discussione i vincoli di bilancio. E due.
-In Germania il governo di grande coalizione sta per introdurre un salario minimo legale che dovrebbe aiutare i salari reali, diminuire la precarietà e sostenere la domanda interna. E tre.
-Mario Draghi annuncia misure non convenzionali per sostenere la crescita europea e rendere, di fatto, più facile ripagare i debiti degli Stati e dei privati dell'Europa meridionale. In pratica, si tratta di una monetizzazione generalizzata dei debiti europei. Un intervento non privo di contraddizioni, ovviamente. Un intervento che conserva la sua importanza, tuttavia. E quattro.
Che impressione si trae tenendo nel nostro campo visivo questi fatti nuovi, tutti assieme? Vi invito a dire la vostra. A me danno l'impressione di una conferma di un sentore che ho già espresso qui e qui. Le classi dirigenti europee, dopo la normalizzazione neoliberista dell'intero continente, si apprestano a smantellare-gradualmente- il dispositivo dell'austerità. Il che, fra le altre cose, sortirà l'effetto di impedire che l'euro crolli sotto il peso delle sue contraddizioni. (C.M.)
domenica 6 aprile 2014
Alle spalle dei rivoluzionari
J.B.Schor, Nati per comprare, Apogeo 2005. J.Balkan, Assalto all'infanzia, Feltrinelli 2012.
Ci siamo chiesti tempo fa “perché la gente non si ribella?” e abbiamo esaminato alcune possibili risposte. Avevamo detto che forse, per trovare risposte convincenti, occorre indagare temi di psicologia e antropologia. Qualche indizio (non una risposta compiuta, s'intende) mi sembra di averlo trovato in questi due libri, che descrivono, in modi diversi ma convergenti, come l'attuale sistema economico stia invadendo la sfera dell'infanzia per trasformare, ad un'età sempre minore, i bambini in consumatori compulsivi. Si tratta di un esempio perfetto di ciò che, assieme al compianto Massimo Bontempelli, avevamo chiamato “capitalismo assoluto”: il fenomeno per il quale la logica del profitto e dell'accumulazione capitalistica si estende a tutti gli ambiti della vita, anche a quelli che tradizionalmente ne erano immuni, o solo marginalmente sfiorati. Dal mio punto di vista, è particolarmente notevole il modo, descritto in questi libri, in cui le corporations sono riuscite a penetrare nella scuola: prima come sponsor, favorite dalla cronica mancanza di fondi delle scuole pubbliche, poi addirittura donando alle scuole stesse “pacchetti educativi” completi di programmi e materiale didattico. Per cui, come osserva allarmata Juliet Schor, a pag.104 del suo libro, ormai “le corporations redigono i programmi di studio”. Entrambi i libri parlano della situazione negli USA, ma non è difficile immaginare che prima o poi cose del genere si produrranno anche nel nostro paese: basti pensare a come le scuole siano sempre più oppresse da ristrettezze economiche, per capire che le resistenze a questo tipo di pratiche, resistenze che indubbiamente in Italia ci sono e forti, tenderanno sempre più ad essere sommerse dalle necessità finanziarie.
Lasciamo ai lettori di scoprire, leggendo questi due libri, le tecniche e le strategie di marketing delle corporations nella loro marcia verso la conquista dell'infanzia.
Quello che mi preme è rilevare come una generazione educata al consumismo compulsivo avrà difficoltà, una volta cresciuta, a pensare una società alternativa a quella appunto consumistica. Più in profondità, riprendendo un'osservazione di Massimo Bontempelli (di cui adesso non so ritrovare il luogo), è probabile che un'educazione costruita sull' “usa e getta” consumistico abbia difficoltà a darsi della basi caratteriali solide per la vita, e tenda a creare personalità conformistiche e deboli. E' solo un'intuizione, ma è probabile che qui ci sia una parte della risposta al “perché la gente non si ribella”. In ogni caso, è chiaro che, perseguendo il proprio profitto nei modi descritti in questi due libri, le corporations stanno lavorando “alle spalle dei rivoluzionari”: mentre questi ultimi si sforzano di produrre discorsi razionali per convincere gli adulti, il capitalismo assoluto sta conquistando l'anima dei nostri figli.
(M.B.)
Questo post viene pubblicato anche su "Appello al popolo": http://www.appelloalpopolo.it/?p=11032
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mercoledì 2 aprile 2014
Come i contratti flessibili abbattono la produttività del lavoro
Ci dicono continuamente che l'Italia deve tornare competitiva. In nome appunto della competitivià, in questi anni il ceto politico ha fatto completo strame dei diritti del lavoro. Quali risultati sono stati ottenuti?
Paolo Pini ci spiega come l'unico effetto della tempesta "riformatrice" degli ultimi anni è stato un crollo generalizzato della produttività del lavoro. I dati del resto sono impressionanti. Ecco la crescita annua (2000-2012) per ora lavorata secondo l'OCSE.
Ed ecco il parallelo, svolto in un altro articolo di Pini, tra interventi normativi che creano precarietà e produttività del lavoro.
Paolo Pini ci spiega come l'unico effetto della tempesta "riformatrice" degli ultimi anni è stato un crollo generalizzato della produttività del lavoro. I dati del resto sono impressionanti. Ecco la crescita annua (2000-2012) per ora lavorata secondo l'OCSE.
Ed ecco il parallelo, svolto in un altro articolo di Pini, tra interventi normativi che creano precarietà e produttività del lavoro.
Qualcuno potrebbe chiedersi: ma almeno la flessibilità del lavoro avrà ridotto la disoccupazione? Chi avesse bisogno di delucidazioni, e non si accontenta di quel che vediamo con i nostri occhi ogni giorno, può leggere questo.
Come mai si verifica questo fenomeno? In estrema sintesi, ciò avviene perché le imprese, godendo dello strumento della flessibilità del lavoro, con tutto ciò che ne consegue anche per il salario, perdono lo stimolo ad investire. La spinta a innovare proviene anche dall'impossibilità di aumentare i profitti semplicemente "schiacciando" i lavoratori. Le rivendicazioni di questi ultimi potrebbero riassunte come il vincolo interno alle scelte degli imprenditori. Vincolo che il ceto politico ha indebolito fin quasi a farlo sparire, esattamente negli anni in cui si cementava il vincolo esterno. (C.M.)
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