giovedì 1 maggio 2014

Ancora sui "Piedi storti", ovvero come le cause del declino italiano siano endogene

Il precedente post (che riprendeva a sua volta questo articolo) ha sollevato qualche perplessità. Qualcuno ha avanzato una risposta alla domanda che ponevo -perché la Germania è strutturalmente più competitiva dell'Italia-, ma i più hanno sostanzialmente respinto la mia argomentazione. Probabilmente ho spiegato male ciò che intendevo. Per rimediare prenderò a prestito uno scritto di Vladimiro Giacché. Con Giacché dovremmo andare sul sicuro: ha scritto l'ottimo Anschluss, ed è membro del comitato scientifico di A/simmetrie. Si tratta dunque di un autore al di sopra di ogni sospetto. Se non credete a me crederete a lui.
Vi segnalo dunque questo breve, ma denso saggio del 2004. Erano i tempi in cui Giacché, in altri scritti, affermava:
punto da cui partire è questo: l’orizzonte europeo non è una dimensione che si può scegliere o meno; è un contesto necessario e quindi anche un nuovo campo di possibilità.
E rincarava la dose:
Al tempo stesso, la moneta unica chiude - almeno tendenzialmente - lo spazio nazionale come orizzonte strategico dell’azione sindacale e politica. Questo significa che non esiste oggi alcuno spazio per un ritorno alla “sovranità perduta”, ossia non c’è alcuna possibilità di successo per chi si rinchiuda in un orizzonte politico e rivendicativo nazionale.  
Ma torniamo al saggio del 2004. Vi consiglio vivamente di leggerlo e rileggerlo, perché c'è tutto. C'è l'analisi del nanismo delle nostre imprese, e delle ragioni politiche di tale nanismo. Viene descritto il legame tra nanismo e mancato sviluppo capitalistico. Viene chiarito un punto importante: come la vocazione tipica delle PMI sia da far da sub-fornitrici delle grandi imprese, le uniche in grado di "servire" direttamente il mercato dei prodotti finiti; e dato che le grandi imprese, in Europa, sono sopratutto tedesche, ecco "svelato" che buona parte delle imprese esportatrici del Nord-Est altro non sono che fornitrici delle multinazionali tedesche. Questo fatto ci aiuta anche a capire perché il partito delle PMI del nord, la Lega, sia stata per anni genericamente "filo-tedesca"; e perché anche Matteo Salvini, fino a un anno e mezzo fa, volesse tenere la "Padania" all'interno dell'eurozona, escludendo il Sud. 
Del resto, a prendere sul serio il vecchio slogan leghista, cioè quello dell'indipenza della Padania (oggi del solo Veneto, chissà perché), noi avremmo a che fare con la proposta di creare un nuovo stato completamente inserito nell'orbita della Germania, non meno della Slovenia o del Lussemburgo...

Nel testo di Giacché si individua la relazione tra bassi salari, evasione fiscale e carenza di investimenti. Le PMI, potendo lucrare su una classe operaia remissiva e frantumata, nonché su una condizione di illegalità di massa (fiscale, contributiva, ambientale, ecc), non hanno incentivi né all'accorpamento né all'investimento. La mancanza di economie di scala, garantite dalle grandi imprese, è un ulteriore fattore che gioca contro l'investimento in nuove tecnologie. La pretesa di conservare il controllo familiare sull'azienda, d'altro canto, crea una condizione di cronica sotto-capitalizzazione  delle imprese, da cui segue il ricorso al credito bancario non, come sarebbe normale, per finanziare investimenti, ma semplicemente per ottenere liquidità; e questo aiuta a spiegare perché la crisi dello spread, con conseguente aumento del tasso di interesse dei prestiti bancari, sia risultato così esiziale per molte imprese italiane.

A questa galleria degli errori si potrebbe aggiungere anche qualcos'altro. La massa delle PMI è anche massa elettorale. Tale massa ha votato e sostenuto certe classi politiche in cambio di guarentigie: in particolare, che rimanessero invariati i livelli di illegalità e di evasione fiscale. Questa combinazione ha prodotto una generale condizione di profondo malgoverno, che ha generato una crisi dei servizi pubblici; ma i servizi pubblici efficienti (pensiamo solo alla scuola!) sono l'ambiente ideale per la nascita e lo sviluppo degli investimenti.

Ci si può chiedere se dal 2004 ad oggi non sia cambiato qualcosa. Per quanto riguarda le subforniture la situazione non pare sia cambiata: ancora pochi mesi fa, il Sole 24 Ore scriveva:
la Germania ha rafforzato la sua posizione a valle nelle catene del valore, avvicinandosi di più ai clienti finali, mentre l'Italia ha risalito la catena del valore verso posizioni più da fornitore. Nella catena manifatturiera l'Italia è oggi più fornitore e la Germania più vicina ai clienti. La partecipazione dell'Italia alla catena del valore diminuisce, mentre la Germania può contare maggiormente su network produttivi integrati.
Per quanto riguarda la dimensione delle imprese, il nanismo è rimasto. L'azione del governo Monti ha decimato le PMI, portandone decine (se non centinaia) di migliaia al fallimento, ma non si è verificato un contemporaneo processi di aggregazione tra imprese; anzi, la platea dei "top player" italiani si èsfoltita sempre di più dopo la fuga della FIAT. Insomma, mi sembra di poter dire che l'analisi di Giacché è assolutamente attuale.

Questa è l'ossatura del capitalismo italiano. L'euro ne ha messo a nudo la fragilità. Del resto la moneta unica, almeno dal punto di vista di buona parte della classe dirigente italiana, doveva servire appunto da rimesio a questa condizione di arretratezza. Ciò spiega anche perché Giacché fosse favorevole all'euro, e fosse vicino ad un partito (il PdCI) la cui linea strategica consisteva nel portare voti al partito dell'euro, al centrosinistra. Ma cosa è andato storto? Perché non ha funzionato? Ne parliamo in un prossimo post. (C.M.)

58 commenti:

  1. premetto che almeno secondo me non c'è alcun bisogno dell'appartenenza ad a/simmetrie o la benedizione di qualcuno per aver idee valide.

    comunque sia quanto detto qui è direi incontestabile.

    il punto che secondo me dimentichi è che fino a prima degli anni 90 quelle imprese nane fornivano anche le grandi imprese di stato italiane....che sappiamo tutti essere state un vero e proprio motore dello sviluppo economico del paese nel dopoguerra.

    tolto di mezzo quel modello, per motivi ben precisi, tutto è andato sempre più in crisi nei modi che dici.

    e non sono così sicuro che la condizione di strutturale maggior competitività della Germania fosse presente anche prima dello smantellamento del sistema capitalistico-dirigista italiano del dopoguerra. tant'è che dopo la fine del sistema dei cambi fissi nel 73 (se non sbaglio) la lira rivalutò progressivamente.
    dunque quel modello NON aveva bisogno della lira debole, dell evasione, della classe operaia sottomessa più che altrove per funzionare.

    sbaglio?

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    1. Hai centrato il punto.

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    2. Bene... cominciamo a mettere ben a fuoco la centralità delle questioni senza eluderle nel mare del monetarismo... bene

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  2. Ho letto l'articolo tutto condivisibile , il nanismo industriale , l'evasione fiscale eccessiva, la svalutazione ingiusta e l'irrigidimento dell'euro che avrebbe dovuto portare ad una nuova fase che però non si è vista , si una bella analisi ma come ogni analisi senza una soluzione e una via d'uscita è in definitiva un percosro storico esteticamente interessante ma di nessuna rilevanza pratica, sono convinto che oggi vadano incensare le soluzioni dei problemi anche perchè di analisi ne abbiamo le scatole piene, del resto se ho la polmonite, si la diagnosi è importante ma se il medico non mi prescrive l'antibiotico adatto muoio!

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  3. I problemi italiani sono noti e ben sintetizzati in questo post, ma la rogna ce la dobbiamo grattare da soli. E se non siamo capaci pazienza, non per questo dobbiamo rassegnarci a morire di fame nel nome di un moralismo ipocrita funzionale alla propaganda di regime. Lo straniero del nord a cui abbiamo deciso di sottometterci non viene in Italia a sistemarci i problemi e a insegnarci a stare al mondo, viene in Italia a fare in suoi interessi. Non è forse questa la lezione che (si spera) dovremmo aver imparato negli ultimi dieci anni?

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  4. Condivido tutto quello che è stato scritto su questo post. La descrizione del fenomeno è corretta (mi sono letto il saggio di Giacché e non ho trovato nessun punto di dissenso). Ma non abbiamo risposto alla domanda. Perché? Perché si è sviluppata la piccola e media impresa con le caratteristiche che sono state descritte, e perché in Germania si sono sviluppate le grandi concentrazioni con alto tasso di innovazione? Perché le grandi imprese pubbliche sono state smantellate in Italia e non in Germania? Lasciando stare le conseguenze disastrose, da voltastomaco, che sono state così ben impersonate da Berlusconi e dai suoi sodali. Perché è avvenuto? Le privatizzazioni le ha fatte per lo più Prodi, non Berlusconi però. Sembra che si siano dati la mano a costruire questo disastro. Già. Ma perché è accaduto qui e non in Germania? E poi un'altra domanda dobbiamo farcela. Se uscire dall'euro (ammesso che sia possibile) sia la condizione per far ritornare a galla tutta questa merda. C'è modo e modo di parlare di questi argomenti ma quello della Lega (e non solo) ripropone coerentemente questa linea e questo blocco sociale.

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    1. in Germania c'è la grande impresa principalmente privata.

      in Italia c'era la grande impresa principalmente pubblica.

      è una differenza sostanziale. perchè il modello di capitalismo scelto dalle elite europee continentali a partire dagli anni 90 prevedeva e prevede la soppressione graduale di tutto ciò che è pubblico....a meno che non sia utilizzato per favorire il grande privato.

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    2. AHAHAHAH
      http://it.wikipedia.org/wiki/Deutsche_Telekom
      http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/sindaprosti/sindaprosti/sindaprosti.html
      http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Volkswagen
      http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2013/02/11/news/kfw_cos_funziona_il_motore_della_germania-52371618/

      INFORMARSI è DIFFICILE MA VIVERE DI SLOGAN è IMPOSSIBILE

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    3. Chissà cosa dovrebbero dimostrare i "festini" a luci rosse dei dirigenti Volkswagen. È proprio vero che su internet ci va chi vuole, e non chi può.

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    4. @ Luca Tonelli. Sono parzialmente d'accordo. Parzialmente in quanto parzialmente la Volkswagen, ad esempio, era privata. Anche la Renault è stata a controllo pubblico e, ancora oggi, mantiene una quota dello stato francese. Credo che, tra le tante cause, ci sia da indagare la famosa e famigerata questione meridionale. La manodopera a basso costo proveniva dal mezzogiorno d'Italia che ha sempre costituito un grande "esercito di riserva". Perché innovare se si disponeva internamente di manodopera a così basso costo? Nel '63, dopo che il flusso migratorio era in diminuzione e il tasso di occupazione cresceva, ci fu lo "sciopero" degli investimenti. La Banca Centrale alzò enormemente il costo del denaro, gli investimenti crollarono, e la disoccupazione tornò a crescere. Il costo della manodopera, ovviamente, crebbe meno della produttività. Lo dico come spunto di riflessione, non ho certezze granitiche.

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    5. Claudio sei veramente il demonio!! Festini era, come multa siemens, per dimostrare che il sistema è uguale dappertutto, e tu che guardi all'italia con tanto disprezzo sei solo un provincialotto.
      Gli altri link dimostravano a @Luca che in germania il neo liberismo non è così in voga! KFW ne è l'esempio calzante ma anche gruppo VW ecc ecc
      Ma gli slogan son più facili delle argomentazioni
      È proprio vero che su internet ci va chi vuole, e non chi può.
      Rigurgiti moralismo in ogni frase!

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    6. Il mio post ha ricevuto diverse e ottime critiche, alcuni apprezzamenti, e una serie di peti. Ringrazio fin d'ora chi ha apprezzato e chi ha criticato; chiederei all'autore dei peti di esibire un po' di moderazione.

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  5. Un' analisi simile l'ha fatta anche Gianfranco La Grassa, lui generalmente liquida le pmi come i "cotonieri".
    Quindi la questione sarà poi come riscotruire la grande impresa di stato in Italia?
    Credo che la vicenda Telecom sia un paradigma di tutto ciò, finchè è stata pubblica andava poi addio. Probabilmente perchè all'interno di queste imprese si è costruita una solida leva manageriale che però non è riuscita a fare la differenza stante la naturale arretratezza del capitale.
    Una cosa però c'è da dire perchè la classe politica, avendo le leve non ha agito prima, anche per autoconservarsi?
    Comunque non credo che l'adesione ad un capitalismo come quello tedesco possa cambiare le cose visto che il debito pubblico anche lì aumenta, la gestione delle banche lascia molto a desiderare e per finire lo stato sociale è messo fortemente in discussione, si veda riforma Harz ecc.
    Credo che questa sia una risposta parziale che, aggiungendosi alle altre, dia il quadro d'insieme. A mio avviso va inseritoo anche quello che dice Bellofiore sul tasso decrescente di rendimento del capitale.
    Alla fine è la solita solfa dobbiamo pagare noi per la moltitudine dei pochi.
    Riccardo.

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  6. M.Badiale ha condotto un’analisi dettagliata e profonda dei mali del sistema economico industriale italiano, quindi tutto condivisibile, io però vorrei ricordare una lettura che feci nel 2011 di un libro di Damien Millet Éric Toussaint, “Debitocrazia”. Questa lettura mi colpì molto perché gli autori spiegavano con precisi dettagli quello che sarebbe successo, dicendo che l’Europa stava per essere sottoposta ad un processo di “terzomondizzazione”, cioè si stavano adottando i piani di aggiustamento strutturale che negli anni Ottanta erano stati imposti ai paesi del Sud del mondo.

    Dopo quella lettura capii che in Europa sarebbe successo qualcosa di tragico e mi misi a studiare le dinamiche macroeconomiche per capirne di più. Gli autori avevano previsto un’evoluzione sistemica del tessuto economico sociale del Paese, voluta dalle forze neoliberiste che governavano l’Europa. Un “golpe bianco”? Se osserviamo il procedere del corso giuridico degli eventi, dal Trattato di Maastricht a quello di Lisbona, dopo che Olanda e Francia avevano bocciato la Costituzione europea, non si può che assentire.

    Allora mi chiedo, se noi avessimo avuto la lira, con annessi e connessi, rapporto collaborativo Bankitalia e Tesoro, svalutazioni competitive, ecc., questa galleria degli errori non avrebbe avuto un impatto decisamente diverso sull’ossatura del capitalismo italiano, pur così fragile ?

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    1. lo smantellamento della grande impresa di stato - e quindi del "capitalismo pubblico" italiano - andò di pari passo col privarsi della banca centrale italiana come mezzo di finanziamento del fabbisogno statale.
      sono cose complementari alla restaurazione del mondo diviso fra eletti e lavoratori disciplinati, senza più alcun vero diritto sociale o costituzionale.

      senza dubbio ogni strumento di meno a disposizione ha aggravato e aggrava la situazione del Paese - cosa desiderata peraltro dal ceto politico....ma non ci si può concentrare solo su un lato del discorso.

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  7. Resto senza parole. Alcune osservazioni:

    1) Giusto il richiamo al fatto che la grande impresa pubblica in Italia è stata smantellata. Perché? Forse perché questa scelta era nella logica di Maastricht? PenZo di sì.
    2) Il sistema produttivo italiano non è solo il nord-est. Ci sono anche le produzioni tipiche italiane, dalle scarpe ai tessuti, dai prodotti agricoli al turismo. Tutti settori penalizzati in modo crescente dall'euro e spazzati via dalla moneta unica e dalla conseguente deflazione interna.
    3) Sbalio (sinnò corigeteme) ma la grande impresa è, spesso, un semplice main contractor che riunisce e assembla le produzioni di molti subfornitori. E che? In Italia sono tutti subfornitori di scatole di latta? Ce ne sono tanti (ad esempio la meccanica fine in Lombardia ed Emilia) che facevano prodotti di così ottima qualità da essere richiestissimi. Spazzati via dal cambio sfavorevole, così come dalle folli regole che impediscono agli Stati nazionali di incentivare i settori produttivi migliori.
    4) Sbalio (sinnò corigeteme) o esiste una coincidenza ben precisa tra declino della produttività e irrigidimento del cambio? E che? Tutti insieme, come un meccanismo ad orologeria, i piccoli produttori italici si sono messi a fare i pigri?

    Coloro che hanno voluto l'euro sono gli stessi che hanno deciso di puntare sul vincolo esterno per sottrarsi alla responsabilità di governare. Dove si vuole arrivare? Alla conclusione per cui, essendoci ormai asserviti, l'unico modo per avere un piatto di lenticchie consiste nel restare asserviti? Coloro che hanno voluto l'euro non sono forse gli stessi che hanno distrutto la grande impresa pubblica italiana? Lo hanno fatto perché andava di moda? Oppure lo hanno fatto perché avevano in mente un ben preciso modello sociale?

    Claudio Martini se la prende con le PMI. Queste avranno i loro limiti, e i loro difetti, ma dove sta scritto che la CRANTE IMPRESA TETESCA potrebbe prosperare con un cambio normale? A me risulta che la CRANTE IMPRESA TETESCA, prima dell'irrigidimento del cambio, non se la passava così bene da dettare legge come fa oggi. Per non parlare del fatto che la CRANTE IMPRESA TETESCA, per fregare la picciola impresina dell'italiuzza, ha dovuto diminuire i salari reali del 10%. Il tutto sforando i parametri di Maastricht. E la nostra classe politica, quella che ha demolito la grande impresa pubblica, che diceva? Ce li mostrava come modelli!

    Io direi che così tanti indizi formano una prova: il capitalismo italiano si è alleato con quello renano per sfruttare meglio i lavoratori. Ove, per lavoratori, io intendo non solo i salariati, ma anche i piccoli e medi imprenditori.

    Ma questa è solo la mia opinione. E' un bene, però, sapere come la pensa Claudio Martini. Se le cose andranno come io spero, ce ne ricorderemo. Non pretenderà mica di venire a dirci, un giorno, che lui "l'aveva sempre detto e che era d'accordo con noi"?

    Nella battaglia delle idee funziona come al gioco dell'oca: chi non ci azzecca sta fermo un giro.

    Auguri.

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    1. Be', per essere senza parole ne hai impiegate parecchie!

      Ti rispondo più tardi, ora ho da fare; sarà divertente, perché intravedo diverse perle!

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    2. 1) Che il piccolo (e addirittura il medio!) imprenditore sia equivalente al salariato è un'affermazione talmente fantastica da farti meritare, potenzialmente, la presidenza onoraria di Confcommercio-Confartigianato. Una delle principali ragioni sociali di queste associazioni è infatti convincere l'operaio che si trova nella stessa medesima barca del piccolo capitalista. Ma nemmeno loro avevano mai osato tanto. Bravo.

      2) "Queste avranno i loro limiti, e i loro difetti, ma dove sta scritto che la CRANTE IMPRESA TETESCA potrebbe prosperare con un cambio normale"

      Questo è il punto decisivo, che rivela l'incomprensione di quanto ho scritto negli ultimi post. Cosa mai sarebbe un cambio "normale"? Sarebbe forse un tasso determinato dal mercato, cioè dai flussi transnazionali di merci? Allora la Germania avrebbe dovuto rivalutare e noi svalutare. Giusto? Ebbene, l'intera argomentazione che sto cercando di portare avanti può essere riassunta nella domanda: perché la Germania avrebbe dovuto rivalutare, e noi svalutare? Cosa distingue le due economie? Perché le condizioni "normali" (come le chiami tu) porterebbero ad un apprezzamento del cambio tedesco, ma non di quello italiano? Di fronte a questo interrogativo, tu mi vieni a rispondere che il cambio fisso avvantaggia le imprese tedesche. Grazie, me lo avevano detto. Capisci che dopo un po' uno si deprime.

      3) "Alla conclusione per cui, essendoci ormai asserviti, l'unico modo per avere un piatto di lenticchie consiste nel restare asserviti? "

      Ma chi lo dice? Ma dove? Ma quando?

      4) "Ce ne sono tanti (ad esempio la meccanica fine in Lombardia ed Emilia) che facevano prodotti di così ottima qualità da essere richiestissimi. Spazzati via dal cambio sfavorevole, così come dalle folli regole che impediscono agli Stati nazionali di incentivare i settori produttivi migliori."

      Fammi capire: i loro prodotti erano talmente buoni da essere richiestissimi, ed è bastato un semplice apprezzamento del cambio per portarli fuori mercato? C'è una lievissima contraddizione... Comunque suggerirei di evitare l'anedottica, quando si parla di queste cose.

      5) "E' un bene, però, sapere come la pensa Claudio Martini. Se le cose andranno come io spero, ce ne ricorderemo. Non pretenderà mica di venire a dirci, un giorno, che lui "l'aveva sempre detto e che era d'accordo con noi"?"

      Ma che è 'sto tono?

      6) ti svelo un segretone: il tema dello smantellamento dell'industria pubblica era l'argomento centrale del post successivo, che ora ho completamente spoilerato. Aveste avuto un attimo di pazienza... Noto che, in questo settore del web, chi tocca le PMI muore. È una tendenza avallata dai grandi media mainstream, per i quali l'alfa e l'omega della politica economica sta appunto nella tutela delle PMI. Il fatto che lo scritto di Giacché abbia suscitato queste reazioni mi convince ancor di più che Vladimiro, nonché Brancaccio, nonché De Cecco, nonché la maggior parte degli economisti di ogni ordine e tendenza, colgano nel segno quando indicano nel nanocapitalismo uno dei principali fattori del "ritardo" italiano.

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    3. Un ultima cosa: non sono mica io che me la prendo con le PMI. Ho l'impressione che sia la storia, ma appunto è un impressione. Il testo che ho proposto è di Vladimiro Giacché. Non Claudio Martini: Giacché.

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    4. Una cosa però non mi è chiara, in base a cosa pensavano gli economisti da te citati che il capitalismo italiano si sarebbe evoluto col vincolo esterno? Perché stante i rapporti di forza in Italia e l'atavica tara del nanismo delle aziende italiane, doveva esser chiaro che non si sarebbe andati da nessuna parte, anzi che le aziende si sarebbero trasformate in importatori o avrebbero chiuso come sta succedendo ora.

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    5. Prego il lettore di firmarsi, rispettando le regole del blog specificate nel riquadro in alto a sinistra.

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    6. ops scusa ero Riccardo.

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    7. Ah! Non so esattamente che posizione avesse De Cecco, che definiva le PMI metastasi ma non so quanto fosse convinto della tremenda chemioterapia che abbiamo assunto. E per quel che riguarda Brancaccio:

      http://www.emilianobrancaccio.it/2013/09/21/lillusione-del-vincolo-esterno/

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    8. Grazie, comunque nel link di limes si ritrova quanto sostieni tu sul cambio di rotta e sul perchè nel 2012 non è saltato tutto, la vittoria di Syriza in Grecia. Almeno arriva a queste conclusioni l'articolo.
      Riccardo.

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    9. Il piccolo e medio imprenditore hanno interessi contrapposti quando trattano sul salario, ma interessi coincidenti rispetto al cambio e al tasso di inflazione. Poiché oggi il problema non è la contrattazione in una fase di normale crescita, ma la chiusura delle PMI strozzate dal cambio e dalla deflazione salariale tedesca, ecco che salariati e PMI si trovano dalla stessa parte.

      Se l'industria tedesca ha avuto bisogno, per diventare quel che è oggi, di deflazione salariale e cambio fisso, mentre prima le cose non andavano troppo bene, ne deduco che è questa la ragione principale del successo del modello tedesco.

      E' così strano pensare che un modello come quello tedesco, applicato a un paese molto diverso come l'Italia, possa favorire il primo e sfavorire il secondo?

      Chi ha detto che l'industria tedesca è così competitiva? Io non ne sarei tanto sicuro. Le PMI italiane di eccellenza resistono, ma non prosperano. Ad esempio, e questo lo so perché ho vissuto per alcuni anni a Bologna dove ho un amico che vendeva una rivista alle PMI del settore meccanico (30000 copie al mese, adesso ha chiuso), molte di queste, che prima si scambiavano sub-componenti tra di loro, a un certo punto, grazie all'euro, hanno trovato più conveniente importarli dall'estero. L'euro non c'entra gnente, e come no!

      Quanto ai toni: l'importante è capirsi. Parafrasando Von Kleist nel finale della marchesa Von O ( "Non mi saresti apparso quel giorno come un demonio, se la prima volta non mi fossi sembrato un angelo"), posso dirti che "Non mi appariresti oggi come un alemanno, se la prima volta non mi fossi sembrato un italiano".

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    10. E andiam avanti con l'aneddotica e le incomprensioni...

      Sul finale: no, non sono un nazionalista come te, e come voi. Per la cronaca, non lo sono mai stato. Nemmeno quando scrivevo su appelloalpopolo (lo facevo perché mi era stato chiesto, e perché mi divertiva). Non ho mai avuto alcuna intenzione di trasformarmii in cantore del piccolo e squallido capitalismo italiano. Da qualche mese ho deciso anzi di contrastare chi ha accettato un simile ruolo.

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    11. Lo chiedo solo per capire senza vena polemica, ma gli altri autori del blog, Badiale e Tringali cosa ne pensano di tutta questa discussione, che per quanto mi riguarda trovo molto interessante, loro che hanno scritto proprio un libro sull'euro? Grazie se uno dei due autori mi vorrà rispondere.

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    12. L'anedottica ci può stare. Le incomprensioni, specie terminologiche, no. Il nazionalismo è una corrente di pensiero politico sviluppatasi nell'epoca del gold-standard ottocentesco, innestata in italia all'inizio del '900 e portata avanti da movimenti culturali e politici che sono stati l'avanguardia del fascismo. Il loro principale obiettivo era Giolitti, del quale contestavano le proposte più democratiche, dall'estensione del voto al finanziamento della scuola pubblica. Inoltre i nazionalisti, accettando in pieno il principio della competizione tra le nazioni, in un quadro di libera circolazione dei capitali, volevano che il proprio paese primeggiasse, non che cooperasse con le altre nazioni.

      Confondere intenzionalmente il nazionalismo con il sovranismo (che è tutt'altra cosa), solo perché il sovranismo propone il ripristino della sovranità nazionale (tuttavia contro il principio liberista della libera circolazione dei capitali) significa fare un'operazione "lievemente" scorretta.

      Certo, se hai scambiato il sovranismo per nazionalismo, o con una sua variante, allora ti capisco. Però ti sei sbagliato.

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    13. Io non mi auguro che vinca Le Pen in Francia. Penso di aver detto tutto.

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    14. Tanto per ricordare. Quando le parole avevano un altro significato, la destra era liberista e la sinistra protezionista: dal video dell'Istituto Luce "Storia d'Italia - Dall'Unità d'Italia a Giolitti".

      Oggi la destra della Le Pen è protezionista, la sinistra è liberista. Un bel pasticcio, questo lo capisco. Ma qual è il punto fondamentale? Per me è battere il liberismo. Per te non so. A proposito, chi ti auguri che vinca in Ukraina, la Nato-UE, o i nazionalisti filorussi?

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    15. In campo non ci sono né la NATO né la UE, ma soltanto le milizie paramilitari russe, e i neo-fascisti di ambo le parti. Il popolo ucraino è stretto in mezzo. A lui va la mia solidarietà. Se poi devo stabilire se è più pericoloso Jazheniuk o Putin, be' non ho dubbi: tra un cretino e un gangster del KGB mi fa meno paura il cretino.
      'notte

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    16. @Claudio
      Scusa sai ma allora John Maccain a Kiev che cosa ci faceva? Non mi dire che ci andava a titolo personale.

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    17. Se il lettore si firma gli dico due cose su Mc Cain. Poi però basta, ché questo non è un post sull'Ucraina.

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    18. Scusa sono sempre Riccardo. Un giorno o l'altro dovrò decidermi di avere un profilo!

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  8. Helmut Kohl nel 1996 dichiarò: “Un’Italia fuori dall’euro farebbe una concorrenza rovinosa all’industria tedesca. L’Italia deve quindi essere subito parte dell’euro, alle stesse condizioni degli altri partner”.

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  9. Occhio alle facili (mica tanto poi) equazioni.
    Valutare la dinamica economica mondiale, accettando come un dato incontrovertibile la massima libertà di movimento dei capitali porta certamente alla deduzione che la pmi non sta al passo coi tempi, ma è la stessa cosa dire che; un ciclista che non si dopa non riesce a reggere il passo dei migliori (pur se non possiamo dire che vi sia qualcosa di sbagliato nell'asserzione.
    Il problema non sta nella pmi, ma nel doping, sempre che si abbia voglia di risolverlo, dato che se non avessimo intenzione di farlo conviene prepararci ad una brutta fine, prima o poi, da qualsiasi parte si stia nella società, perché prima o poi, verrà chiesto ad ognuno di noi e/o alla nostra appartenenza professionale di sputare il dovuto sangue per tirare il gruppo.

    Ultimamente mi son chiesto più volte come mai il ciclismo non sia stato declassato a sport di secondo o terzo livello, come uno sport che ha perso oramai ogni credibilità, cioè uno sport senza seguito, come dovrebbe essere.

    Poi, dopo tanto tempo e tanti sforzi per capire, forse ci si riesce.
    Senza entrare nella lettura filosofica, metafisica e psicologica della questione umana, ma restando nell'area del pragmatismo, possiamo interpretare lo svolgersi degli eventi nel modo che proverò a spiegare, considerando questa dinamica come quella applicabile ad ogni livello della società; a partire dalle piccole aziende che operano in area provinciale, fino a salire su su alle multinazionali e ancora oltre fino all'immaginario che accomuna l'uomo moderno occidentale e il suo sistema generale, cui possiamo rendere l'idea, nella pratica, con il suo organo più pragmatico di politica reale che è la NATO, o da un punto di vista economico nel FMI etc etc.

    Il modo è quello del massimo indebitamento possibile, della conquista del mercato per il tempo necessario a far crollare l'azienda, la multinazionale, lo stato o l'insieme degli stati che formano quel sistema o sottosistema.
    E' una questione di metodo e di credibilità.
    Si acquisiscono capacità, si ottiene credito, si sviluppa il progetto, si "lavorano" le menti tramite pubblicità, media o azioni di varia natura, si invade il mercato da una posizione di superiorità fino a quando "l'altro" crolla.
    Così è stato fatto anche con l'unione sovietica, non è solo una strategia puramente economica, di mercato, di beni e servizi.

    Quindi il ragionamento sulle pmi regge se si accetta lo status quo di real politic e sulle sue ultime strategie economiche. Ma, da un punto di vista prettamente tecnico le pmi hanno un loro range di ottimo rendimento.
    Basta saperle guidare, come una agile moto tra i tornanti di montagna o le movimentate strade di collina.
    Bisogna saper scegliere i percorsi e saper guidare. Certo che se vogliamo fare una gara in autostrada contro una MotoGP.....allora abbiamo un serio problema di valutazione.
    A questo punto possiamo provare a lottare in un campo che non è il nostro, ma saremo inevitabilmente destinati a perdere.
    Se una speranza c'è, quella si trova dove serva agilità e adattabilità.
    Questo siamo.....fino a prova contraria.

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  10. Vorrei qui riportare anche se non è direttamente attinente un post della rivista Limes su Tsipras sottolineando alcuni punti che si trovano in fondo all'articolo:

    In secondo luogo, Tsipras si è ripetutamente schierato a favore dell'euro, anche contro parte del suo partito. Ciò non consente di definire la sua proposta politica come una versione di sinistra dei nazional-populismi, come quello del Front national o dell'austriaca Fpö - destinati ad affermarsi in molti paesi - che sono fortemente contrari alla moneta unica e alla stessa Unione.

    La politica europea, bloccata da innumerevoli vincoli e compromessi, ha certamente bisogno di stimoli per uscire dalla crisi di consenso in cui si trova. Il successo di Syriza nel 2012 è stato uno dei fattori che ha spinto - un mese dopo le elezioni greche - la Bce di Mario Draghi all'impegno diretto contro il fallimento contabile degli Stati (default) che risolse la crisi degli spread, permise ai vari governi di tirare un grande sospiro di sollievo e blindò l'eurozona.

    Chissà che "l'effetto Tsipras", declinato in salsa brussellese, non finisca per portare qualche altra novità positiva.

    Il link dell'articolo è questo:

    http://temi.repubblica.it/limes/alexis-tsipras-laltra-europa-che-puo-andar-bene-ad-angela-merkel/60960

    Riccardo.

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  11. Io, per una analisi più completa ci metterei oltre alle PMI e agli operai remissivi e frantumati, anche le COOP, le circoscrizioni, i consigli comunali, le associazioni culturali, le sedi di partito e gli pseudo intellettuali de sinistra che le popolano.

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    1. Però così hai elencato i settori che sostengono il vincolo esterno "forte", cioè l'euro ecc ecc. Qui si parla dei settori che invece vorrebbero un vincolo "debole".

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    2. Allora scusa, ma pensavo si parlasse di nanismo italiano in generale e delle cause della crisi e quindi non ho capito il senso del post.
      Le PMI non posso lamentarsi della crisi?
      Sono loro la causa, il nemico?
      Non c'è scampo, tutti sulla Sierra Maestra?

      Carmine Nobile

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    3. Gentile Carmine,
      Si immagini due persone che si trovan all'aria aperta. Immaginiamo un violento e innaturale abbassamento delle temperature. Immaginiamo, ancora, che uno dei due tizi, che chiameremo Fritz, abbia addosso un cappotto pesante; che l'altro invece, che chiameremo Mario, abbia una canottiera. Mario si prende una polmonite; Fritz rimane in salute. È evidente che è il freddo improvviso ad aver causato la malattia, e nessuno può negarlo. Per quale ragione, tuttavia, Fritz aveva a disposizione un cappotto, e Mario no? È attorno a questa domanda che ragioniamo in questi post.

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    4. Il fatto è che il violento e innaturale abbassamento delle temperature forse lo ha provocato Fritz sapendo che aveva il cappotto rispetto a Mario che indossava la canottiera ed abitando Fritz e Mario in un comunità diciamo che Fritz si è comportato in modo scorretto. Poi per carità è giusto chiedersi come mai Mario ne era sprovvisto o se lo aveva perchè lo aveva lasciato nell'armadio.

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    5. Questo è storicamente infondato, in quanto ci sono le prove che il grande freddo è stato architettato da Pierre con tutt'altri fini. Poi, come noti anche tu, la questione del "e di chi è la colpa?" non sposta di una virgola l'interrogativo sul perché Mario si aggirasse con la canottiera.

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    6. Per rimanere in metafora, io credo che, prima e durante questo innaturale abbassamento della temperatura, quel coglione di Mario (e quel pirla di Giorvgio) siano rimasti in canottiera conviti (da Fritz?), che non si era all'aperto ma al chiuso, protetti dal cambio rigido (il tetto) e dalla moneta forte (le porte). Peccato che ora si è accorto, Mario (non Giorvgio che è più vicino alla stufa), che non ci sono finestre e neanche fondamenta, comincia a fare freddo e si rischia pure di rimanere sotto le macerie della casa che sta per crollare. Che facciamo? Ci mettiamo in salvo o ci contiamo le pulci?

      Carmine N.

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    7. Va benissimo, ma quella è un'altra questione. A livello di analisi io metterei all'ordine del giorno la ricerca del cappotto. Sa perché Carmine? Perché ritengo che, se non si va alla radice del problema, noi (una volta usciti dall'euro) ci ritroveremo da capo a quindici. In fondo usciti dallo SME il ceto politico si riattivò subito per costruire l'euro. Nulla esclude che si ripeta uno scenario del genere.

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    8. La metafora del cappotto di Fritz e della canottiera di Mario, e di Pierre che andava in giro in camicia ma credeva che per il fatto di indossare un basco entrar nella ghiacciaia non gli avrebbe provocato danni, ed invece adesso sconta il fatto che anche una laringite, senza antibiotici a disposizioni, può portarti all'aldilà esattamente come una polmonite doppia, la trovo estremamente calzante.

      Queste problematizzazioni è estremamente importante porsele.
      Credo che davvero nessuno qua, nemmeno Claudio Martini, pensi che sia giusto rimanere dentro quella ghiacciaia e che, anzi, sia importante capire il modo di uscirne.
      Ma essere entrati in quella ghiacciaia ( nella quale Fritz non voleva entrare. Quando si cita Kohl bisognerebbe citarlo tutto, anche quando diceva che per portare la Germania dentro l'euro dovette agire da despota, non solo quando diceva che se ci entrava lui era importante che ci entrasse subito anche l'Italia ) non ci esime dal doverci domandare se fosse sensato andare in giro in canotta e infrandito, quando avrebbe potuto cominciare a far freddo per mille motivi diversi non solo per l'euro.

      Le PMI sono un oggettivo elemento di arretratezza.
      Non si può pensare di rimanere un paese moderno lavorando come terzisti ( cioè avvitando e svitando le viti, mentre il progetto e il valore aggiunto lo si lascia in mano ad altri ).

      Questo non toglie una virgola alla responsabilità criminale di chi ha pensato di disintegrare il vincolo interno - il nostro contratto sociale - infilandoci dentro il tritacarne del vincolo esterno.
      Ma non bisogna dimenticare che fino al 2008....quelli che adessono chiagnono e fottono, in primis i padroncini, col vincolo esterno ci sguazzavano.

      Enea

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    9. P.S.
      Sulla questione "nazionalismo" dico brevemente 2 cose.
      1) La sinistra, anche quella non piddina, in Italia da tanti e tanti anni declina la questione nazionale in una maniera a dir poco nazionale.
      Nella propria foga di beatificare ed elevare a ruolo di feticcio un pensatore in buona fede ma, diciamocelo, alquanto mediocre, quale Altiero Spinelli onde ammantare di una qualche nobiltà il proprio pud€ismo, molti di queste persone se si rileggessero oggi in che modo e quale importanza dava Gramsci al concetto di identità, storica e culturale, di un popolo, giungendo alla conclusione che senza una nazione non si da popolo come soggetto organizzato in grado di agire politicamente ( al cui interno poi analizzare anche le suddivisioni di classe ), rimmarrebbe sconvolti.
      Traendo la conclusione che Gramsci fosse di destra.
      Li commento solo in un modo: poveretti.
      E non c'è altro da aggiungere.
      Però il concetto di nazione è da maneggiare con cautela, rifuggendo la tentazione di fare della propria *contraddittoria* storia in continua evoluzione, una idea fissa nel tempo, beatificata ed idealizzata attraverso mitopoiesi varie.

      2) a tal proposito dircordo sempre del compagno Claudio Martini un implicito ma velenosissimo articolo, nel quale veniva molto indirettamente ( ma riconoscibilmente ) citato Furio Jesi.
      In quella sede Martini coglieva nel segno.
      E mi pare che qui ed ora ne abbiamo varie plastiche dimostrazioni.

      ( ah, sulla Le Pen....le destre sociali, da sempre ovunque, se e quando sfondano lo fanno su argomenti di sinistra non presidiati da sinistre le cui dirigenze abbiano scelto per variegati motivi un temporaneo suicidio sulla difesa dell'indifendibile. E' sepre successo, un po' ovunque, niente di nuovo sotto il sole. Ma chi pensa che disintegrare il vincolo esterno per ripristinare quello interno, anche a costo che quello interno via modellato su una ideologia organicista, corporativa, verticistica, escludente ed autoritaria ( in una parola "fascista" ), sta commettendo un madornale errore di valutazione.
      Quando destre come la Le Pen ( non il m5s, che al massimo ha venature poujadiste, non fasciste in senso stretto, ci mancherebbe ) rifiutano di essere inquadrate nella dicotomia destra-sinistra, in realtà non stanno facendo altro che ribadire ciò che sono SEMPRE stati.

      Spostare come simbolo e riferimento spazione la contrapposizione di classe nella società sul piano di una linea orizzontale, destra-sinistra, è cosa che monarchia e clero, nonchè ricchi possidenti latifondisti e sfruttatori vari, subirono con la rivoluzione francese.
      Lo subirono, ma mai vi si riconobbero e mai lo accettarono.
      Per loro l'unica divisione sociale esistente, non di classe ma di "nobiltà" in primis spirituale, era tra sopra e sotto, non tra destra e sinistra.
      Le destre, essenzialmente fasciste, che si dicono non di destra né di sinistra sempre quella cosa li mirano a ricostruire.
      E si tratta di qualcosa che non è affatto più bella del liberismo, anche se di passo può rastrellare voti denunciando le contraddizioni distruttive ed antipopolari del liberoscambismo.

      Enea

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    10. Mi scuso per i refusi dettati dalla fretta, vi prego di essere comprensivi.
      Correggo solo quel che proprio non si capisce.

      "La sinistra, anche quella non piddina, in Italia da tanti e tanti anni declina la questione nazionale in una maniera a dir poco DEMENZIALE".

      Naturalmente non "nazionale" ripetuto 2 volte.
      E.

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    11. Riprendo le parole di Enea:

      "Le PMI sono un oggettivo elemento di arretratezza.
      Non si può pensare di rimanere un paese moderno lavorando come terzisti ( cioè avvitando e svitando le viti, mentre il progetto e il valore aggiunto lo si lascia in mano ad altri )"

      Sicuri sicuri sicuri che le pmi italiane siano cosi' oggettivamente elemento di arretratezza? Sicuri sicuri sicuri che si posizionino nelle parti basse della catena del valore (e si sa, non e' mai bello posizionarsi sulle parti basse)?

      No, perche' le statistiche del 2012, anno V dell'era della crisi, con la capacita' produttiva italiana ridotta del 25%, raccontano fondamentalmente un'altra storia.

      Non posso fare a meno di vedere in questa demonizzazione economica, ma anche di modello sociale, della pmi un'eco del dibattito che si sviluppo' negli anni '80 nella sinistra sulle pmi. La conclusione era che le pmi andavano eradicate a favore della grande industria e quelle rimaste ridotte appunto a terziste. Lo vogliamo chiamare modello tedesco? Chiamiamolo modello tedesco, per comodita'. mi pare che un simile dibattito fosse possa essere stato terreno fertile per lo sviluppo del "vincolismo esterno". E allora la parabola di Claudio va un po' cambiata.

      C'erano Mario e Luigi, Fritz, Hans e Pierre e Francois.
      Luigi e Hans sono i datori di lavoro di Mario, Fritz e Francois. Luigi e Hans Decidono, insieme a Pierre, di costruire una cella in cui far vivere Mario, Fritz e Francois. Tutti insieme di comune accordo - risparmiamoci i dettagli - decidono che la cella debba essere frigorifera e non, che so, una bella serra tropicale, perche' ritengono che la pelle si conservi meglio al freddo. Il problema - per Luigi e Francois - e' che l'unico ad avere il giaccone e' Fritz.

      Adesso la storia e' completa.
      Non e' che il gelo sarebbe arrivato comunque o che l'unica cella possibile fosse quella frigorifera - Ricordate quale modello di krante industria produttifen era in ginocchio negli anni 90, no? Ricordate il "sick man of europe"?.
      E' che la cella e' stata costruita frigo perche' si voleva che tutti indossassero il giaccone come Fritz.

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  12. E' andato storto che Mani Pulite ha svenduto l'IRI, la Fiat se n'è andata, le P.I. e il loro rappresentanti politici hanno visto solo il loro interesse immediato, che il PD ha colto l'unica occasione che aveva di andare al governo facendo il subfornitore di USA e UE e insieme ai sindacati ha coglionato i lavoratori dipendenti, che Berlusconi non è un uomo politico e dopo aver lungamente menato il torrone se l'è fatta sotto, e che non si è formata una forza politica sufficiente a contrastare questa dinamica per ragioni storiche che è difficile francobollare in un post. Insomma, è successo che l'Italia nel suo complesso s'è avviata su una strada di decadenza (nella quale, ovviamente, c'è anche qualcuno che ci guadagna e se la passa benissimo). E con ciò, forse sarebbe il caso di pensare a che cosa succede adesso.

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  13. Sulle case del declino dell'Italia: democrazia bloccata e Keynesismo cialtrone

    http://marionetteallariscossa.blogspot.it/2013/09/democrazia-bloccata-e-keynesismo.html

    Un cordiale saluto
    Emilio

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  14. Però Claudio se posso, davvero secondo me ti stai mostrando troppo ingeneroso nel parlare delle PMI.

    Hai ragione a mio parere a contrastare questa tendenza che c'è fra gli antieuro a far del piccolo imprenditore italico un santo.

    Però non si può dire ad esempio che la meccanica di precisione emiliano-lombarda non fosse in grado di competere. tu parli di "un lieve apprezzamento"....qui si parla di un 20% minimo di rivalutazione reale dei prodotti italiani su quelli tedeschi....mi capirai se ti faccio notare che è una rivalutazione enorme fatta sul concorrente più diretto.

    Ed essendo che dunque pure tu riconosci che le PMI funzionavano bene come subfornitrici della grande impresa pubblica di Stato, allora tocca riconoscere che ancora le PMI avevano un ruolo in quel modello. non erano dunque un male a prescindere. il mondo in cui sono un peso è appunto questo...quello globalizzato. quello in cui è più conveniente importare dalla Corea dove a sua volta le aziende delocalizzano in Cina.

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  15. @Claudio: leggo solo ora l'intervento di sandro ceccato. e in proposito voglio aggiungere una cosa.

    esattamente come me, anzi molto meglio di me, lui ti fa notare che non è molto equo considerare il modello PMI come un male a prescindere. altrimenti paradossalmente diventi uno che, se proprio deve scegliere il capitalismo, preferisce quello globalizzato :D

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  16. @C.M.: sta facendo tutta sta manfrina per menarci il torrone con il fatto che la PMI è ontologicamente sbagliata e che senza una forte ossatura di grandi aziende di proprietà pubblica le PMI non avrebbero mai potuto sopravvivere? Che quindi il punto non è la PMI, ma la proprietà pubblica delle aziende chiave? Che la sinistra "veri" dovrebbe riappropriarsi di questo tema (il forte intervento pubblico, magari programmato, eh) invece di difendere le PMI? How delightful!

    Sa cosa mi ricorda tutto questo ciarlare? Mi ricorda quelle operazioni che fanno i neoclassici per inglobare nella loro narrazione quelle tesi che altri sostengono da anni e che loro hanno rigettato duramente negli stessi anni, vedi il caso del libro di Piketty "Il capitalismo nel 21° secolo": ovvero ignorano e deridono la tesi in questione fino a che la pressione degli eventi non inizia a scoperchiare la verità, a quel punto interviene la *persona giusta* - quella interna al mainstream, ma in una posizione secondaria rispetto alle teste d'uovo - a sostenere la tesi in questione, magari argomentandola nella prospettiva ideologica del caso - quella neoclassica - e disattivandone le implicazioni più "rivoluzionarie". A quel punto la tesi diventa un best-seller.

    Non è che tanto tanto sta facendo un'operazione simile nel campo specularmente contrapposto ai neoclassici della sinistra "veri"? Non c'era bisogno di scomodare Giacchè per arrivare a tanto; Giacchè non ha mai nascosto la sua traiettoria e la sua provenienza dalla medesima area alla quale lei appartiene, nella quale "la PMI come metastasi italiana" è un must (ideologico); sarebbe però interessante sapere cosa pensa adesso Giacchè, non cosa pensava nel 2004. E altrettanto interessante sarebbe sapere cosa pensano Badiale e Tringali delle sue inveterate tirate autorazziste (un po' provincialotte, come ha scritto qualcuno) su quanto siano sbagliati e corrotti gli italiani. Anche se il fatto che la facciano continuare a scrivere dovrebbe essere un segnale più che chiaro. Ma egualmente sarebbe interessante un pronunciamento preciso da parte loro. Magari invitiamo sul blog anche Giacchè per sapere cosa pensa adesso, che ne dice?

    Simone

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    1. Guardi, il terrone lo può menare lei con sua sorella, se è d'accordo. Uno che entra in una discussione con questo tono non merita alcuna considerazione. Impari a essere più civile. Di persona, non userebbe queste espressioni.
      Rispondo solo su due cose:
      1) il cardine della questione non è affatto la proprietà pubblica delle grandi imprese, ma il fatto che queste sono, dagli anni '90, pressoché marginali nello scenario economico italiano. La qualificazione giuridica degli assetti proprietari è quasi irrilevante.
      2) io e Giacché NON apparteniamo, e non siamo mai appartenuti, alla medesima area politica.

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    2. Claudio, mi sono permesso il tono per i nostri trascorsi molto coloriti (da parte mia) sul siluramento di Berlusconi, a seguito del quale mi aveva bandito dal blog diverso tempo fa. Apprezzo che mi abbia restituito il diritto di parola. Cercherò di essere meno salace questa volta (purtroppo sono di provenienza alquanto popolana, mi deve perdonare per questo difetto).
      Tornando al punto, le grandi imprese italiane sono diventati marginali negli anni '90 in seguito alle privatizzazioni del '92. D'altronde, direbbe bagnai, le privatizzazioni servirono solo a creare delle riserve di rendita nei non-tradable goods, perchè gli imprenditori, quelli grandi, il salotto bene del capitalismo italiano, vedevano benissimo che era più conveniente investire in quei settori che non in un'industria manifatturiera che il cambio stava svantaggiando sempre di più (eravamo già nello SME credibile dall'89, e ci saremmo tornati nel '96). Il disastro Telecom - un player tecnologico di tutto rispetto negli anni '90 - grida ancora vendetta al cielo, per rimanere al campo che conosco meglio.

      In quest'ottica, non è vero nemmeno che la qualificazione giuridica degli assetti proprietari è irrilevante, dato che fino a che la proprietà è rimasta pubblica gli investimenti venivano fatti, sebbene in un quadro di crescente difficoltà per l'industria italiana dovuta al cambio più o meno peggato.

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  17. La domanda che emerge in questo post è interessantissima ed è proprio il tassello mancante che avevo notato quando per la prima volta ho cominciato ad approfondire sul blog di Bagnai la crisi causata dall'euro: tutte le spiegazioni di Bagnai e Borghi sono logiche e argomentate, ma manca proprio l'antefatto.
    Perchè l'economia tedesca si è avvantaggiata dal cambio fisso dell'euro e quella italiana no?
    Ne Borghi ne Bagnai parlano mai di questo punto, lo danno per implicito spiegando il disastro che si è prodotto a valle di questo fatto, ma il fatto che sono cominciati questi post sul vostro blog (che peraltro è in linea con quello di Bagnai sugli effetti del disastro euro) e che Giacchè sia nel comitato scientifico di asimettrie, mi fanno sperare che ci saranno approfondimenti su questo aspetto.
    Del resto nell'articolo di Giacchè ho ritrovato elementi che sono in perfetto accordo con l'esperienza empirica che ho avuto lavorando per vent'anni in aziende private italiane e avendo a che fare con miriadi di piccoli subfornitori e quindi mi sembr aun'analisi molto valida e centrata.

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