Chi sfogli un qualunque manuale di diritto dell'UE troverà, espresso in un modo o nell'altro, l'argomento secondo il quale una delle dimostrazioni più evidenti della forza e della vitalità della UE è la capacità di quest'ultima di espandersi, attraendo e inglobando sempre nuovi Stati. In effetti la storia dell'UE (e delle Comunità prima di essa) è una storia di numerosi successivi allargamenti, verso tutti i punti cardinali. Negli ultimi anni il punto cardinale più fecondo è stato quello orientale. È di pochi mesi fa l'ingresso della Croazia in qualità di 28esimo Stato membro.
Oggi, tuttavia, ha avuto luogo un episodio di una certa importanza. L'Ucraina ha scelto di non associarsi all'UE. Non si discuteva dell'adesione di questo paese all'Unione, ma solo di una partnership bilaterale privilegiata- partnership che comunque è stata accettata, nell'ambito dello stesso vertice, da Georgia e Moldavia. Ma il punto politico rimane. L'Ucraina, paese strategico come pochi in Europa, tra Est e Ovest ha optato per il primo, invertendo una tendenza ultra-ventennale. L'ottima Adriana Cerrettelli, sul Sole24Ore, parla di "fine della capacità magnetica dell'Europa", e mette in connessione l'evento con la perdita di consenso alla costruzione eurounitaria anche all'interno degli stessi paesi UE. L'Europa ha perso appeal, come ha ammesso Enrico Letta. Non è così stupefacente, se si considera che oggi il biglietto da visita della UE nel mondo è la Grecia.
L'Unione ha probabilmente perduto la sua capacità espansiva. Ha, a suo tempo, sbattuto la porta in faccia alla Turchia (per fortuna dei Turchi). Sta vedendo allontanarsi sempre di più il Regno Unito. La Russia preme ai suoi confini, ed esercita una forza attrattiva che fino a qualche tempo non aveva. Il sistema UE ha raggiunto il suo limite estremo. È arrivato il tempo dell'implosione? (C.M.)
giovedì 28 novembre 2013
La critica all'Euro è alla portata di tutti
Una lettura istruttiva quella dell'articolo di Fabio Sabatini, nel quale il giovane ricercatore di economia presso la Sapienza di Roma propone una precisa tassonomia di chi, sui media di ogni tipo, discute di materie economiche. Le due classi principali nelle quali si articola tale tassonomia sono quella degli economisti e quella degli economisti-che-non-lo-sono. In essenza, è economista chi si occupa professionalmente, in un'università o in un un ente analogo, di ricerca (e di didattica) economica, e che riesce a far pubblicare con una certa costanza i risultati dei suoi lavori su riviste scientifiche accreditate. La seconda classe è composta da tutti coloro che, pur non soddisfacendo i requisiti appena esposti, si presentano sulla scena del dibattito politico-culturale con l'etichetta di economista. Il che non significa che siano necessariamente dei cialtroni (in questo Sabatini è chiaro), né che non abbiano alcun titolo a discettare di materie economiche; solo, dovrebbero essere più rigorosi nel presentare il proprio curriculum.
Una simile classificazione può essere utile ai fini di una maggiore trasparenza nel dibattito pubblico. I cittadini hanno diritto di conoscere esattamente, e senza ambiguità, il pedigree scientifico di chiunque prenda la parola con fare da esperto. L'economia è una scienza, con le sue regole e anche con le sue liturgie. Quindi, ben venga l'invito a una definzione (e ad una auto-rappresentazione) più rigorosa della qualifica di economista.
Certo, il criterio proposto non può andare del tutto esente da critiche. In primo luogo esso non coincide con quello offerto dall'Enciclopedia. Ma questo si spiega col fatto che quella di Sabatini è una tipica definizione stipulativa. In secondo luogo, il criterio pare un po' troppo esigente, e porta a risultati largamente contro-intuitivi come quello di considerare un soggetto laureato in economia, che ha ricoperto posizioni di vertice in una istituzione economica, e che insegna materie economiche in un ateneo, come Claudio Borghi, un economista-che-non-lo-è. In terzo luogo, il criterio proposto non tiene conto dell'eventualità che l'accesso al mondo accademico sia fortemente condizionato dalla Doxa dominante nella comunità degli studiosi, e che potrebbe portare ad escludere e ad emarginare le posizioni critiche ed eterodosse. In quarto luogo, stimola qualche dubbio il fatto che la tabella sia stata formata con il contributo di Alberto Bisin, uno che fino all'altro ieri credeva alle lauree di Oscar Giannino. Infine, proprio la presenza di quest'ultimo economista (Bisin, non Giannino) procura inevitabilmente il sospetto che questa classificazione sia, almeno in parte, strumentale alla polemica tra gli economisti vicini a Bisin e buona parte di quelli che vengono definiti non-economisti. Dato che i primi non riescono a prevalere nettamente sui secondi, si ricorre alla squalificazione tassonomistica.
Al di là di questi aspetti critici, il criterio di Sabatini può essere accolto favorevolmente; tuttavia, è proprio la severità di tale criterio che ci illumina su una realtà molto interessante.
Gli autori di questo blog non sono economisti, non hanno mai affermato di esserlo, e non hanno mai corso il rischio di apparire come tali. E tuttavia sono riusciti a sostenere diversi confronti con economisti (in senso stretto), confronti che vertevano su complesse questioni di economia monetaria e macroeconomia. Mi riferisco, ovviamente, all'opera di divulgazione svolta da Badiale e Tringali con la loro Trappola dell'Euro. Nei vari incontri dedicati all'approfondimento e alla promozione di tale libro, diversi docenti di materie economiche hanno avuto modo di poter esprimere il loro parere. Non uno ha abbracciato in toto la strategia politica proposta dal libro; non uno ne ha messo in discussione la fondatezza economica. E così i nostri due autori, assolutamente non economisti, sono riusciti a sostenere un dibattito con vari discussants molto qualificati, su posizioni di parità.
E qui arriviamo al cuore del problema. È evidente che l'iniziativa di Sabatini è legata a doppio filo al dibattito sull'Euro. La proliferazione di "economisti" è legata all'esplodere della crisi dell'Euro. Le criticità tecniche di questa moneta non sono concettualmente difficili; comprendere le origini e la dinamica della crisi è alla portata di chiunque sia dotato della buona volontà di studiare. Perché la questione, in fin dei conti, è semplice. L'inadeguetezza e le contraddizioni del meccanismo che ci sovrasta sono talmente enormi e palesi da poter essere colte da tutti.
Ecco perché sembra di assistere ad una moltiplicazione degli economisti. Non ci vuole un dottorato di ricerca per dire cose molto sensate sull'Euro. Il corollario di queste considerazioni è che, alla fine, sugli estremi dell'analisi della crisi sono tutti d'accordo. Ci si divide dopo, sulle strategie da approntare per affrontarla.
Su questo sarebbe utile che si impegnassero i ricercatori come Sabatini. Se la grande maggioranza della comunità scientifica è d'accordo sulle cause della crisi dell'Euro, o meglio della crisi che l'Euro ci procura, viene da chiedersi perché così pochi (almeno in Italia) non ne traggano le debite conseguenze. Mancanza di coraggio, di interesse? Eccesso di prudenza? Ignavia? Ecco un bel tema di ricerca. (C.M.)
Aggiornamento: nel frattempo il nome di Borghi è stato preso di peso dalla lista degli "economisti-che-non-lo-sono" e spostato nella lista degli economisti tout court. Il criterio di Sabatini è severo, ma Borghi di più!
Una simile classificazione può essere utile ai fini di una maggiore trasparenza nel dibattito pubblico. I cittadini hanno diritto di conoscere esattamente, e senza ambiguità, il pedigree scientifico di chiunque prenda la parola con fare da esperto. L'economia è una scienza, con le sue regole e anche con le sue liturgie. Quindi, ben venga l'invito a una definzione (e ad una auto-rappresentazione) più rigorosa della qualifica di economista.
Certo, il criterio proposto non può andare del tutto esente da critiche. In primo luogo esso non coincide con quello offerto dall'Enciclopedia. Ma questo si spiega col fatto che quella di Sabatini è una tipica definizione stipulativa. In secondo luogo, il criterio pare un po' troppo esigente, e porta a risultati largamente contro-intuitivi come quello di considerare un soggetto laureato in economia, che ha ricoperto posizioni di vertice in una istituzione economica, e che insegna materie economiche in un ateneo, come Claudio Borghi, un economista-che-non-lo-è. In terzo luogo, il criterio proposto non tiene conto dell'eventualità che l'accesso al mondo accademico sia fortemente condizionato dalla Doxa dominante nella comunità degli studiosi, e che potrebbe portare ad escludere e ad emarginare le posizioni critiche ed eterodosse. In quarto luogo, stimola qualche dubbio il fatto che la tabella sia stata formata con il contributo di Alberto Bisin, uno che fino all'altro ieri credeva alle lauree di Oscar Giannino. Infine, proprio la presenza di quest'ultimo economista (Bisin, non Giannino) procura inevitabilmente il sospetto che questa classificazione sia, almeno in parte, strumentale alla polemica tra gli economisti vicini a Bisin e buona parte di quelli che vengono definiti non-economisti. Dato che i primi non riescono a prevalere nettamente sui secondi, si ricorre alla squalificazione tassonomistica.
Al di là di questi aspetti critici, il criterio di Sabatini può essere accolto favorevolmente; tuttavia, è proprio la severità di tale criterio che ci illumina su una realtà molto interessante.
Gli autori di questo blog non sono economisti, non hanno mai affermato di esserlo, e non hanno mai corso il rischio di apparire come tali. E tuttavia sono riusciti a sostenere diversi confronti con economisti (in senso stretto), confronti che vertevano su complesse questioni di economia monetaria e macroeconomia. Mi riferisco, ovviamente, all'opera di divulgazione svolta da Badiale e Tringali con la loro Trappola dell'Euro. Nei vari incontri dedicati all'approfondimento e alla promozione di tale libro, diversi docenti di materie economiche hanno avuto modo di poter esprimere il loro parere. Non uno ha abbracciato in toto la strategia politica proposta dal libro; non uno ne ha messo in discussione la fondatezza economica. E così i nostri due autori, assolutamente non economisti, sono riusciti a sostenere un dibattito con vari discussants molto qualificati, su posizioni di parità.
E qui arriviamo al cuore del problema. È evidente che l'iniziativa di Sabatini è legata a doppio filo al dibattito sull'Euro. La proliferazione di "economisti" è legata all'esplodere della crisi dell'Euro. Le criticità tecniche di questa moneta non sono concettualmente difficili; comprendere le origini e la dinamica della crisi è alla portata di chiunque sia dotato della buona volontà di studiare. Perché la questione, in fin dei conti, è semplice. L'inadeguetezza e le contraddizioni del meccanismo che ci sovrasta sono talmente enormi e palesi da poter essere colte da tutti.
Ecco perché sembra di assistere ad una moltiplicazione degli economisti. Non ci vuole un dottorato di ricerca per dire cose molto sensate sull'Euro. Il corollario di queste considerazioni è che, alla fine, sugli estremi dell'analisi della crisi sono tutti d'accordo. Ci si divide dopo, sulle strategie da approntare per affrontarla.
Su questo sarebbe utile che si impegnassero i ricercatori come Sabatini. Se la grande maggioranza della comunità scientifica è d'accordo sulle cause della crisi dell'Euro, o meglio della crisi che l'Euro ci procura, viene da chiedersi perché così pochi (almeno in Italia) non ne traggano le debite conseguenze. Mancanza di coraggio, di interesse? Eccesso di prudenza? Ignavia? Ecco un bel tema di ricerca. (C.M.)
Aggiornamento: nel frattempo il nome di Borghi è stato preso di peso dalla lista degli "economisti-che-non-lo-sono" e spostato nella lista degli economisti tout court. Il criterio di Sabatini è severo, ma Borghi di più!
Etichette:
crisi economica,
economisti,
euro,
Fabio Sabatini,
ricerca
martedì 26 novembre 2013
TelePD
Tutti i genovesi che hanno vissuto (e sofferto) le cinque giornate di sciopero dei lavoratori del trasporto pubblico (AMT) ricordano bene come, sia pur in un contesto di grande disagio, la solidarietà per la lotta degli autisti fosse assolutamente egemone. La pagina Facebook di sostengo ai lavoratori ha raggiunto le ventitremila adesioni. Le principali squadre di calcio cittadine hanno espresso la loro solidarietà.
Giovanni Floris, uno dei principali Marescialli del PUDE, decide di documentare la vicenda su Ballarò. Lo fa a modo suo. Manda un inviato, che trova per strada una vecchina. "Che ne pensa dello sciopero?" "È uno schifo". "È veramente una vergogna".
Ed ecco che, con una intervista assolutamente casuale (si fa per dire), i telespettatori di tutta Italia si sono fatti un'idea equilibrata dell'opinione pubblica genovese. La parola ora passa all'esperto. Chi intervisterà Ballarò per avere un'opinione sugli aspetti economici della vicenda AMT? Fra tutti, non trova di meglio che interrogare Carlo Stagnaro, che è di Genova, ma sopratutto è super-liberista. D'altronde Ballarò è una trasmissione di sinistra, è normale che i pareri li chieda ai fanatici delle privatizzazioni.
Gran finale: intervista al Mercato Orientale. Per chi non lo sapesse, un luogo storico della città, dedicato al commercio ortofrutticolo. L'inviato si avvicina ad una negoziante con un approccio assolutamente super-partes: "lo sciopero l'ha danneggiata?" "tantissimo, le vendite sono crollate del 70%. Le cose stavano andando meglio, ma lo sciopero è stato una vera mazzata". Segue una sommaria quanto commovente esposizione di tutte le magagne che rendono impossibile la vita dell'odierno commerciante; la signora non ce la fa più, e prorompe in lacrime a pochi centimetri dal microfono.
Riassumendo: i lavoratori AMT hanno commesso una vera porcata, facendosi odiare dalla cittadinanza, rovinando la vita della gente per bene, e tutto per difendere sprechi-inefficienze-ruberie ecc. che sono il portato inevitabile dell'intervento della mano pubblica in economia. Ecco come Floris ha pensato di raccontare le cinque giornate di Genova.
Ancora una volta, Rai 3 si dimostra l'epicentro dello schifo televisivo. Questo è il canale televisivo semi-ufficiale della sinistra di questo paese. Ridateci Emilio Fede, allora. (C.M.)
Giovanni Floris, uno dei principali Marescialli del PUDE, decide di documentare la vicenda su Ballarò. Lo fa a modo suo. Manda un inviato, che trova per strada una vecchina. "Che ne pensa dello sciopero?" "È uno schifo". "È veramente una vergogna".
Ed ecco che, con una intervista assolutamente casuale (si fa per dire), i telespettatori di tutta Italia si sono fatti un'idea equilibrata dell'opinione pubblica genovese. La parola ora passa all'esperto. Chi intervisterà Ballarò per avere un'opinione sugli aspetti economici della vicenda AMT? Fra tutti, non trova di meglio che interrogare Carlo Stagnaro, che è di Genova, ma sopratutto è super-liberista. D'altronde Ballarò è una trasmissione di sinistra, è normale che i pareri li chieda ai fanatici delle privatizzazioni.
Gran finale: intervista al Mercato Orientale. Per chi non lo sapesse, un luogo storico della città, dedicato al commercio ortofrutticolo. L'inviato si avvicina ad una negoziante con un approccio assolutamente super-partes: "lo sciopero l'ha danneggiata?" "tantissimo, le vendite sono crollate del 70%. Le cose stavano andando meglio, ma lo sciopero è stato una vera mazzata". Segue una sommaria quanto commovente esposizione di tutte le magagne che rendono impossibile la vita dell'odierno commerciante; la signora non ce la fa più, e prorompe in lacrime a pochi centimetri dal microfono.
Riassumendo: i lavoratori AMT hanno commesso una vera porcata, facendosi odiare dalla cittadinanza, rovinando la vita della gente per bene, e tutto per difendere sprechi-inefficienze-ruberie ecc. che sono il portato inevitabile dell'intervento della mano pubblica in economia. Ecco come Floris ha pensato di raccontare le cinque giornate di Genova.
Ancora una volta, Rai 3 si dimostra l'epicentro dello schifo televisivo. Questo è il canale televisivo semi-ufficiale della sinistra di questo paese. Ridateci Emilio Fede, allora. (C.M.)
Addendum a 'Fine del Mondo Arabo'
Di seguito proponiamo un bel pezzo di Guido Olimpio, pubblicato sul Corriere della Sera di oggi. Esso dimostra come i maneggi per arrivare a un accordo USA-Iran fossero in atto già dal 2009, e che il loro principale ostacolo fosse l'ingombrante presenza pubblica di un presidente eletto coi brogli e negatore della Shoah come Ahmadinejad (come da noi correttamente riferito). L'alleanza con Teheran non è un'idea estemporanea, ma fa parte di una strategia USA di lungo corso. E con ciò speriamo di aver fatto giustizia di tutte le sparate complottistiche sulle presunte manovre anti-Assad degli USA. (C.M.)
lunedì 25 novembre 2013
Fine del Mondo Arabo
Poco più di un mese fa parlavamo delle trattative in corso per far sì che venissero rimosse, da parte del Consiglio di Sicurezza ONU, tutta la serie di sanzioni internazionali volte a impedire che l'Iran ottenga l'arma nucleare. Due settimane fa era stata raggiunta una bozza d'accordo, elaborata dal rappresentante dell'UE, Catherine Ashton, d'accordo con il Segretario di Stato Usa Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Zarif.
Il rappresentante dell'Iran "antimperialista" è quello che sorride a destra.
Tuttavia, la Francia era riuscita a bloccare sul nascere l'accordo, evidentemente convinta dall'Arabia Saudita con validi argomenti. Anche la Russia non sembrava così entusiasta di concedere l'arma atomica all'Iran, visto il recente innamoramento tra il regime di Putin e quello filo-saudita di Al Sissi al Cairo. A tutto questo va aggiunta l'incessante azione di lobbying israeliana, dato che Tel Aviv non è certo contenta di perdere il monopolio nucleare nel medio oriente. L'accordo con l'Iran sembrava destinato a rimanere lettera morta.
Il rappresentante inglese, quello UE, quello tedesco, quello cinese, al centro la coppia dell'anno, e in fondo a destra si vedono, di spalle, il ministro russo Lavrov, e sopratutto quello francese Fabius, autore del clamoroso voltafaccia che ha reso possibile l'accordo.
A dire il vero, l'accordo in sé non configura una licenza, concessa all'Iran, di dotarsi di un arsenale atomico. A rigore, l'Iran avrebbe potuto procurarselo anche senza l'avallo USA. Il punto fondamentale è che, da oggi, l'Iran è entrato a far parte della comunità dei "paesi per bene", e che questo è il primo passo per la formazione di una stabile alleanza USA-Iran.
Cosa cambia per il mondo? Non moltissimo, a dire il vero: semplicemente, non sentiremo più la nenia dell'imminente attacco all'Iran, di come l'Iran combatta l'imperialismo, di come la Siria sia sotto attacco, e altre demenziali sciocchezze. La sinistra "antimperialista" globale perde il suo principale, se non unico, argomento, e probabilmente sarà condannata a tacere per un po'. Tanto di guadagnato.
Cosa cambia per il mondo arabo? Tutto. Un Iran nucleare, per di più con avallo USA, significa né più nè meno l'instaurazione di una soffocante egemonia persiana nella regione, accompagnata dallo smantellamento degli Stati arabi da sempre bersaglio dell'Iran khomeinista: i principati petroliferi del Golfo persico. In particolare l'Arabia Saudita, con la sua minoranza sciita incidentelmente insediata proprio nella provincia petrolifera del regno, è semplicemente spacciata. Il Bahrein rischia l'annessione tout court. E anche il Qatar, che tanto ha trescato negli anni passati insieme al regime di Teheran e ai suoi alleati, probabilmente non riuscirà a salvarsi.
In quanto a Israele, essa si terrà ben stretta i territori palestinesi, e nessuna le torcerà mai più un capello, ma dovrà verosimilmente al ruolo di media potenza regionale a cui aspirava.
Il nuovo accordo Kerry-Zarif si annuncia ancora più devastante, per gli arabi, del famigerato patto Sykes-Picot. Ignoriamo quali possano essere le vie d'uscita da una situazione così nera. L'unica, magrissima consolazione è che su questo blog un simile esito era stato ampiamente previsto, fin dall'inizio, e che era stata proprio questa chiave di lettura a farci comprendere che in Siria non ci sarebbe mai stato un attacco occidentale, e che in generale gli USA non lavoravano al rovesciamento di Assad. Chissà se i tanti nostri detrattori, tutti finissimi esperti di geopolitica, avranno il buon gusto di venire qui ad ammettere che avevano torto. (C.M.)
Etichette:
accordo,
arabia saudita,
Francia,
Iran,
Israele,
mondo arabo,
nucleare,
USA
giovedì 21 novembre 2013
Internazionalismo 0.0
Troviamo in rete un notevole articolo a firma di Giulietto Chiesa, e ne constatiamo i toni sorprendentemente duri, al limite (anzi, oltre il limite) dell'insulto. "Schizzi di stupidità", "robaccia di scarto", "gramigna, spazzatura, rifiuti". Ecco gli epiteti che Chiesa riserva agli oppositori dell'Euro. Mai nessuno dei Marescialli del PUDE (che pure sappiamo essere usi alla menzogna, che è una forma di violenza) aveva finora adoperato un simile linguaggio.
Ma sorvoliamo (bontà nostra) sulla forma, e concentriamoci sulla sostanza. Chiesa dice di volere un'Europa democratica e solidale, giusta e pacifica. Grazie tante, chi non la vorrebbe. Dopodiché chiarisce che la vorrebbe anche abbastanza forte per contare nell'arena mondiale. "Nessuno dei nemici giurati dell'Europa e dell'euro dice queste cose" conclude Chiesa, probabilmente perché si tratta di nazionalisti xenofobi che vogliono "un'Europa fatta di staterelli più o meno grandi, che chiudono le frontiere interne, che cominciano a disputarsi territori contesi, che deportano gl'immigrati, che segregano le minoranze etniche e linguistiche al loro interno".
Ora, qui sono almeno tre cose che non vanno.
- Chiesa crede negli Stati Uniti d'Europa. Ciò lo pone in ritardo di almeno un secolo. Chi segue il percorso politico di Chiesa sa che lui vorrebbe un'Europa un po' più vicina a Putin, alla Cina e all'Iran, e un po' più lontana dagli USA e da Israele. Un progetto squisitamente geopolitico dunque, e in quanto tale destinato alle élite (a meno che non si creda che i lavoratori siano pronti a lottare per la costruzione di un nuovo polo geopolitico). Non si capisce però su quali élite una simile costruzione dovrebbe poggiare. Le classi dirigente europee sono tutte fortissimamente filo-USA, e tutto hanno in mente tranne cercare di costruire un nuovo ordine mondiale.
- Chiesa vuole cambiare i Trattati europei, così da costruire l'Europa "buona". Ma non indica la strada da seguire per arrivare a quel cambiamento. Eliminando a priori l'uscita dall'Euro, sottrae alla sua stessa piattaforma politica l'unico mezzo di pressione concretamente esercitabile, condannandosi alla demagogia.
- Chiesa si sbaglia. È vero che ci sono vari fascisti e altre schifezze che predicano l'uscita dall'Euro, anche in Italia. Tuttavia, il nostro sa benissimo che ci sono parecchi soggetti che si oppongono all'Euro da posizioni democratiche e progressiste. Lo stesso Bagnai, vero bersaglio di questo articolo, è europeista e per nulla xenofobo, come sa qualunque suo lettore. In quanto a noi, tutti i nostri lettori possono capire quanto sia assurdo assimilare le nostre posizioni a quelle della destra xenofob.
L'articolo ha ricevuto 19 (finora) commenti da 19 persone diverse. È un numero superiore alla media dei commenti di quel sito. Tra questi troviamo due apprezzamenti, una critica, e sedici sberleffi. Leggere per credere.
Un'accoglienza così rovinosa per un articolo è abbastanza insolita, tanto più sul sito curato direttamente dall'autore dell'articolo (ecco cosa si dice su altri siti). Il che pare autorizzare una conclusione: Chiesa sta perdendo, o ha già perso, il consenso del proprio pubblico.
Viene da chiedersi il perché. Avanzo un'ipotesi. Giulietto Chiesa, come molti altri, predica il cambiamento, la difesa dei diritti, la giustizia sociale, ecc ecc. I suoi lettori ne condividono la visione del mondo. Discorsi simili vengono fatti anche da personaggi come Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Gustavo Zagrebelsky; in una parola gli organizzatori della manifestazione del 12 ottobre. Tuttavia, questi ultimi partivano dal presupposto che l'Euro non debba essere messo in discussione. Invece la principale organizzazione che ha contribuito alle manifestazione del 18-19 ottobre, il sindacato USB, parlava di rompere con l'Unione Europea.
Come siano andate le cose è noto. La manifestazione del 12 è scivolata nel nulla, come se non fosse mai avvenuta: non ha avuto alcun impatto politico percepibile. Quella del 18-19 ha occupato la scena dei media per giorni, e in molti ambienti la si descrive con un evento di svolta. Ciò è stato determinato dalle posizioni di alcuni organizzatori in tema di UE? Certo che no. Queste posizioni, e i diversi esiti delle due manifestazioni, sono due effetti della medesima causa: la coerenza imposta dalla radicalità. Quando si affermano certe cose con serietà, convinzione e la giusta dose di intransigenza, è naturale accogliere tutte le implicazioni logiche di quanto si dice.
Nello specifico, se si afferma di volere, senza compromessi, difendere i diritti e la giustizia sociale, e si riconosce (e tutti lo riconoscono!) che l'Euro le minaccia entrambe, allora segue logicamente che è necessario combattere l'Euro. As simple as that. Chi è radicale nella difesa di certi valore non ammette deviazioni dal percorso logico su descritto. La radicalità e la coerenza premiano chi le fa proprie, ed è abbastanza evidente che la manifestazione del 18-19 ottobre è stata percepita come molto più radicale e coerente di quella del 12.
La mancanza di radicalità e coerenza, sia in Chiesa sia in Rodotà e simili, si riflette dapprima sulle posizioni ambigue nei riguardi dell'Europa, e poi, quando "si viene al dunque", nella difesa sperticata dell'UE. Evidentemente la difesa dei diritti e della giustizia sociale non è il primo e irrinunciabile pensiero di Rodotà e Chiesa; nel caso di quest'ultimo, il primo pensiero è costruire la fantomatica "Europa dei popoli" in funzione anti-americana. Non si tratta, come è stato scritto qualcuno, di Internazionalismo 2.0. Questo è Internazionalismo 0.0. (C.M.)
Etichette:
euro,
europa,
giulietto chiesa,
nazionalismo,
Rodotà,
xenofobia
martedì 19 novembre 2013
Ore decisive per Genova/2
Oggi a Genova è sciopero a oltranza dei lavoratori del servizio di trasporto pubblico.
Questi lavoratori, che si oppongono all privatizzazione della loro Azienda, saranno oggi (ore 14) presenti alla seduta del consiglio comunale che dovrebbe decidere sulla loro sorte. Ci andranno in compagnia dei dipendenti della locale azienda di raccolta e trattamento dei rifiuti, di quella dedicata alla manutenzione e alla cura del verde cittadino, e di altre realtà economiche ancora a capitale pubblico.
L'ingresso dei privati nel servizio di trasporto è già avvenuto, a Genova, in anni passati, ed è già fallito; i privati si sono ritirati, lasciando una voragine nei conti dell'Azienda.
Siamo solidali con i lavoratori che, difendendo i propri diritti e le proprie condizioni di vita, tutelano i beni comuni e il patrimonio di tutta la cittadinanza.
Questi lavoratori, che si oppongono all privatizzazione della loro Azienda, saranno oggi (ore 14) presenti alla seduta del consiglio comunale che dovrebbe decidere sulla loro sorte. Ci andranno in compagnia dei dipendenti della locale azienda di raccolta e trattamento dei rifiuti, di quella dedicata alla manutenzione e alla cura del verde cittadino, e di altre realtà economiche ancora a capitale pubblico.
L'ingresso dei privati nel servizio di trasporto è già avvenuto, a Genova, in anni passati, ed è già fallito; i privati si sono ritirati, lasciando una voragine nei conti dell'Azienda.
Siamo solidali con i lavoratori che, difendendo i propri diritti e le proprie condizioni di vita, tutelano i beni comuni e il patrimonio di tutta la cittadinanza.
Iscriviti a:
Post (Atom)


