Tutto lascia pensare che nei prossimi giorni assisteremo ad una
campagna aerea delle potenze occidentali contro le postazioni
dell'esercito di Bashar Assad. Tutto questo, se davvero avrà luogo,
avverrà a 29 mesi dall'inizio della rivolta. L'Iran, la Cina, la Russia,la Germania, il ministro Mario Mauro e il ministro Emma Bonino sono contrari.
Anche noi siamo contrari. Lo
siamo per ragioni di principio. Gli interventi armati delle potenze occidentali servono sempre a
difendere gli interessi imperialistici di tali potenze, e mai alla
difesa delle popolazioni. Ma lo siamo anche perché questo
specifico intervento potrebbe rappresentare non una vera svolta nella
situazione, ma una sorta di grande manovra propagandistica. Gli USA
hanno chiaritoche non intendono rovesciare Assad. E anche Israele non vuole un cambio di regime.
E allora perché bombardano? Secondo quest'ottima analisi di Limes,
per salvare la faccia ad Obama. Un intervento mirato, limitato nei
tempi e nella portata, che non cambierebbe la situazione sul campo, ma
permetterebbe ai leader occidentali di fregiarsi del titolo di
poliziotti del mondo. Un intervento, infine, che potrebbe persino essere
controproducente per la stessa rivoluzione siriana, ricompattando il
regime, galvanizzando la sua immagine "antimperialista" e delegittimando
le opposizioni.
Ecco
perché siamo contrari ai bombardamenti. Una soluzione ragionevole per il
conflitto siriano sarebbe invece l'embargo totale delle armi nei
confronti di entrambe le parti. Esso limiterebbe la violenza degli
scontri, visto che i vari arsenali andrebbero verso un progressivo
esaurimento, ri-nazionalizzerebbe il conflitto (oggi la Siria è terreno
di scontro di varie potenze regionali) e permetterebbe alla parte che
può davvero vantare un forte sostegno popolare di avere maggiori chance
per riuscire a prevalere. La redazione di Mainstream
p.s. Da ora in poi i commenti sono moderati. Per essere sicuri che il vostro commento venga approvato è sufficiente firmarsi, non andare off-topic e non adoperare toni aggressivi e insultanti verso nessuno.
Vorrei condividere con i lettori una riflessione, riflessione che è sorta in me dopo la lettura di questo articolo.
Ormai l'intero mainstream si è adattato alla narrazione secondo la quale in Siria non assistiamo ad una (sanguinosissima) rivoluzione di popolo contro un tiranno, ma piuttosto allo scontro tra un dittatore laico e una serie di pericolose fazioni jihadiste. Come si vede la sostanza di quello che racconta il mainstream non differisce di molto da quelli che sono i luoghi comuni diffusi nel micro-cosmo "alternativo" e "anti-sistema". Si potrebbe anzi dire che l'unica cosa che distingue gli uni dall'altro sono i giudizi di valore: mentre gli "anti-sistema" giudicano il regime di Assad come qualcosa di positivo, da difendere, il mainstream lo vede piuttosto come un male minore, se comparato al terrorismo jihadista.
Lo scorso 2 Ottobre la NATO avrebbe avuto un magnifico pretesto
per attaccare la Siria, ma non lo ha sfruttato. Tale fatto non stupisce
gli osservatori attenti della tragedia siriana. Già alcuni mesi fa si era verificato un evento simile,
senza che non si sviluppasse alcuna rappresaglia, nemmeno da parte
turca; senza contare il celebre abbattimento del caccia turco, di cuiabbiamo a suo tempo parlato.
Ci sono state consultazioni tra i vertici NATO e il governo turco, ma è altamente improbabile che ne esca qualcosa.
Certo, di fronte all'ennesima provocazione armata la Turchia ha deciso
di reagire, ma non saranno certo alcuni colpi di rappresaglia a
rovesciare il regime di Assad.
Pensiamo che non ci si debba far ingannare dai clamori degli ultimi
eventi. Nonostante le apparenze, sembra che si stia avviando verso una fase di disimpegno da parte dei pochi attori internazionali che
hanno fin qui sostenuto la rivoluzione siriana. Da un lato i vertici
turchi, sembrano sempre più propensi a limitare gli aiuti ai ribelli e
persino ai profughi; e il recente trasferimento in territorio siriano
della leadership dell'ELS appare come un frutto delle pressioni
turche. Dall'altro lato i paesi del Golfo Persico sembrano davvero decisi ad abbandonare la partita.
L'abbattimento di un aereo turco da parte della Siria è un evento da non sottovalutare. Per un verso esso testimonia il crescere della tensione nella zona, dove certamente esistono Paesi che vorrebbero usare le maniere forti contro il regime di Assad. Per un altro verso questo evento può essere usato come cartina al tornasole per decifrare meglio le reali intenzioni della NATO.
In molti ritengono che gli USA stiano cercando di preparare un attacco militare contro la Siria, mentre noi, da tempo, riteniamo non fondata questa ipotesi. Si vedano, per esempio, le argomentazioni riassunte in questo post.
Se davvero gli USA vogliono arrivare all'attacco NATO, non mancheranno di sfruttare, in qualche modo, il casus belli che gli è stato servito su un piatto d'argento dallo stesso Assad.
Se invece, come sosteniamo noi, sotto sotto essi non vogliono affatto smantellare il sistema di potere siriano, allora cercheranno un modo per gettare acqua sul fuoco della crisi che si è aperta fra Ankara e Damasco a causa all'abbattimento del velivolo turco. Vedremo, intanto l'Italia si appresta a dichiarare che lo scenario libico non può essere riprodotto in Siria....
Vi invitiamo a considerare i seguenti spunti di riflessione.
In primo luogo, l'ennesima presa di posizione di Henry Kissinger contro l'ipotesi di intervento militare in Siria.
Poi, le voci su un probabile "scambio" avvenuto tra gli USA e la Russia in sede ONU. Come è noto la Russia (che si porta dietro la Cina) non ha posto il veto contro la risoluzione che consentiva il bombardamento della Libia, mentre ha sempre difeso a spada tratta Bashar Assad. In base alla ricostruzione de "La Stampa", la Russia avrebbe permesso alla NATO di distruggere la Libia in cambio della licenza di uccidere accordata ad Assad.
Ancora, la dichiarazione congiunta di Vladimir Putin e Barack Obama che segna un deciso riavvicinamento delle posizioni dei due paesi sulla questione siriana.
Infine il recente rapporto del Washington Institute messo in evidenza dai media italiani ed esteri, nel quale si afferma che fra le file del fronte anti-Assad sarebbero presenti miliziani "jihadisti". Il WI è molto legato alla lobby sionista negli USA, e la base delle sue argomentazioni è piuttosto fragile. Ma la sua posizione non è certo isolata, almeno da quando la stessa Hillary Clinton ha dichiarato che armare i ribelli siriani sarebbe come armare Al Qaeda. Non ci interessa ora discutere se sia più o meno vero che dei "jihadisti" stiano combattendo in Siria. Preferiamo attirare l'attenzione su queste immagini:
O magari su questo video.
Quelle che si vedono sono bandiere di Al Qaeda. La città dove sono state prese queste immagini è Bengasi, Libia. Che l'opposizione libica fosse egemonizzata da elementi vicini all'estremismo islamico è il segreto di Pulcinella. Eppure per gli USA ciò non ha portato alcun imbarazzo. Aiutare Al Qaeda in Libia è tornato loro utile, mentre sostengono che sarebbe sbagliato farlo in Siria: è evidente la contraddizione che emerge dell'accostamento dei fatti da una parte, e delle dichiarazioni ufficiali USA dall'altra.
Non stupisce che i siriani stiano cominciando ad avere seri dubbi sulla volontà degli USA di liberarli da Bashar Assad. Kafr Anbel è una cittadina siriana in provincia di Idlib, teatro di innumerevoli manifestazioni anti-regime. Le manifestazioni di Kafr Anbel hanno la particolarità di essere accompagnate da cartelli con disegni e vignette, spesso molto divertenti. In una delle più recenti gli USA vengono riconosciuti come complici dei nemici del popolo siriano:
Ma qualcuno si spinge più in là, fino a immaginare Obama come grande burattinaio dei protettori di Assad.
Probabilmente loro, a differenza di molti cosiddetti "anti-imperialisti" nostrani, si ricordano che la Siria, nonostante la propaganda anti-americana e anti-israeliana del regime, molto spesso, è andata a braccetto proprio con gli USA e con Israele. Ricordano, per esempio, che La Siria e i suoi alleati hanno ammazzato in Libano più palestinesi di quanti ne abbia mai fatti fuori Israele; che Hafez Assad, da ministro della difesa nel 1970, è stato tra i maggiori responsabili della disfatta palestinese in Giordania ("Settembre Nero"); che nel 1991 la Siria ha schierato le proprie truppe affianco a quelle di George Bush nella guerra all'Iraq; che il regime di Assad, in quarant'anni, non ha fatto un bel niente per liberare il Golan....
Homs, Siria. Terroristi Wahabiti abbattuti dall'eroico esercito di Assad. Età compresa tra i 3 e gli 11 anni.
Claudio Martini
Ieri il regime siriano ha bombardato un sobborgo di Homs, città martire, uccidendo svariate decine di persone, molte delle quali bambini (qui sopra potete vederne le spoglie). Niente di così strano: il regime massacra i siriani da più di un anno con tale intensità e ferocia che quasi ci sfugge il motivo per cui il mainstream, solitamente silente su questo tema, abbia dedicato un poco della sua attenzione a quelle piccole vittime. Per una volta, sorprendentemente, il regime siriano non nega che l'eccidio ci sia stato, anche se ne addossa la responsabilità ai ribelli. Il che è ridicolo, dato che le vittime sono state colpite da bombe, e i ribelli non dispongono di aerei, cannoni o carri armati.
Ma c'è anche chi sta peggio dei cittadini siriani, e sono i locali adoratori di Assad. Costoro, da mesi, mettono in dubbio l'attendibilità delle notizie che descrivono il genocidio siriano, allo scopo, con le parole dell'ottimo Germano Monti, di "prevenire la nascita di un movimento di solidarietà con la rivoluzione siriana". Ora gli adoratori si trovano nel caos più completo, visto che il loro Idolo l'ha fatta decisamente troppo grossa, e si affannano nel cercare di tamponare la falla (un buon esempio del loro panico si può trovare qui).