venerdì 28 febbraio 2014

Spartaco Puttini sul "più Europa"

Riceviamo da Spartaco Puttini e volentieri pubblichiamo questo intervento, in origine apparso su gramscioggi e ripreso da vari siti.


Più Europa? No, grazie!
Quale sinistra per quale Europa
Spartaco A. Puttini


La crisi ha mostrato il vero volto del processo d’integrazione europeo. A dispetto di tanta pubblicità, oggi la Ue non gode di grande reputazione presso i popoli europei. Quando si parla di Europa occorre evitare i facili equivoci. L’Unione europea non è infatti l’Europa, ma una sua parte e l’Eurozona è, a sua volta, una parte della Ue. Ciononostante nel linguaggio corrente i termini sono interscambiabili.
Il processo di integrazione europeo si è ammantato di nobili ideali e anche di qualche utopia, rincorrendo il sogno federale degli Stati Uniti d’Europa ma realizzando l’incubo sovranazionale della Ue, cioè dell’Europa degli Stati Uniti.
Europa degli Stati Uniti sia nel senso che ad integrarsi sono stati i paesi di quella parte d’Europa soggetta all’egemonia Usa (significativo che l’allargamento dell’Ue ad est avvenga parallelamente all’espansione ad est della Nato), sia nel senso che la costruzione dell’unione avviene sotto la tutela americana, all’insegna dell’accettazione piena della reazione neoliberista già in voga nel mondo anglosassone e, in definitiva, come ulteriore tappa del processo di mondializzazione1.
Nicola Acocella ha recentemente sottolineato come l’accelerazione che vive il processo di integrazione europeo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 avvenga in un clima segnato dall’affermazione del modello neoliberista sulla base dell’obiettivo di completare la costruzione di un mercato unico dei beni, dei capitali, delle persone2. Il processo si configura nei fatti sintonizzato alla reazione globale neoliberista, con la sua proposta di finanziarizzazione e libera circolazione dei capitali senza controllo, con la sua richiesta di stato minimo e privatizzazione, con il suo porre l’accento sull’autonomia del mercato e la lotta all’inflazione anziché sullo sviluppo orientato dalla mano pubblica e sulla lotta alla disoccupazione.
La spinta ad una maggiore integrazione dell’Europa occidentale, con il salto dalla Comunità all’Unione, avviene proprio in questa temperie, dal vertice di Lussemburgo che sancisce la firma dell’Atto unico europeo nel 1986, a Maastricht. L’intelaiatura e lo spirito della Ue sono caratterizzati e segnati dallo stigma reazionario. La credenza nella capacità di autoregolazione dei mercati e l’ostilità verso l’intervento pubblico spiegano in certa misura la scelta di introdurre una moneta unica soggetta ad un’istituzione bancaria centralizzata e conservatrice ossessionata dalla lotta all’inflazione e spiegano anche “l’incompiutezza istituzionale” in cui versa la Ue. Senza il complemento di altre istituzioni che sovraintendano ad una politica fiscale comune si riteneva scontato che sarebbe stato l’input della politica monetarista a disciplinare l’attività economica dei vari paesi e a far convergere le economie dell’Eurozona. Acocella rileva come “Ciò introduce una tendenza deflazionistica che successivamente accentuerà e prolungherà gli effetti della crisi economica iniziata nel 2007”3. Del resto, a sottolineare ulteriormente che una politica di compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori era insita nell’impostazione che l’integrazione si era data era la stessa Commissione europea, che già nel 1990 indicava la strada maestra: “si è progressivamente affermato il convincimento che le divergenze economiche reali che si manifestano in squilibri esterni vanno affrontate di norma con misure di aggiustamento interno, piuttosto che con riallineamenti, cioè con un aggiustamento esterno”4. Vale a dire che già alla vigilia di Maastricht la Commissione aveva indicato come gli squilibri di competitività interni all’area della moneta unica non dovessero essere affrontati tramite la leva della svalutazione monetaria (che avrebbe invalidato il principio del cambio fisso su cui l’area stessa veniva costituita) ma tramite la svalutazione interna dei salari. Del resto, l’area valutaria a cambi fissi prima e la moneta unica dopo sono state volute a tutto pro del capitale e della sua possibilità di circolare liberamente senza pagare il pegno delle possibili svalutazioni. In proposito scriveva Padoa Schioppa in tempi non sospetti: “l’euro assume un significato speciale perché porta la creazione di un mercato alla sua conseguenza ultima, che è l’introduzione di una moneta unica”5.
Oggi è sotto gli occhi di tutti il fallimento del modello neoliberista così come lo sono le divergenze crescenti all’interno dell’Eurozona. Assistiamo ad una dinamica segnata da crescenti squilibri a causa dell’aumento del divario tra i paesi centrali dell’Eurozona e quelli periferici e semiperiferici da un lato, e tra le classi sociali, con una netta tendenza alla proletarizzazione da parte di fasce crescenti del ceto medio, dall’altro. Di fronte all’eurocrisi in corso ciascuno può toccare con mano come le ricette di austerità della Commissione europea e della BCE portino a un crescente immiserimento delle classi popolari e ad una brutale regressione dei diritti del lavoro in tutta la Ue, prospettando la formazione di masse di working poor, lavoratori poveri che non riescono a campare del proprio lavoro cui si sommano, nella disgrazia sociale imperante, quote rilevanti di disoccupati.
Ma questo non basta: occorre avere presente il quadro che nelle righe precedenti è stato didascalicamente abbozzato per comprendere che il problema posto dalle attuali politiche promosse dalla Ue risiede nello stesso DNA del processo di integrazione, che è, per così dire, nel manico.

mercoledì 26 febbraio 2014

Ecco il vero progetto di Renzi

di Fabrizio Tringali



"Se questa sfida la perderemo, sarà solo colpa mia, non cercherò alibi".
Bisogna riconoscere che non è usuale sentire un premier incaricato pronunciare una frase del genere mentre chiede la fiducia al Senato.
Considerando poi che Renzi sa benissimo che molti fra i capibastone del PD che lo hanno spinto ad accettare l'incarico, in realtà non vedono l'ora di farlo fuori, un tale coraggio sarebbe quasi apprezzabile, se non fosse che la credibilità del neo-presidente del consiglio è pari a zero. In molti già gli rinfacciano le dichiarazioni nelle quali si impegnava a "non fare come D'Alema", cioè a non diventare premier senza passare dalla legimittazione data dalla vittoria alle elezioni.
Renzi, quindi, semplicemente sta mentendo. Sapendo di poter mentire. O almeno sperando di poterlo fare senza pagare dazio.
Quando il suo governo salterà per aria (perché salterà per aria), dirà che non cerca alibi, che la colpa è sua, e che il fallimento è dovuto al fatto che lui ha davvero cercato di "fare le riforme", cercando di piegare, senza successo, le resistenze dei palazzi della politica. E chiederà agli italiani di pronunciarsi su questo, col loro voto.
Il fatto che tutto ciò potrebbe anche determinare la disintegrazione del PD e la nascita dell'ennesimo partito personale a disposizione del leaderino fiorentino, sono dettagli.
Fantapolitica?
Può darsi. Ma tutto ciò spiegherebbe perché Renzi sembra giocarsi tutto in un progetto che non pare avere grandi possibilità di riuscita, spiegherebbe perché, in una tale situazione, vada al Senato a prendere a schiaffoni l'intera Aula (alla fine i voti in meno rispetto al governo Letta sono quattro, ma gli incazzati sono molti molti di più..).
E spiegherebbe il feeling fra Renzi e Berlusconi, e i "rumors" su un ipotetico accordo per andare a votare tra un annetto....

P.s. : se davvero Renzi ha in testa qualcosa di simile a quel che ho scritto, si terrà ben stretto l'incarico di Segretario del PD. Dato che comunque si voterà con liste bloccate...

P.s.2: per molto tempo, a causa di ragioni personali, non ho potuto scrivere sul blog. Non so da quando potrò riprendere a pubblicare con regolarità. Spero presto.

lunedì 24 febbraio 2014

Il Ministro delle Equazioni (nel governo di Peppa Pig)



La composizione del nuovo governo non ha suscitato grandi entusiasmi, neanche tra i renzini più affezionati. È di tutta evidenza che si tratta di un'accozzaglia di "mezze figure", alcune delle quali  della statura necessaria per far parte di un Governo; ed è altrettanto evidente che lo scarso peso dei "nomi" ministeriali fa da pendant alla centralità assoluta e preponderante del premier, sulle cui esili spalle graverà tutto il peso dell'azione dell'esecutivo.
La complessiva marginalità delle figure che guidano i dicasteri è inoltre confermata da un dettaglio: il governo è stato formato trascurando qualsiasi criterio di rappresentanza dei territori. In un consesso di diciotto poltrone siedono cinque emiliani e due liguri, ma nessun veneto, o piemontese, o campano, o pugliese. Se queste persone contassero davvero qualcosa non sarebbe così.

Vorrei richiamare l'attenzione su un aspetto, che forse non tutti hanno notato, ma che pure è rivelatore. Uno dei due ministri liguri è lo spezzino Orlando, che è appena passato dall'Ambiente alla Giustizia. Il punto è che Orlando ha, come unico titolo di studio, la maturità scientifica. Per il resto ha sempre e solo fatto politica; la sua professione risulta essere quella di "dirigente di partito". Ricordiamo, di passata, che il Ministro della Giustizia è l'unico membro del Governo, a parte il Presidente del Consiglio, a venire menzionato in Costituzione. Questo per dire della importanza cardinale di questo ruolo. Si tratta, palesemente, di un ruolo di enorme responsabilità, che presuppone un alto livello di competenza. Se non altro, per permettere al Guardasigilli di valutare la bontà delle varie soluzioni, dei vari progetti di riforma.
Un discorso abbastanza simile, peraltro, lo si potrebbe fare per Beatrice Lorenzin, confermata al Ministero della Salute... con la maturità classica. E così come Orlando non potrebbe fare il cancelliere di tribunale (se non per le mansioni più semplici), Lorenzin non potrebbe fare l'infermiera.

Mi si risponderà: il capo di un dicastero non deve essere uno scienziato o un intellettuale. Deve essere in grado di dirigere una macchina burocratica; e nulla più dell'esperienza di partito è formativo in questo senso. E poi attorno ai ministri ci sono fior di capi di gabinetto, alti funzionari, consiglieri di ogni sorta, ecc. Io stesso sono personalmente a conoscenza delle persone che, dall'alto delle loro cattedre universitarie, “scrivono i testi” di Orlando. Dunque le competenze, negli uffici del Ministro, in un modo o nell'altro ci sono. 

Ma ora facciamo un esperimento mentale. Immaginiamo che al Ministero dell'Economia fosse andato, non un super-tecnico FMI-OCSE-ISTAT come Pier Carlo Padoan, ma un soggetto con un diploma di ragioneria. Cosa sarebbe accaduto? È facile immaginarlo: sgomento e terrore si sarebbero impadroniti delle redazioni dei giornali e telegiornali, nazionali ed esteri. Alla Giustizia può andare uno con il CV (e la faccia) di Orlando, ma l'Economia non può certo essere gestita da chi non ha gestito almeno una docenza in atenei internazionali.


Questo fatto è talmente ovvio da risultare stupefacente. E costringe e tornare con la memoria al passato, scoprendo che per trovare gli ultimi ministri “politici” all'Economia e affini (Tesoro, Finanze, Bilancio), se si esclude l'ibrida figura di Tremonti, bisogna risalire ai tempi di Rino Formica e Giovanni Goria. Come mai?
Ritengo che le ragioni siano due, entrambe piuttosto importanti, ma la seconda di più.
  1. l'Economia è al centro della nostra società; o meglio non l'economia, ma un suo aspetto, e cioè la crescita. La crescita è considerata dalle classi dominanti (e quindi dall'intera società) il valore più importante; anzi la premessa e il presupposto di tutti i valori. Per essere chiari, le garanzie e i diritti di cui godiamo in quanto cittadini sono variabili dipendenti della crescita del PIL: devono esserle sacrificati quando è necessario, e possono essere riconosciuti solo a condizione che l'economia e la produzione si espandano. Se così stanno le cose, allora le figure veramente decisive nel Governo sono solo quelle del premier e quello del Ministro dell'Economia. Gli altri personaggi che vi gravitano attorno sono, appunto, solo dei personaggi. Non è indispensabile che siano così competenti.
  2. A guidare ministeri come Salute e Giustizia possono andare dei politici “puri”. Ma a quello dell'Economia devono esserci dei tecnici. Questo è un punto essenziale. Se presso i media mainstream (ma non solo) è completamente assurdo pensare a un non economista in quel dicastero è perché quella economica viene considerata una scienza esatta. In un simile ambito la discrezionalità politica è ridotta al minimo, così come lo sarebbe in una operazione chirurgica: non saranno certo le scelte politico-ideologiche del medico a determinare l'esito dell'operazione. E così anche le scelte di politica economica sono frutto di valutazioni scientifiche obiettive; anzi a ben guardare non sono nemmeno delle vere e proprie scelte, dato che sono determinate dalla necessità della scienza. Dunque a sorvegliarne l'esecuzione non possono che essere degli scienziati, dei tecnici: Dini Ciampi Siniscalco Grilli Saccomanni Padoa Schioppa... Anzi, dato che l'economia determina tutto il resto (vedi punto 1), è sensato che siano degli economisti a ricoprire direttamente l'ufficio del Primo Ministro, come nel caso di Monti. 
     
    Insomma, Pier Carlo Padoan è un soggetto iper-competente, padrone di una scienza esatta quanto la matematica: è il Ministro delle Equazioni. Risolvere le equazioni non è questione di opzioni politiche, ma di competenza tecnica. La soluzione dei problemi è unica, è quella esatta. È evidente, è necessario, che si privatizzi, che si licenzi, che si tagli lo stato sociale. Lo dice la scienza. Non ci sono alternative.(C.M.)



domenica 23 febbraio 2014

Un dibattito allo Zenzero

Lo Zenzero è un circolo ARCI di Genova (via G.Torti 35). Martedì prossimo (25-2), alle ore 18, discuterò di "Euro sì o euro no?" con Marco Bertorello. Tutti gli interessati sono invitati a partecipare.
(M.B.)

giovedì 20 febbraio 2014

Perché la gente non si ribella?

Se “gente” suona troppo populista alle vostre orecchie, potete tirare in ballo il popolo, le masse, il proletariato, la classe operaia, i ceti subalterni, come meglio vi piace. Comunque sia, il problema è chiaro, ed è fondamentale. Dopo tante analisi sociopoliticoeconomiche, possiamo dire di aver capito, almeno in linea generale, cosa “lorsignori” stanno facendo, e perché. Ma la possibilità di una politica di contrasto ai ceti dominanti è appesa a questa domanda: perché la gente non si ribella?
Non ho risposte, lo dico subito. Mi sembra però di poter argomentare che alcune delle risposte che più comunemente vengono ripetute sono poco convincenti. Proverò allora a spiegare questo punto, nella convinzione che togliere di mezzo le spiegazioni deboli o incomplete possa aiutare ad elaborare spiegazioni migliori.

Risposta n.1: “La gente sta bene, o meglio, non sta ancora abbastanza male”. Il sottinteso di questa risposta è che l'ora della rivolta scocca quando si sta davvero male, quando arriva la fame. Ma questa idea è sbagliata. Se fosse corretta, il lager hitleriano e il gulag staliniano sarebbero stati un ribollire di rivolte, e sappiamo che non è andata così. La miseria non è condizione sufficiente per la rivolta, ma neppure necessaria: gli operai protagonisti di lotte dure, fra gli anni Sessanta e i Settanta del Novecento, non erano ricconi ma nemmeno miserabili ridotti alla fame.

Risposta n.2: “le condizioni non sono ancora peggiorate davvero”. Il sottinteso di questa risposta (che tiene conto delle obiezioni appena viste alla risposta n.1) è che la ribellione scatta non quando si sta male ma quando si sta peggio: quando cioè si esperisce un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita. Tale tesi è facilmente confutata dall'esempio del popolo greco, che da anni vede le sue condizioni di vita peggiorare di continuo senza che questa faccia nascere una autentica rivolta (al più, qualche manifestazione un po' dura).

Risposta n.3: “mancano i gruppi dirigenti”. Qui si vuol dire che i ceti subalterni non hanno ceti dirigenti che li sappiano guidare in una lotta dura e intransigente. Questa risposta coglie ovviamente una parte di verità: è proprio così, mancano le persone capaci di essere leader della lotta. Ma a sua volta questo dato di fatto richiede di essere spiegato. Il punto è che non sempre, nei grandi mutamenti storici, c'è un gruppo dirigente già formato. Ci sono certo persone più capaci di capire e di dirigere, ma difficilmente è già pronto un autentico gruppo dirigente, unito e lucido. In Francia nel 1789, per esempio, un tale gruppo dirigente non c'era. È la lotta rivoluzionaria che lo ha forgiato. In molti casi, anche se non in tutti, i gruppi dirigenti si formano nel fuoco della lotta. Ma se il fuoco non divampa non si possono formare.

Risposta n.4: “la gente è corrotta”. Ovvero, ormai la corruzione, l'illegalità, la prevaricazione hanno contaminato anche i ceti subalterni, che non si ribellano contro l'orrido spettacolo offerto dai ceti dominanti perché lo trovano normale, e al posto loro farebbero lo stesso. Anche qui, si tratta di una risposta che coglie qualche elemento di verità, soprattutto in riferimento all'Italia, ma che mi sembra insufficiente. Non mi pare che nel sentire comune vi sia questa accettazione maggioritaria del farsi gli affari propri, eventualmente in modo illecito e senza guardare in faccia nessuno. Il diffuso disprezzo per i politici testimonia del contrario. È vero che, notoriamente, l'ipocrisia è l'omaggio che il vizio rende alla virtù, ma se anche si trattasse di ipocrisia questo testimonierebbe del fatto che un tale omaggio è necessario. Neppure in Italia è possibile dire apertis verbis “sono un ladro, siatelo anche voi”, e questo perché evidentemente la cosa non potrebbe reggere, perché non è vero che sono tutti ladri.

Risposta n.5: “siamo diventati tutti individualisti”: qui si  vuol dire che l'ideologia neoliberista è penetrata talmente in profondità che ormai tutti ci comportiamo come l'homo oeconomicus dei libri, calcoliamo freddamente i nostri interessi materiali e non ci facciamo smuovere dalle ideologie. L'obiezione però è semplice: proprio dal punto di vista del freddo interesse materiale appare evidente la necessità della rivolta collettiva. È evidente infatti, come diciamo da tempo in questo blog, che il progetto dei ceti dirigenti italiani e internazionali è la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è pure evidente che il singolo individuo può ben poco. Ma allora la rivolta collettiva dei ceti subalterni appare come l'unica strategia razionale, proprio dal punto di vista dell'interesse personale.

Risposta n.6: “è venuta meno l'idea di una società alternativa” : insomma il crollo del comunismo ha trascinato con sé ogni tipo di rivolta popolare. Il capitalismo attuale viene concepito come l'unica realtà possibile e ciò che succede ai ceti popolari appare come una catastrofe naturale rispetto alla quale la ribellione non ha senso. Anche in questa risposta ci sono elementi di verità ma la spiegazione appare insufficiente: infatti i contadini si sono ribellati infinite volte, in Occidente e altrove, senza nessuna idea di una società nuova e alternativa, ma anzi chiedendo il ripristino dei vecchi rapporti sociali, turbati da innovazioni recenti o dall'arrivo di “nuovi signori”. La grandi rivolte contadine in Cina non hanno mai sovvertito l'ordine socioeconomico ma, quando erano vittoriose, portavano a sostituire una dinastia con un'altra. Qualcosa di simile si può dire delle rivolte di schiavi, che quasi mai mettevano in questione l'ordine sociale basato sulla schiavitù. Insomma, la  rivolta può esserci anche senza basarsi sull'idea di una società futura alternativa.

Risposta n.7: “non ci sono più i legami comunitari”, ovvero siamo tutti individui isolati che in quanto tali non riescono a lottare. Anche qui, c'è una verità ma è parziale. Se è vero che le lotte contadine sopra ricordate erano basate su legami comunitari, è anche vero che in altri casi dei legami comunitari si può dire quanto detto sopra a proposito dei gruppi dirigenti: ovvero che essi si formano nel fuoco della lotta. Le lotte operaie della fine degli anni Sessanta in Italia mettevano assieme operai immigrati da varie regioni del sud e operai del nord che magari chiamavano i primi “terroni”: i legami non erano dati a priori, si sono formati sulla base della condivisione degli stessi problemi e sull'individuazione degli stessi nemici.

Risposta n.8: “la gente non capisce, sono argomenti difficili”, o più brutalmente, “la gente è stupida”: ovvero la gente (il popolo, la classe ecc.) non capisce i suoi propri interessi, non capisce come essi siano messi in pericolo dagli attuali ceti dirigenti. L'argomento “la gente non capisce” è facilmente confutato dal fatto che i contadini cinesi o francesi in rivolta non erano necessariamente degli esperti di politica o di economia. Insomma per ribellarsi non è necessario avere le idee chiare sulle dinamiche socioeconomiche. Quanto alla tesi più brutale “la gente è stupida” si tratta di una tesi che è difficile da discutere, per la sua indeterminatezza (cos'è la stupidità? Come si misura?).
In ogni caso, anche ammettendo questa “stupidità” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) essa non sarebbe una spiegazione ma a sua volta un problema da risolvere. Perché la gente è diventata stupida, ammesso che lo sia? Sembra poi strano dire che la stragrande maggioranza della popolazione, formata da tutti coloro che hanno da rimetterci dalle attuali dinamiche sociali ed economiche (casalinghe e operai, pensionati e professori universitari, scrittori e droghieri) sia diventata stupida nella sua totalità. Se si va al fondo e si cerca di capire cosa si intenda con questa “stupidità”, si vede alla fine che, per chi dice che “la gente è stupida”, la motivazione principale è appunto il fatto che non si ribella. Ma allora dire che la gente non si ribella perché è stupida vuol dire che non si ribella perché non si ribella, e abbiamo una tautologia, non una spiegazione.

Questo è quanto mi sembra di poter dire. Come ho detto sopra, non ho risposte da dare. Ciascuna delle risposte indicate contiene qualche elemento di verità, ma nessuna mi sembra cogliere davvero il problema, e anche mettendole assieme non mi pare si guadagni molto. Chiudo suggerendo  che forse abbiamo bisogno di altri strumenti, diversi da quelli della politica e dell'economia, abituali per me e per gli altri autori di questo blog (e, probabilmente, per la maggioranza dei nostri lettori). Altri strumenti che possono essere: filosofia, antropologia, psicologia. Si accettano suggerimenti, anche e soprattutto di lettura.
(M.B.)

martedì 18 febbraio 2014

Parliamoci chiaro

Franco Russo è un valido militante di ROSS@. Ha molto in comune con gli autori di questo blog in quanto, pur non occupandosi professionalmente di economia, finanza, diritto internazionale e filosofia politica, grazie al proprio impegno auto-didattico riesce e costruire un punto di vista autonomo sulla crisi e sulle principali vicende poltiche; e a scrivere saggi pregevoli, come questo, di cui torneremo a parlare.
Dispiace dunque di vedere il compagno Russo impelagarsi in contraddizioni logiche degne del miglior Vendola (absit iniuria verbis).
Leggiamo questa intervista. Apprezziamo tutte le cose intelligenti (e non sono poche) che vi vengono dette. Ma chiediamoci come la stessa persona riesca a dire

Non mi persuade affatto la proposta della fuoriuscita dall’Unione Europea, e spiego il perché: se fatta a livello di singolo paese, sarebbe semplicemente un’uscita ‘sovranista’.Io penso che sia molto giusto invece lavorare per rompere l’euro, per rompere l’Unione Europea, perché questo implica appunto un processo in cui deve essere coinvolta la classe operaia di tutti gli altri paesi (...)

per poi affermare, in polemica con il progetto della Lista Tsipras:

una lista che vuole “rinegoziare” parte già sconfitta, il problema è togliersi il cappio dal collo. Se andassi al governo chiederei la fuoriuscita dall’Unione, prevista dal Trattato di Lisbona: le discussioni sul deficit di democrazia sono insufficienti, potevano andar bene nel quadro di Lisbona, ma l’approvazione dei trattati di cui si è detto ha mutato la situazione. La rottura è l’unica risposta alla crisi.

La prima impressione, ammettiamolo, è che Russo si sia bevuto il cervello. Le due frasi non meriterebbero altro commento.
In realtà, io penso che la posizione di Russo sia razionale, ma che risenta degli effetti di un condizionamento ideologico; anzi, della necessità di distinguersi. L'autore ci sta dicendo che non crede nell'uscita di un singolo paese dalla UE: l'Unione andrebbe piuttosto demolita dall'azione concertata di più paesi. L'unione dei popoli (e degli operai) europei contro il cartello delle borghesie europee: tale dovrebbe essere il segno della lotta anti-UE. Un segno internazionalista, dunque, e non di gretta autarchia. E su questo siamo tutti d'accordo. Certo però che se una qualche forza rivoluzionaria, di cui casualmente Russo fosse parte, si trovasse per avventura al governo, non potrebbe lasciarsi sfuggire l'occasione di attivare, unilateralmente, la clausola di recesso. Sarebbe irresponsabile fermarsi ad attendere che altri paesi lo facciano. Tutto questo è abbastanza ovvio, e si riflette nella seconda affermazione di Russo.

Dunque sciogliere la contraddizione è facilissimo: il recesso dall'Unione deve essere inserito nel programma delle forze rivoluzionarie di più paesi, ma ciò non significa che la prima che arriva al potere debba attardarsi ad aspettare le altre. Né significa che la prospettiva della cancellazione dell'Unione debba essere scompagnata dall'idea che si debbano costruire, in futuro, altre strutture sovranazionali, che siano al servizio dei lavoratori. In fondo il titolo della prima pubblicazione di Marino Badiale e Fabrizio Tringali era Liberiamoci dall'Euro, per un'altra Europa!

Insomma, caro Franco Russo, non c'è alcun bisogno di rimanere nell'ambiguità. Insisti sul fatto che se andassi al governo chiederesti la fuoriuscita dall'Unione, e non contraddirti da solo! Si tratta peraltro di una posizione molto netta e avanzata, a differenza di altre. Dunque non c'è nessun bisogno di offuscarla con parole poco chiare. (C.M.)

domenica 16 febbraio 2014

Nessun dubbio

Magari avevate dei dubbi, sulla cosiddetta “lista Tsipras”. Per fortuna c'è l'autorevole intervento di Bertinotti, che contribuisce a fugarli definitivamente. Adesso che anche Bertinotti, dopo Toni Negri, appoggia la lista Tsipras, si può essere assolutamente certi che si tratta della solita stupidaggine di sinistra “radicale”, che di autenticamente radicale ha solo la propria incapacità di capire la realtà e incidere politicamente su di essa. Il simbolo di questa nullità politica è proprio il periodo in cui  Bertinotti è stato segretario di Rifondazione: grandi chiacchiere più o meno epocali che nascondevano malamente la realtà, cioè il fatto che l'unico ruolo concreto del partito era esclusivamente quello di “coprire a sinistra” le politiche antipopolari e regressive del centrosinistra (ruolo che è adesso passato a SEL). Chi ne ha voglia, si legga il brano citato di Bertinotti: vi scoprirà il solito vuoto magniloquente e presuntuoso tipico del personaggio. Abbiamo già detto che la richiesta minimale per prendere sul serio chi scrive sulle elezioni europee è che vengano almeno pronunciate le parole “euro” e “Unione europea”: Bertinotti non lo fa, e non c'è davvero molto da aggiungere. Certo, in compenso egli fa l'elenco di tutte le cose belle che vorrebbe, per esempio


La costruzione di democrazia e la democratizzazione, contro il potere della Troika, dei processi istituzionali; la profonda modifica dei trattati e il ridisegno del ruolo della Bce; la cancellazione del fiscal compact e la definizione di un programma alternativo all'austerity; la ristrutturazione del debito e la sua riduzione; un sostanziale riequilibrio tra i paesi del Mediterraneo e quelli dell'area tedesca


Potremmo aggiungere, per quanto ci riguarda, che anche noi vogliamo tutto questo, e aggiungiamo che vogliamo anche che sia “tre volte Natale, e festa tutto l'anno”, e non ci basta, vogliamo pizza, birra e sesso per tutti (e tutte). Tanto, cosa costa, a noi o a Bertinotti, stilare simili elenchi? Se ci si vuole mettere sul piano della realtà, l'economista greco Costas Lapavitsas ha già detto tutto quello che c'è da dire, ovvero che non si possono fare politiche economiche radicali rimanendo nell'euro. Il resto è vanità, nient'altro che vanità.
(M.B.)